Fin dalla sua nascita, l’architettura dell’Unione europea ha incarnato la convinzione che un ordine internazionale fondato sul diritto e su istituzioni credibili potesse favorire pace e prosperità. Oggi, però, quell’ordine è defunto. È da questa constatazione che prende avvio il discorso pronunciato da Mario Draghi all’Università di Lovanio, dove ha ricevuto la laurea honoris causa per il suo contributo al processo di integrazione economica e monetaria europea.
Per l’ex presidente della Banca centrale europea, il fallimento dell’ordine globale non deriva da un’illusione originaria. Al contrario, quel sistema ha prodotto benefici reali e ampiamente condivisi: per gli Stati Uniti, attraverso un’influenza incontestata; per l’Europa, grazie a una profonda integrazione commerciale e a una stabilità senza precedenti; per i Paesi in via di sviluppo, consentendo a miliardi di persone di uscire dalla povertà. Il limite, sottolinea Draghi, sta in ciò che quell’ordine non è riuscito a correggere.
Il punto di rottura tra commercio e sicurezza
La frattura emerge con l’ingresso della Cina nel sistema multilaterale. Da quel momento, i confini tra commercio e sicurezza iniziano a divergere. Il principio del vantaggio comparato lascia spazio a strategie mercantilistiche orientate al vantaggio assoluto, che impongono ad altri la deindustrializzazione e distribuiscono in modo diseguale i benefici della globalizzazione.
Allo stesso tempo, l’interdipendenza economica si trasforma da fattore di stabilità in strumento di pressione. La governance multilaterale non disponeva dei meccanismi necessari per affrontare questi squilibri e la fiducia nei benefici reciproci del commercio rendeva impensabile l’uso della dipendenza come arma politica.
La vera minaccia per l’Unione europea
Secondo Draghi, la minaccia non è il crollo dell’ordine globale in sé. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa potrebbe adattarsi. Il pericolo è ciò che sta prendendo il suo posto.
Da un lato ci sono gli Stati Uniti, che enfatizzano i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti, impongono dazi all’Europa e considerano la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi. Dall’altro una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva.
Il rischio è che l’Europa diventi subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto nello stesso tempo. E un’Europa che non è in grado di difendere i propri interessi, avverte Draghi, non potrà preservare a lungo i propri valori.
Il discorso individua una linea di demarcazione netta. Laddove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico e sulla politica monetaria – è rispettata come una potenza e negozia come un soggetto unitario.
Dove non lo ha fatto, come nella difesa, nella politica industriale e negli affari esteri, viene trattata come un’assemblea fluida di Stati di medie dimensioni, facilmente divisibile. La logica confederale, insiste Draghi, non produce potere.
L’Europa al bivio
Presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi europei non si configura nemmeno come una media potenza. Collettivamente, però, l’Unione dispone di scala, ricchezza, cultura politica e di decenni di costruzione istituzionale.
Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una potenza autentica. Il passaggio decisivo è dalla confederazione alla federazione, non come atto ideologico, ma come percorso pragmatico.
L’unità, conclude Draghi, non precede l’azione: nasce dalle decisioni condivise e dalla solidarietà che esse generano. È su questo crinale che l’Europa si trova oggi: restare un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere il passo necessario per diventare qualcosa di più.
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