In Europa i capitali per competere con Cina e Usa ci sarebbero. Il problema è che non vengono impiegati in modo efficiente per sostenere innovazione e crescita. Anzi, una parte dei risparmi europei finisce fuori dall’Europa, alla ricerca di mercati finanziari più unificati, innovativi e redditizi, dove prosperano le Big Tech che ormai controllano l’economia globale e le nostre vite.
Il rapporto Much More than a Market (Molto di più di un mercato), commissionato dal Consiglio europeo nel settembre 2023 e presentato nell’aprile dell’anno successivo, ha contato oltre 300 miliardi di euro che lasciano ogni anno la Ue per essere investiti in titoli esteri, soprattutto statunitensi. Per contrastare questa tendenza, Bruxelles punta su una maggiore integrazione finanziaria attraverso cui canalizzare parte dei risparmi degli europei verso investimenti produttivi all’interno dell’Unione.
Quel che l’Europa fa in termini di innovazione e ricerca fatica, infatti, a trasformarlo in imprese globali competitive. Il paradosso è noto: capitale umano qualificato, centri di ricerca e università eccellenti, know-how e brand di assoluta eccellenza. Eppure, quando si passa dalla fase dell’idea a quella della crescita, il sistema si inceppa. Il motivo non è soltanto tecnologico o industriale. È, prima di tutto, finanziario. Il vero grande gap che separa l’Unione europea dagli Stati Uniti d’America non riguarda solo l’ultima frontiera del tech, l’intelligenza artificiale. Bensì la capacità di mobilitare finanziamenti, soprattutto capitali di rischio, in modo rapido, profondo e su scala continentale. Non perché manchi il risparmio, ma perché mancano il mercato, gli strumenti e una cultura in grado di trasformarlo in investimenti produttivi.
«L’epoca che viviamo è caratterizzata da una incessante innovazione tecnologica, che il Nobel dell’economia Robert Solow ha avvertito da tempo non sia una manna che cade dal cielo», ha ricordato Paolo Savona, economista e presidente della Consob, «ma un risultato che dipende dal comportamento delle istituzioni e dalle scelte politiche». Gli sforzi per creare un mercato unico dei capitali ci sono sempre stati in Europa. Sono iniziati addirittura più di 60 anni fa, con il trattato di Roma. Nel 1992 la libera circolazione dei capitali è diventata una delle quattro libertà fondamentali del mercato unico. I lavori si sono poi intensificati negli anni 2000. Ma dopo quasi 30 anni, non si vedono ancora i frutti: i mercati europei dei capitali restano ancora frammentati, il che priva le imprese dei vantaggi di fonti di finanziamento e di investimento competitive e affidabili.
Un continente ricco di risparmio
L’Europa è uno dei continenti più ricchi al mondo in termini di risparmio privato. Il rapporto Letta riporta una somma di circa 33 mila miliardi di euro, custodita soprattutto in depositi bancari e strumenti a basso rischio. Quest’enorme montagna di risparmio rimane in larga parte intrappolata nei confini nazionali e nei bilanci delle banche, senza alimentare in modo rapido ed efficace l’economia dell’innovazione. Il modello di finanziamento europeo continentale è infatti fortemente banco-centrico. E lo è diventato ancora di più dopo l’uscita del Regno Unito, che ha privato la Ue di un centro finanziario evoluto come Londra, fino a prima della Brexit porta d’ingresso dei capitali globali nell’Unione. Il ricorso ai mercati dei capitali (azioni, obbligazioni, venture capital e private equity) nella Ue è invece limitato, frammentato e disomogeneo. Il risultato è un sistema poco adatto a sostenere investimenti rischiosi e ad alta intensità di capitale, come quelli richiesti dalla transizione digitale ed energetica.

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Negli Stati Uniti lo schema è opposto. Il finanziamento delle imprese avviene prevalentemente attraverso i mercati dei capitali, che sono profondi, liquidi e integrati. Le startup crescono sapendo di poter accedere a round successivi di finanziamento, a mercati azionari pronti ad assorbire nuove quotazioni, a investitori istituzionali con un’elevata propensione al rischio. Del resto, il mercato dei capitali americano è il più grande e liquido al mondo, pari a circa il 60% della capitalizzazione azionaria globale. Gli Usa pesano inoltre per il 51% degli investimenti globali nei mercati del private equity e private credit.
