Ci sono settori economici del nostro Paese che, più di altre, stanno vivendo un periodo di forte crisi. Negli ultimi 10 anni, per esempio, le chiusure dei bar hanno interessato oltre 21 mila realtà e, nel solo primo semestre dell’anno, il saldo tra aperture e chiusure è stato negativo per 706 unità.
Si tratta di numeri che denotano un malessere e un tasso di sopravvivenza delle imprese che a cinque anni dall’apertura è del 53%. A sollevare il problema è stata FIPE-Confcommercio nell’ambito di HOST, la fiera internazionale dell’accoglienza e della ristorazione in corso a Milano, durante la quale si sono confrontati il presidente di Fipe, Lino Enrico Stoppani, e quello di Illycaffè, Andrea Illy.
Riuscire a essere forti sul piano della sostenibilità economica e rispettare gli elevati standard di servizio sta diventando sempre più difficile per un comparto del fuoricasa che conta quasi 128 mila imprese e occupa 400 mila addetti ai lavori. Nel dettaglio 285 mila sono dipendenti, di questi il 58,9% sono donne e conta più di 20 miliardi di euro di consumi.
Un equilibrio precario fra ricavi e costi
Le chiusure dei bar sottolineano un comparto in grande difficoltà. I numeri sul turnover, pur depurati da alcuni aggiustamenti amministrativi, sottolinea Fipe, rappresentano la spia di una crisi che da anni vive il questa tipologia di attività nel nostro Paese. Sono lavori che si scontrano ogni giorno con i tentativi, a volte vani, di trovare una compatibilità economica tra ricavi e costi per un servizio che resta unico in termini di prossimità e accessibilità.
La questione, quindi, riguarda il sistema. Il bar infatti non è soltanto un’attività economica, ma un presidio di socialità e di identità dell’Italian lifestyle. Fa parte del Made in Italy, se si considera che alcuni modelli sono soltanto italiani ed è qualcosa che va oltre al semplice caffè: è un luogo che rappresenta, a più livelli, una società intera.
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