L’eredità non arriva sempre alla fine di una vita. Sempre più spesso il passaggio di ricchezza familiare prende forma prima: aiuti per acquistare casa, sostegno agli studi, capitale per investire, risorse trasferite quando i figli sono ancora giovani e stanno costruendo il proprio percorso economico. È qui che si gioca una parte decisiva del rapporto tra nuove generazioni e patrimonio.
Una ricerca pubblicata nel gennaio 2026 dal Centre for Economic Behaviour and Inequality dell’Università di Copenaghen mostra che i trasferimenti patrimoniali effettuati dai genitori quando i figli sono ancora giovani possono influenzarne a lungo le scelte finanziarie, gli investimenti e la capacità di accumulare ricchezza. Lo studio, basato sui registri amministrativi danesi, rileva inoltre che questi trasferimenti sono fortemente concentrati nelle famiglie più abbienti, contribuendo alla persistenza delle disuguaglianze tra generazioni.
Il punto non è soltanto quanto denaro passi da una generazione all’altra. Conta anche quando arriva. Ricevere un sostegno economico nella fase iniziale della vita adulta può incidere sulle opportunità successive, rafforzare la capacità di investimento e ridurre la dipendenza dal solo reddito corrente. Al contrario, chi non può contare su una rete patrimoniale familiare resta più esposto alla difficoltà di risparmiare e costruire capitale.
Quando l’eredità ai figli arriva troppo presto
La ricerca sposta il dibattito dall’idea tradizionale di eredità come evento tardivo a una visione più ampia del trasferimento patrimoniale. La ricchezza familiare non entra in gioco solo quando viene aperta una successione, ma può agire molto prima, accompagnando le scelte economiche dei figli negli anni in cui si definiscono traiettorie professionali, abitative e finanziarie.
È una differenza cruciale. Un trasferimento ricevuto presto può cambiare il modo in cui una persona investe, pianifica e accumula. Non perché garantisca automaticamente successo economico, ma perché offre margini di manovra maggiori: più tempo per far crescere il capitale, più possibilità di assumere decisioni di lungo periodo, minore pressione sulle entrate immediate.
In questo senso, il patrimonio familiare diventa un acceleratore. Non sostituisce competenze, reddito o capacità individuali, ma può amplificarne gli effetti. Ed è proprio questo meccanismo a rendere il tema rilevante non solo per la gestione delle eredità, ma anche per l’analisi delle disuguaglianze.
Il dato più sensibile della ricerca di Copenaghen riguarda la concentrazione dei trasferimenti nelle famiglie più abbienti. Se le risorse arrivano soprattutto a chi parte già da una posizione favorevole, il patrimonio tende a rafforzare le distanze iniziali. La famiglia di origine diventa così un fattore sempre più importante nella capacità di costruire ricchezza.
Il rischio non è solo che alcuni giovani ricevano di più. È che ricevano nel momento in cui quel sostegno vale di più. Come già accennato, una somma trasferita all’inizio della vita adulta può pesare sulle scelte di investimento, sulla possibilità di accumulare capitale e sulla stabilità finanziaria futura. La stessa cifra, ricevuta molti anni dopo, può avere effetti diversi.
Il vecchio mito della terza generazione
In questo quadro, la cosiddetta “maledizione della terza generazione” resta un riferimento utile, ma non può essere un luogo comune. La statistica secondo cui il 70% delle famiglie perderebbe il controllo della ricchezza entro la seconda generazione e il 90% entro la terza è molto citata nel wealth management, ma viene discussa per la fragilità delle sue basi. Secondo Jim Grubman, consulente specializzato in patrimoni familiari, gran parte delle evidenze sulla perdita di ricchezza tra generazioni deriverebbe da un unico studio del 1987, considerato debole sotto il profilo metodologico.
Il tema, quindi, non è stabilire se i giovani eredi siano destinati a disperdere ciò che ricevono. La questione più attuale è capire come la ricchezza trasferita in anticipo influenzi comportamenti, opportunità e divari. La vera sfida non riguarda solo la conservazione del patrimonio familiare, ma il modo in cui quel patrimonio entra nella vita economica delle nuove generazioni.
Per questo il passaggio di ricchezza non può essere letto soltanto come fortuna privata. È anche una responsabilità: per chi trasferisce, per chi riceve e per un sistema economico in cui il punto di partenza familiare può pesare sempre di più sulle possibilità future. La domanda non è più solo se l’eredità durerà tre generazioni, ma quanto inciderà sulle opportunità della prossima.
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