Per oltre 30 anni il nucleare è stato il grande assente del dibattito energetico italiano. Dopo il referendum del 1987, celebrato sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e quello del 2011, tenutosi pochi mesi dopo l’incidente di Fukushima, l’atomo sembrava definitivamente archiviato. Oggi, però, lo scenario è cambiato. La guerra in Ucraina, la crisi del gas russo, l’impennata dei prezzi dell’energia e la necessità di accelerare la decarbonizzazione stanno riportando il nucleare al centro delle strategie energetiche di numerosi Paesi occidentali. Così anche in Italia il tema è tornato nell’agenda politica e industriale.
Il governo ha riaperto il confronto sul cosiddetto “nuovo nucleare”, con particolare attenzione ai reattori modulari di piccola taglia (Smr) e alle tecnologie avanzate che promettono maggiore sicurezza, costi più contenuti e tempi di costruzione inferiori. Ma il ritorno dell’atomo solleva interrogativi che vanno ben oltre la semplice scelta tecnologica. Si tratta di una decisione destinata a incidere sulla competitività del sistema produttivo, sulla sicurezza energetica nazionale, sugli equilibri geopolitici europei e sulla capacità dell’Italia di ritagliarsi un ruolo nella nuova economia della transizione energetica.
La prima domanda riguarda il perché di questo ritorno. Per anni il dibattito pubblico ha contrapposto nucleare e rinnovabili come se fossero alternative incompatibili. Oggi la maggior parte degli analisti ritiene che il tema vada affrontato in termini diversi. Le fonti rinnovabili rappresentano il pilastro della decarbonizzazione, ma la loro natura intermittente pone sfide importanti. Il sole non splende sempre e il vento non soffia con regolarità. Accumulare grandi quantità di energia attraverso batterie o altre tecnologie è possibile, ma richiede investimenti enormi e non sempre risolve il problema della continuità della produzione.
In questo contesto il nucleare viene considerato da molti governi come una fonte programmabile e a basse emissioni di carbonio capace di garantire stabilità alla rete elettrica. Non a caso Paesi come Francia, Regno Unito, Polonia, Repubblica Ceca, Finlandia e Svezia stanno investendo nella costruzione di nuovi impianti o nell’estensione della vita operativa di quelli esistenti. Perfino nazioni tradizionalmente prudenti sul tema stanno rivalutando il contributo dell’energia atomica nel raggiungimento degli obiettivi climatici.

Il governo italiano ha riaperto il confronto sul cosiddetto “nuovo nucleare”, con particolare attenzione ai reattori modulari di piccola taglia (Smr) | Foto © Getty Images
Per l’Italia la questione assume una dimensione particolare. Il Paese importa circa tre quarti dell’energia che consuma e rimane fortemente dipendente dalle forniture estere di gas naturale. Questa dipendenza ha un costo economico e strategico. La crisi energetica esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato quanto sia rischioso affidarsi a pochi fornitori e quanto la sicurezza energetica sia diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale. Il nucleare viene dunque presentato come uno strumento per ridurre la dipendenza energetica dall’estero. Tuttavia, sarebbe illusorio pensare che possa rappresentare una soluzione immediata. Anche ipotizzando una rapida approvazione normativa, i tempi necessari per progettare, autorizzare e costruire nuovi impianti si misurano in anni, se non in decenni. Per questo motivo il nucleare non può essere considerato una risposta all’emergenza energetica del presente, ma piuttosto una scelta strategica per il medio e lungo periodo.
La vera sfida riguarda la costruzione di una filiera industriale nazionale. L’Italia ha abbandonato la produzione nucleare, ma non ha completamente perso il proprio patrimonio di competenze. Numerose aziende italiane operano ancora oggi nella fornitura di componenti, servizi ingegneristici e tecnologie per impianti nucleari all’estero. Gruppi industriali, università e centri di ricerca mantengono know-how di alto livello riconosciuto a livello internazionale. Il ritorno dell’atomo potrebbe quindi trasformarsi in un’opportunità industriale. Secondo molti osservatori, il valore economico non risiederebbe soltanto nella produzione di energia, ma nella capacità di partecipare a una filiera globale destinata a crescere nei prossimi decenni. Progettazione, costruzione di componenti avanzati, sistemi digitali di controllo, cybersecurity, manutenzione e gestione degli impianti rappresentano segmenti di mercato ad alto valore aggiunto nei quali l’industria italiana potrebbe giocare un ruolo significativo.
Per cogliere questa opportunità, però, sarà necessario affrontare un altro problema: la formazione delle competenze. Dopo decenni di assenza dal settore, il numero di tecnici, ingegneri nucleari e specialisti disponibili sul mercato italiano è inevitabilmente limitato. Università, istituti tecnici e imprese dovranno investire nella creazione di nuovi percorsi formativi per evitare che la mancanza di professionalità qualificate diventi un collo di bottiglia. C’è poi il tema degli investimenti. Il nucleare richiede capitali enormi e tempi di ritorno molto lunghi. In tutta Europa uno dei principali ostacoli alla realizzazione di nuovi impianti riguarda proprio la sostenibilità economica dei progetti. Gli investitori chiedono certezze regolatorie, procedure autorizzative chiare e meccanismi che riducano il rischio finanziario. Senza un quadro stabile e prevedibile difficilmente il settore privato sarà disposto a impegnare risorse significative.
