Brics+, da acronimo a potenza globale: il blocco che sfida il G7

Mentre le economie “sviluppate” versano in evidenti difficoltà, i Paesi emergenti mostrano conti in ordine, trend demografici positivi ed economie in forte crescita. Se le nazioni che ne fanno parte riusciranno a costruire una sfera commerciale alternativa e credibile, l’Occidente rischia di perdere centralità. Vediamo come e perché

I capi di governo dei cinque Paesi Brics “originari”. Da sinistra: Vladimir Putin (Russia), Narendra Damodardas Modi (India), Xi Jinping (Cina), Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile) e Cyril Ramaphosa (Sudafrica)

Il libero scambio è la nuova bandiera del Sud del mondo contro il protezionismo dell’Occidente. Uno dei tanti paradossi che stiamo vivendo oggi. C’è tanto laissez faire di facciata alla base del disegno economico e istituzionale per la riscossa dei Brics, il blocco dei Paesi emergenti che vogliono affrancarsi dall’egemonia americana e occidentale. Un gruppo che vede in testa la Cina assieme a Brasile, India, Russia e Sudafrica, cui si sono aggiunte negli ultimi due anni Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia.

I Brics navigano controvento rispetto alla de-globalizzazione, che soffia imperterrita dalla crisi del 2008 spingendo le principali economie del mondo a chiudersi. Una prospettiva che non piace alla Cina, che vive di export, e agli altri Paesi emergenti che vedono ora nel libero scambio la principale leva di emancipazione dai regimi protezionistici occidentali. Se prima era il motore della spinta alla diffusione dei valori dell’Occidente, in primis della democrazia, oggi la globalizzazione si è trasformata nell’uovo di Colombo per l’affermazione di quell’ordine mondiale multipolare che piace tanto al presidente russo Vladimir Putin e al presidente cinese XiJinping.

L’origine dei Brics

Nato più di vent’anni fa come un acronimo, coniato dalle élite finanziarie anglosassoni per designare le principali economie emergenti, quelle sufficientemente grandi e con capacità di ridisegnare gli assetti globali, Brics ha preso vita 16 anni fa e si è affermato negli anni successivi come l’alter ego del G7: una piattaforma diplomatica per il blocco emergente, con tanto di incontri annuali – il primo a Ekaterinburg, nel giugno 2009, quando presidente della Russia era Dmitrij Medvedev.

Negli ultimi anni Brics ha preso coscienza della possibilità di creare un’infrastruttura commerciale reale, con rotte, sistemi finanziari, valute e tecnologie condivise. Il suo successo dipenderà da come i Paesi membri sapranno gestire le contraddizioni interne, resistere alle pressioni esterne e trovare la coesione necessaria per trasformare il Sud del mondo in una struttura credibile e sostenibile.

Il braccio di ferro Usa-Cina, insieme al conflitto russo-ucraino e in Medio Oriente, offrirà al fronte meridionale opportunità ma anche rischi notevoli: i giochi sono ancora aperti. Di certo c’è che questi Paesi non sembrano disposti più a restare ai margini.

Scacchiere mondiale in evoluzione

Negli ultimi mesi il blocco emergente ha assunto un ruolo sempre più di peso nello scacchiere geopolitico mondiale. Il raggruppamento è diventato informalmente Brics+ nel 2024 con l’adesione di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. L’Indonesia, il più grande Paese del Sud-Est asiatico, ha fatto il suo ingresso quest’anno.

Brics si sta facendo interprete di un’agenda commerciale più aperta, in contrapposizione alle politiche protezionistiche lanciate dagli Stati Uniti e, in risposta, dai suoi alleati occidentali. Negli ultimi mesi ha continuato ad attrarre quei Paesi emergenti e in via di sviluppo che stanno uscendo dall’orbita esclusiva delle economie occidentali. Così è stata concessa un’adesione di secondo livello ai Brics+ anche a Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam.

L’Arabia Saudita non è ufficialmente entrata a far parte del blocco, ma partecipa come nazione invitata; l’ingresso dell’Argentina è stato invece bloccato dal presidente filo-occidentale Javier Milei. Che siano i Brics i nuovi paladini del commercio globale lo si è capito dalle parole che il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato durante un vertice in videoconferenza, lo scorso settembre, tra i Paesi che compongono il raggruppamento.

«Dobbiamo difendere il sistema commerciale multilaterale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio come nucleo e resistere a tutte le forme di protezionismo», ha dichiarato. La riscoperta cinese del libero scambio come strumento di emancipazione economica è alimentata da una convergenza di fattori geopolitici ed economici: la necessità di reagire a misure unilaterali che minacciano catene globali del valore, ma anche di diversificare le rotte commerciali, oltre alla volontà di sganciarsi dal dollaro come valuta di riferimento globale e allo sviluppo geometrico del blocco emergente. Sullo sfondo, restano poi le tensioni Usa-Cina e i conflitti in Ucraina e in medio oriente, che ridefiniscono alleanze, rischi e prospettive per i Paesi del Sud.

