Il quadro tracciato da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ruota attorno a due fronti: la crisi dello Stretto di Hormuz e lo stop al gas russo dall’inizio del prossimo anno. Nella sua audizione alla commissione Attività produttive della Camera di giovedì 16 luglio, il manager ha descritto un mercato energetico europeo entrato in una fase nuova, in cui la vecchia architettura degli approvvigionamenti fondata su Russia e Medio Oriente appare ormai erosa.
Il petrolio resta un tema, ma non è il punto più fragile. Il greggio, pur tra difficoltà e volumi ridotti, può in parte trovare vie alternative. Il nodo più delicato riguarda, invece, gas, gasolio, jet fuel e prodotti raffinati, che risentono molto di più del blocco e della minore capacità europea di trasformare il crudo in carburanti. Qui si vede la debolezza accumulata negli anni: l’Europa ha ridotto una quota rilevante della propria capacità di raffinazione e oggi dipende maggiormente dalle importazioni proprio nei segmenti più sensibili.
Il primo allarme riguarda Hormuz, che secondo Descalzi modifica il quadro non solo per l’Europa ma a livello globale. La crisi nel Golfo non pesa soltanto sulle quantità disponibili, ma anche sul rischio percepito dell’area, con possibili effetti su costi finanziari, assicurazioni e investimenti. Anche quando la tensione dovesse rientrare, il mercato potrebbe non tornare rapidamente alle condizioni precedenti.
Il secondo fronte è il gas russo. Da gennaio 2027 è atteso lo stop completo alle forniture verso l’Europa, un passaggio che si innesta su una situazione di stoccaggi non uniforme. L’Italia viene indicata in una posizione relativamente più solida, con livelli intorno al 71-72% e l’obiettivo di arrivare vicino al 90%, ma altri Paesi europei risultano molto più indietro, nell’area del 40-46%. In un mercato integrato, questa fragilità può comunque riflettersi anche sui prezzi italiani.
La questione dei prodotti raffinati è centrale. Il jet fuel è uno dei casi più esposti: l’Italia ha bisogno di circa 5 milioni di tonnellate e ne importa una parte rilevante. Il problema non è solo congiunturale, perché nasce anche dalle scelte industriali europee degli ultimi anni. Meno raffinazione significa più dipendenza dall’estero proprio quando le rotte internazionali diventano instabili.
Descalzi ha inoltre criticato l’Europa, accusata di avere indebolito il settore e di spingere le imprese fuori dal Continente. Allo stesso tempo ha rivendicato la linea di Eni, che punta sulla trasformazione delle attività e sulla riconversione verso la biochimica, escludendo licenziamenti legati ai cambiamenti produttivi.
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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni© Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images