Chi è fuori
- GERMANIA
Ultimo reattore chiuso nell’aprile 2023; punta tutto sulle rinnovabili, gestendo le criticità di stabilità di rete. Guida, con l’Austria, il blocco anti-nucleare in sede Ue. - ITALIA
Nessuna centrale attiva dal 1990; dal 2023 esiste la Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile; le proiezioni del Mase indicano che il nuovo nucleare potrebbe coprire tra l’11% e il 22% della domanda elettrica nazionale entro il 2050, se tutto andrà secondo programma. - SPAGNA
Piano di abbandono in corso, ma oggetto di forti controversie interne e di petizioni al Parlamento europeo da parte di organizzazioni pro-nucleare.
Il fronte istituzionale
La Commissione, con la presidente Ursula von der Leyen, ha definito un “errore strategico” l’uscita di alcuni Paesi dal nucleare e ha lanciato una garanzia di 200 milioni di euro (fino al 2028) a supporto degli investimenti Smr, nel quadro dell’Alleanza industriale europea sui SMR (2024). Il fronte pro-nucleare in sede europea è guidato da Francia, Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria; quello anti-nucleare da Germania e Austria. Una frattura che condiziona ogni tentativo di tassonomia verde comune. Solo Francia, Germania e Paesi Bassi hanno impianti di arricchimento dell’uranio nell’Ue (capacità totale: 16.000 tSWU): un collo di bottiglia strategico che pesa su qualunque Paese, Italia compresa, voglia rientrare nel settore.
Questo aspetto conduce a una delle questioni più delicate: il consenso sociale. Il nucleare continua a dividere l’opinione pubblica. Le preoccupazioni legate alla sicurezza degli impianti, ai rischi di incidenti e alla gestione delle scorie radioattive restano forti. Anche se le tecnologie moderne offrono standard di sicurezza molto più elevati rispetto al passato, il problema della percezione pubblica rimane centrale. La questione delle scorie è probabilmente quella che più di ogni altra condiziona il dibattito. Nessun Paese ha ancora trovato una soluzione universalmente accettata per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi ad alta attività. La gestione del combustibile esaurito richiede strutture dedicate, controlli rigorosi e una pianificazione che si estende per decenni. In Italia, dove il percorso per individuare un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi procede con lentezza, questo tema assume un peso ancora maggiore.

Anche la Germania ha ormai dismesso le sue centrali, l’ultima nel 2023 (Foto © Getty Images)
Ma il ritorno del nucleare non può essere analizzato solo in una prospettiva nazionale. La crisi energetica degli ultimi anni ha dimostrato che l’energia è ormai una questione europea. Le reti elettriche sono interconnesse, i mercati integrati e le decisioni prese in un Paese producono effetti sugli altri. La stessa Italia importa regolarmente elettricità dalla Francia, una quota significativa della quale è prodotta proprio da centrali nucleari. Per questo motivo cresce il dibattito sulla necessità di una politica energetica comune europea. Oggi l’Unione Europea dispone di obiettivi condivisi in materia climatica, ma le scelte relative al mix energetico restano in gran parte nazionali. Il risultato è una frammentazione che spesso riduce l’efficacia degli investimenti e aumenta i costi complessivi della transizione. Una strategia europea più coordinata potrebbe favorire economie di scala, accelerare lo sviluppo delle infrastrutture transfrontaliere e rafforzare la sicurezza energetica del continente. Potrebbe inoltre consentire una migliore integrazione tra nucleare e fonti rinnovabili. Sempre più esperti ritengono infatti che la sfida non sia scegliere tra le due tecnologie, ma costruire un sistema in cui possano operare in modo complementare.
Le rinnovabili continueranno a rappresentare il motore principale della transizione energetica grazie alla riduzione dei costi e alla rapidità di installazione. Il nucleare potrebbe contribuire a garantire continuità e stabilità nei momenti in cui la produzione da sole e vento non è sufficiente. In questa prospettiva, il futuro energetico europeo potrebbe essere caratterizzato da una combinazione di fonti diverse, integrate da reti intelligenti, sistemi di accumulo e interconnessioni sempre più avanzate. L’Italia si trova quindi davanti a una scelta che va oltre la costruzione di qualche centrale. Il vero interrogativo riguarda il modello di sviluppo energetico e industriale che il Paese intende adottare. Il ritorno del nucleare potrebbe essere un’occasione per rilanciare investimenti, innovazione e occupazione qualificata. Ma potrebbe anche rivelarsi un percorso lungo e complesso, condizionato da costi elevati, ostacoli burocratici e resistenze sociali.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di settembre 2026, scarica il numero o abbonati qui
© Riproduzione riservata
La centrale nucleare dismessa Enrico Fermi di Trino© Getty Images