La risposta dell’Occidente

Il 2025 rappresenta un anno simbolico per il blocco dei Paesi emergenti: l’ammissione dell’Indonesia come membro a pieno titolo e l’ingresso di molti stati come partner confermano la forte attrattiva del modello Brics nella regione del Sud-Est asiatico, composto da economie sempre più integrate nelle catene produttive globali e in cerca di un “rifugio istituzionale” che non sia subordinato alle pressioni politiche del blocco occidentale. Nella visione cinese, e anche russa, l’espansione dei Brics serve a consolidare un “ordine multipolare”, in cui il cosiddetto Sud globale sia un protagonista attivo.

L’allargamento degli ultimi anni sta rendendo il gruppo più rappresentativo e legittimo nel rivendicare diritti commerciali e di governance globale. Con l’ampliamento, inoltre, questi Paesi acquisiscono maggiore peso demografico, economico e politico, forte di quasi metà della popolazione mondiale e di una quota significativa del Pil globale.

I dazi di Trump, inoltre, hanno rafforzato lo sviluppo del commercio intra-Brics. Indicatore tra i più eloquenti di questa nuova tendenza è l’istituzione da parte della Cina di un indice commerciale Brics che misura lo sviluppo del commercio con gli altri membri. Presentato nel corso della China International Fair for Investment and Trade, l’indice ha base 100 nel 2009 e nel 2024 ha toccato 301,51, segnalando una robusta crescita strutturale e un miglioramento anche sul fronte dell’innovazione e della potenza commerciale dei singoli Paesi.

Nei primi sei mesi del 2025, secondo quanto riportava l’agenzia russa Tass, gli scambi della Cina con i Brics e i loro partner hanno superato i 855 miliardi di dollari, pari a una crescita annua del 3,9 %, tanto che ormai rappresentano quasi il 28% del commercio estero complessivo del Dragone, segno della centralità acquisita dal blocco nelle strategie commerciali nazionali. Muovere traffici significativi all’interno del blocco permette, infatti, di attenuare la dipendenza dalle esportazioni verso i Paesi occidentali e di creare una rete alternativa per beni, capitali e tecnologie.

Non sorprende che l’ascesa del commercio Sud globale abbia stimolato reazioni nel blocco occidentale. Gli Stati Uniti – sotto l’egida del protezionismo crescente – hanno reagito con misure tariffarie aggressive e minacce dirette. Donald Trump lo scorso 7 luglio, in occasione del 17° incontro dei Brics, a Rio de Janeiro in Brasile, ha evocato tariffe supplementari del 10% verso quei Paesi che «si schierano» o supportano politiche considerate «anti-americane dei Brics», facendo innervosire Luiz Inácio Lula, il presidente brasiliano che ospitava il meeting del blocco.

Lula ha riposto a Trump affermando che «il mondo è cambiato» e di non volere più «imperatori». In questo contesto, la dichiarazione congiunta del summit 2025 ha evidenziato «serie preoccupazioni » per l’aumento dei dazi unilaterali, pur evitando di menzionare direttamente gli Stati Uniti. Più esplicita era stata lo scorso aprile la portavoce del ministero degli esteri russo, che aveva parlato a proposito dei dazi di Trump di «violazione delle regole fondamentali dell’Organizzazione mondiale del commercio».
Dietro lo scontro sui dazi con gli Usa, si celano però frizioni che amplificano la posta in gioco, dai rischi geopolitici connessi ai conflitti Russia-Ucraina e Israele-Hamas-Iran, alla pressione per la de-dollarizzazione delle economie emergenti fino alla competizione tecnologica nel campo dell’AI.

Il ruolo della Cina

L’elemento centrale della rivalità globale oggi è il dominio delle merci, delle tecnologie e delle valute. La Cina, consapevole della fragilità di un ordine mondiale dominato troppo a lungo dal dollaro, punta a costruire alternative concrete.

L’indice commerciale Brics è uno strumento per monitorare e stimolare il commercio intra-blocco. Allo stesso tempo, Pechino chiede ai Paesi del blocco di difendere il commercio multilaterale contro misure unilaterali e clausole protezionistiche, inclusi strumenti ambientali come il Meccanismo di Regolazione del Carbonio imposto dall’Unione Europea. Non a caso, il ministero dell’Industria cinese ha annunciato che intende rafforzare legami industriali in settori strategici (intelligenza artificiale, veicoli elettrici, energie rinnovabili) con i membri Brics, per costruire supply chain alternative.

In questo quadro, la Cina impiega i propri surplus commerciali investendo in infrastrutture, progetti industriali e finanziamenti all’interno del blocco, anziché in attività finanziarie in Occidente, una strategia che permette di agire oltretutto come leva per contenere la vulnerabilità derivante dalle oscillazioni del dollaro.

