La saga dei dazi non è ancora finita, nemmeno dopo che Trump, in seguito alla bocciatura da parte della Corte Suprema, ha subito rilanciato con nuove tariffe globali. A dire verità, dopo il terrore iniziale, le imprese hanno fatto quello che sanno fare meglio: adattarsi. Ma la traiettoria non è lineare. I numeri relativi a novembre 2025 – diffusi con 43 giorni di ritardo a causa del blocco delle attività governative – raccontavano una fase di apparente assestamento nella guerra commerciale. Le importazioni negli Stati Uniti erano cresciute del 5%, arrivando a 348,9 miliardi di dollari. Le esportazioni, invece, erano scese del 3,6%, fermandosi a 292,1 miliardi. Il saldo commerciale si ampliava, ma il punto centrale non era solo contabile. Era strategico. Poi, però, il quadro torna a incrinarsi.
I dati più recenti certificati da Istat segnalano invece a gennaio un nuovo peggioramento: l’export registra un calo del 6,7%, riportando in primo piano l’impatto negativo dei dazi e riaccendendo l’incertezza sulle prospettive. Un andamento altalenante che disorienta imprese e mercati: prima la paura, poi l’adattamento, ora di nuovo segnali di fragilità. Il dato sulle importazioni americane sorprende solo chi ha letto la stagione dei dazi come una chiusura netta dei mercati.
In realtà, le catene globali del valore sono strutture elastiche: non si spezzano facilmente, si riconfigurano. Gli importatori statunitensi, usciti dalla fase di incertezza dei primi mesi della guerra commerciale, avevano progressivamente ripreso a ordinare merci, soprattutto in comparti ad alto contenuto tecnologico. Forti aumenti si registravano nelle importazioni di computer, microchip e farmaci. Non si tratta di beni sostituibili nel breve periodo. La corsa alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale, alla difesa cibernetica e alla transizione energetica impone forniture continue di componenti sofisticati. Se la produzione domestica non è ancora in grado di garantire qualità, volumi e varietà adeguati, il mercato si rivolge all’estero, anche pagando un premio tariffario. In questo senso, i dazi non hanno bloccato la domanda: l’hanno resa più costosa. Ma finché la domanda interna resta robusta, le importazioni seguono. La dinamica dei consumi e degli investimenti tecnologici ha prevalso sulla logica protezionista.
Perché le esportazioni calano
Il calo del 3,6% delle esportazioni americane segnalava già una fragilità. Le tensioni commerciali hanno innescato misure ritorsive, mentre l’apprezzamento del dollaro in alcuni periodi ha ridotto la competitività dei prodotti statunitensi. A questo si aggiunge una crescente regionalizzazione degli scambi: molte economie stanno rafforzando accordi bilaterali o multilaterali che escludono, almeno in parte, Washington. Oggi, con il -6,7% registrato dall’export italiano a gennaio, il segnale si fa più netto: la fase di adattamento non ha eliminato le vulnerabilità, le ha solo spostate. E la volatilità dei dati rende difficile distinguere un semplice rallentamento ciclico da un cambiamento strutturale.
La vera notizia resta la rapidità di adattamento delle imprese. Di fronte ai dazi, le aziende hanno diversificato i fornitori, spostando quote di produzione dalla Cina verso altri Paesi asiatici o latinoamericani. Le supply chain si sono accorciate in alcuni casi, ma soprattutto si sono moltiplicate. Non più un unico hub dominante, bensì una rete di poli alternativi. Parallelamente, molte imprese hanno accelerato investimenti in automazione e ricerca, scommettendo sullo sviluppo tecnologico per compensare l’aumento dei costi. È una risposta tipica delle economie avanzate: se il commercio si complica, si punta su innovazione e produttività.
Ma i dati più recenti suggeriscono che questo sforzo non è ancora sufficiente a stabilizzare gli scambi. Il trend indica anche un dato scomodo per la retorica del buy national: qualità e varietà di molti prodotti stranieri continuano a prevalere sulla produzione interna. La competizione globale resta un fattore decisivo di efficienza.

