L’Europa rischia di subire tassi d’interesse sempre più determinati dai mercati globali senza beneficiare di una crescita sufficiente a sostenerli. È il nodo posto da Mario Draghi alla Karl Brunner Distinguished Lecture di Zurigo, dove l’ex presidente della Bce ha indicato nella crescita la principale leva ancora nelle mani dei governi europei: «L’Europa importa integralmente l’aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita».
Il problema è particolarmente rilevante per i conti pubblici. Se il costo del debito supera la crescita dell’economia, il rapporto debito/Pil aumenta automaticamente in assenza di avanzi primari. Se i governi finanziassero l’aumento della spesa senza risanamento o riforme, il rapporto medio europeo potrebbe raggiungere il 130% entro il 2040, salendo al 155% se ponderato per le dimensioni delle economie.
Più integrazione per sostenere crescita e debito
Il consolidamento dei conti, secondo l’ex premier, resta inevitabile, ma affidarsi soltanto a tagli alla spesa e aumenti delle imposte difficilmente sarebbe sufficiente. Mezzo punto percentuale di crescita aggiuntiva ogni anno fino al 2040, destinando una parte delle maggiori entrate al risanamento, permetterebbe di coprire circa un terzo del percorso necessario per riportare il debito su una traiettoria sostenibile.
La distanza con gli Stati Uniti è, forse, il problema principale: dal 2019 la produttività è aumentata dello 0,3% l’anno nell’Eurozona contro l’1,8% negli Usa. Per Draghi, le sole riforme nazionali non possono più fornire la scala necessaria agli investimenti tecnologici. La risposta passa quindi dal completamento del mercato unico, dall’integrazione dei mercati dei capitali e da riforme europee capaci di sostenere investimenti comuni. «Delle due forze che determinano il debito, il tasso di interesse è sempre più fissato al di fuori dell’Europa. La crescita è l’unica che l’Europa può ancora influenzare».
+Il video dell’intervento di Mario Draghi+
Per l’AI europea 100 miliardi pubblici
L’intelligenza artificiale è uno dei terreni su cui Draghi chiede all’Europa di cambiare passo. L’Ue dispone oggi di meno del 5% della capacità mondiale di calcolo destinata all’AI; portarla al 15% entro il 2030 richiederebbe circa 1.300 miliardi di investimenti.
La quota pubblica necessaria per ridurre il rischio dell’investimento è stimata in circa 100 miliardi di euro, una cifra che Draghi considera candidata a essere finanziata attraverso il bilancio europeo e che equivarrebbe a circa il 5% del prossimo budget Ue. Secondo l’ex presidente della Bce, una rapida adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori nel prossimo decennio, mentre le riforme interne e del mercato unico potrebbero contribuire per circa un altro mezzo punto all’anno.
Sul fronte monetario, la priorità resta il controllo dell’inflazione, ma la banca centrale europea dovrebbe evitare che i tassi «superino il livello necessario per stabilizzare l’inflazione nel medio termine». L’aumento dei tassi a breve atteso dalla fine dello scorso anno potrebbe sottrarre complessivamente 1,1-1,3 punti percentuali di crescita tra il 2026 e il 2028, senza considerare l’ulteriore rialzo delle aspettative registrato da metà agosto. Per Draghi, il compito di sostenere la crescita non può quindi ricadere sulla sola politica monetaria. «La crescita dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi», attraverso un livello maggiore di integrazione europea e investimenti capaci di aumentare la produttività.
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