Criticità, potenzialità e rischi

La guerra in Ucraina ha imposto un nuovo ordine nella geopolitica globale. La Russia, sotto sanzioni occidentali e pressione militare, si è progressivamente rimessa in carreggiata verso i Paesi del Sud, trattando scambi energetici con la Cina, con l’India e con nazioni africane, spesso in valute locali o in metalli preziosi. Questo scambio riduce la zona d’ombra in cui l’Occidente può imporre restrizioni.

Nel contempo, il conflitto accentua la frammentazione degli spazi economici: alcuni Paesi emergenti, come l’India, cercano di evitare di schierarsi apertamente, ma l’attrattiva di un sistema di alleanze che offre mercati alternativi e flussi commerciali protetti è crescente, specialmente per chi è colpito dal rallentamento della domanda occidentale e dalle minacce tariffarie statunitensi. Per il blocco Brics, questo significa anche dover bilanciare le pressioni: molti membri mantengono rapporti diplomatici o commerciali con l’Occidente, e non tutti vogliono esporsi immediatamente a sanzioni secondarie o rappresaglie.

Un blocco in espansione e ambizioso non è poi privo di problemi. Le economie Brics coprono un ampio spettro, da potenze tecnologiche (Cina, India) a Paesi esportatori di materie prime a quelli con strutture produttive più fragili. Conciliare interessi divergenti, insomma, non è semplice. Molti progetti infrastrutturali e commerciali all’interno del blocco sono guidati o finanziati dalla Cina e l’eccessiva influenza di Pechino può causare resistenze o sospetti tra i partner. Il loro modello, che si basa su consenso e scelte multilaterali, manca inoltre di meccanismi vincolanti per garantire discipline commerciali comuni forti. Senza contare che le minacce di dazi, le pressioni diplomatiche e, soprattutto, i vincoli e le capacità finanziarie rappresentano armi di deterrenza che l’Occidente può ancora impugnare con forza.

Infine, la sostituzione del dollaro nelle transazioni internazionali, soprattutto nei mercati delle materie prime, è un’impresa graduale e rischiosa, che richiede fiducia, infrastrutture finanziarie solide e accordi reciproci. L’ascesa del Sud globale come protagonista commerciale pone anche una sfida diretta al modello occidentale. Per l’Europa, che ha interesse a esportare industrialmente e tecnologicamente, questa dinamica significa attenzione crescente verso il rafforzamento delle relazioni con i Paesi emergenti in alternativa alle vecchie rotte. L’Italia e i partner europei potrebbero guardare alla nuova geografia del commercio per diversificare i propri clienti: industrie manifatturiere, energie rinnovabili, agricoltura e cooperative tecnologiche sono ambiti in cui collaborare con i Paesi del Sud. Se i Brics riusciranno a costruire una sfera commerciale alternativa credibile, l’Occidente rischia di perdere centralità. In questo scenario, l’Europa (e l’Italia) potrebbe essere la “terza incomoda” nel grande duello tra Washington e Pechino.


I consigli di Jim O’Neill

Ecco cosa pensa oggi colui che ha coniato l’acronimo di Brics

Jim O’Neill, ex ministro conservatore britannico e per molti anni responsabile dei fondi di investimento di Goldman Sachs, non è un’economista qualunque quando si parla di Paesi emergenti. È stato lui a coniare l’acronimo Bric nel 2001. In una recente intervista a News Guangdong, il notiziario in lingua inglese dell’omonima provincia meridionale cinese che confina con Hong Kong e Macao, O’Neill ha raccontato come è arrivato a formare il concetto: scelse Brasile, Russia, India e Cina perché in quel periodo erano economie emergenti con potenziale globale, politiche abbastanza stabili (in particolare il Brasile sotto Lula) e movimenti che indicavano un cambiamento nell’assetto economico mondiale.

Da acronimo utilizzato sui report finanziari, Bric si è trasformato in pochi anni in un’organizzazione intergovernativa con vertici annuali. Il gruppo si è poi negli anni evoluto in Brics, includendo il Sud Africa, per poi diventare Brics+ (con l’ingresso di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia).

Oggi O’Neill sostiene che questi Paesi emergenti dovrebbero adottare politiche che rafforzino il libero scambio, soprattutto in risposta ai dazi imposti dagli Stati Uniti da parte dell’amministrazione Trump. Prevede inoltre che la valuta cinese, il renminbi, diventerà sempre più importante negli scambi internazionali, specialmente tramite accordi bilaterali in valute locali già adottati da Pechino con molte nazioni.

Di fronte alla politica tariffaria imposta da Trump a livello globale, O’Neill suggerisce ai Paesi Brics+ di intensificare il commercio fra loro per attenuare l’effetto negativo delle misure protezionistiche statunitensi. Secondo l’economista, i dazi non possono essere una strategia sostenibile a lungo termine: un sistema commerciale internazionale più equo e cooperativo è una visione più salutare per la crescita globale.


Articolo pubblicato sul numero di Business People di novembre 2025. Scarica il numero o abbonati qui

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