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Geografie variabili: chi tiene e chi no
In questo contesto incerto, emergono andamenti differenziati. Tengono – e in alcuni casi crescono – i flussi verso mercati come Cina, Svizzera e Austria, che continuano a rappresentare sbocchi solidi per le esportazioni. Al contrario, si indebolisce la dinamica complessiva nell’Unione europea, dove la bilancia commerciale mostra segnali negativi.
Non a caso, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen sta accelerando sul fronte degli accordi commerciali, firmando anche un’intesa con l’Australia per diversificare mercati e catene di approvvigionamento. In un mondo più frammentato, gli accordi tornano a essere strumenti geopolitici oltre che economici.
Gli scenari possibili
Cosa accadrà ora è tutt’altro che chiaro. Tre variabili restano decisive. Primo: l’evoluzione della politica commerciale americana. Un’ulteriore escalation tariffaria potrebbe incentivare il reshoring, ma con costi significativi per imprese e consumatori. Secondo: la coerenza della politica industriale, che richiede tempo e capitale per produrre effetti. Terzo: la capacità degli altri blocchi economici di stringere nuove alleanze e aprire canali alternativi.
A queste si aggiunge una quarta variabile, spesso sottovalutata ma sempre più centrale: la volatilità macroeconomica. Tassi di interesse elevati, oscillazioni valutarie e rallentamento della domanda globale possono amplificare o attenuare l’impatto dei dazi. Un dollaro forte, ad esempio, continua a penalizzare le esportazioni americane, mentre un euro debole può offrire un vantaggio competitivo temporaneo alle imprese europee, senza però risolvere i nodi strutturali.
Un altro elemento chiave sarà la tenuta delle catene globali del valore nella loro nuova configurazione “ridondante”. La moltiplicazione dei fornitori riduce il rischio geopolitico, ma aumenta i costi operativi e la complessità logistica. In uno scenario di crescita debole, questa maggiore complessità potrebbe trasformarsi in un fattore di fragilità, soprattutto per le piccole e medie imprese meno attrezzate sul piano finanziario e organizzativo.
Non va poi trascurato il ruolo della tecnologia. L’intelligenza artificiale, l’automazione avanzata e la digitalizzazione delle supply chain potrebbero accelerare una selezione naturale tra imprese: chi riesce a integrare innovazione e gestione del rischio potrà assorbire meglio gli shock commerciali; chi resta indietro rischia di essere espulso dalle catene globali. Infine, pesa l’incognita politica. Le elezioni nei principali Paesi industrializzati e l’evoluzione dei rapporti tra grandi potenze – Stati Uniti, Cina ed Europa – possono cambiare rapidamente il quadro regolatorio.
In questo contesto, anche decisioni apparentemente tecniche, come standard, sussidi o controlli sugli investimenti, diventano strumenti di competizione strategica. È su questo intreccio di fattori che si gioca la partita. In un contesto di dati altalenanti, la differenza la farà la capacità di costruire reti commerciali resilienti, non solo efficienti.
Oltre la guerra dei dazi
La stagione dei dazi non ha prodotto un collasso del commercio mondiale. Ha accelerato una trasformazione più complessa e meno lineare di quanto si pensasse pochi mesi fa. Le imprese hanno dimostrato che la globalizzazione non è un interruttore che si spegne con un decreto. Ma i numeri recenti ricordano che non è neppure un meccanismo stabile. Prima lo shock, poi l’adattamento, ora di nuovo l’incertezza. Il commercio globale non arretra: oscilla, si riorganizza, ma resta esposto a scosse politiche e valutarie. E chi saprà leggere per tempo questa volatilità – investendo in qualità, resilienza e alleanze – avrà un vantaggio competitivo nella nuova geografia dell’economia mondiale.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di aprile 2026, scarica il numero o abbonati qui
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