Repsol è in trattative con l’amministrazione statunitense per recuperare circa 2,48 miliardi di euro investiti in Venezuela, in seguito alla recente cattura di Nicolás Maduro e alla nomina di Delcy Rodríguez come presidente ad interim.
Secondo quanto riportato da elEconomista, la compagnia petrolifera spagnola è in contatto con le autorità per riattivare una licenza che consenta di riscuotere quanto dovuto attraverso esportazioni di petrolio, un canale che era stato bloccato da decisioni normative dell’amministrazione Trump nel marzo 2025.
Secondo i dati della società, gli investimenti complessivi in Venezuela ammontano a 2,48 miliardi di euro, con ammortamenti e accantonamenti per 1,971 miliardi, il che lascia un valore netto di 512 milioni. Inoltre, nel 2024 Repsol ha già ricevuto il 40% dei pozzi di La Ceiba e Tomoporo da Pdvsa, in un’operazione valutata 1,7 miliardi di dollari, con l’obiettivo di accelerare il recupero delle somme investite.
La storia recente di Repsol in Venezuela riflette l’instabilità politica e normativa del paese. Dopo le elezioni del luglio 2024 e l’insediamento di Maduro nel gennaio 2025, l’amministrazione statunitense ha revocato la licenza per l’esportazione di greggio, paralizzando gran parte delle operazioni nel corso dell’anno.
Finestra di opportunità
Con la caduta di Maduro, si apre ora una finestra di opportunità per far ripartire i flussi di greggio e permettere a Repsol di recuperare parte dei propri investimenti. L’amministrazione statunitense mira inoltre a rilanciare l’economia venezuelana e a garantire l’approvvigionamento di petrolio alle raffinerie del Texas, nel tentativo di contribuire a ridurre i prezzi dei carburanti.
In questo contesto, grandi intermediari del mercato petrolifero come Trafigura stanno già valutando come riprendere gli acquisti e le forniture dal Venezuela, mentre Repsol potrebbe sfruttare la propria presenza preesistente nel paese per anticipare i concorrenti statunitensi.
Lo scenario resta comunque segnato da un’elevata incertezza politica, con la presenza di gruppi paramilitari e tensioni regionali, oltre alla vigilanza degli Stati Uniti affinché i rivali geopolitici non rafforzino la loro influenza sull’industria petrolifera venezuelana.
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