Non sorprende quindi che in Europa le imprese innovative restino sotto-capitalizzate. E che per crescere siano costrette a cercare finanziamenti fuori dall’Unione. Molte startup europee, una volta raggiunta una certa maturità, scelgono quindi di quotarsi negli Stati Uniti o di trasferire lì il proprio centro decisionale per attirare maggiori finanziamenti. In Europa, invece, i grandi fondi di investimento faticano sempre più a operare in un contesto regolatorio complesso e disomogeneo, dove il capitale di rischio resta insufficiente rispetto alle ambizioni industriali del Vecchio Continente.
Alla radice del problema c’è quindi una frammentazione che resiste da decenni. Un’unione a ventisette si traduce in altrettanti sistemi bancari, quadri fiscali, regimi fallimentari. E in ventisette Borse valori. Anche dove le regole europee esistono, l’applicazione alla fine resta nazionale, con divergenze che possono essere ampie. Il mercato unico dei capitali, di fatto, non esiste.
Questa frammentazione frena la competitività dei mercati finanziari europei, che sono troppo piccoli, presi singolarmente, per competere con quello statunitense. In Europa, insomma, ci sono troppe Borse, che sono poco liquide, mentre le Ipo sono rare e spesso di dimensioni ridotte, e gli investitori istituzionali sempre più orientati ai mercati domestici. La conseguenza è una minore capacità di attrarre grandi investitori globali, che preferiscono contesti regolatori semplici, omogenei e prevedibili. Come quello d’Oltreoceano, dove esiste un unico mercato dei capitali, un’unica autorità di vigilanza federale e una cultura del rischio condivisa. In Europa, invece, l’integrazione finanziaria resta incompleta, nonostante anni di dichiarazioni d’intenti e piani d’azione.
Il risultato lo si vede anche dai numeri, dove il confronto con gli Stati Uniti è implacabile. Wall Street, la più grande Borsa del mondo, vanta capitalizzazioni azionarie nel settore tecnologico che superano di gran lunga Euronext, il principale operatore europeo (Parigi, Amsterdam e Milano). Piazza Affari, per dire, che ha raggiunto a fine 2025 una capitalizzazione di mercato di oltre 1.000 miliardi di euro, vale la metà di Amazon.
Il costo dell’inazione
Lanciata ufficialmente nel 2015, l’Unione dei mercati dei capitali nasce con l’obiettivo di creare un mercato unico del capitale, capace di collegare risparmiatori e imprese su scala europea. Nel corso degli anni sono stati compiuti alcuni passi avanti: armonizzazione di alcune regole, semplificazioni per le pmi, sviluppo di strumenti di investimento alternativi. Ma il progetto resta largamente incompleto. Le barriere fiscali e normative persistono, la supervisione resta prevalentemente nazionale e i mercati continuano a operare in modo frammentato.

Mario Draghi, autore del report The future of European competitiveness, presentato nel 2024, che delinea una nuova strategia industriale per l’Ue (© Getty Images)
La Commissione europea ha recentemente lanciato un nuovo allarme sulla competitività dell’economia europea, sottolineando come la lentezza delle riforme finanziarie stia diventando un fattore strutturale di debolezza. I rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta del 2024 sul futuro dell’Ue hanno entrambi insistito sulla necessità urgente di integrare il mercato unico dei capitali per colmare il divario di investimenti per rilanciare la produttività, stimato in 800 miliardi di euro annui. Senza un’accelerazione decisa, insomma, il rischio è che l’Unione dei mercati dei capitali resti un esercizio incompiuto, incapace di produrre effetti sistemici.
Certo, la sua creazione implica scelte politiche profonde che portano ad accettare un maggiore consolidamento bancario europeo, superando logiche nazionali che ancora oggi frenano le fusioni transfrontaliere. È questo il vero ostacolo: la riluttanza degli Stati membri a cedere competenze in un ambito percepito come strategico. Eppure senza questa cessione, l’Europa continuerà a operare al di sotto del proprio potenziale. Il prezzo della frammentazione è già visibile: senza un mercato unico dei capitali, ogni strategia industriale rischia di essere monca.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di marzo 2026, scarica il numero o abbonati qui
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