Endeavor Italia è stata affidata a Raffaele Mauro, che ha alle spalle una lunga esperienza nel mondo della consulenza e del venture capital e nel settore bancario

Come può un’associazione senza fine di lucro aiutare delle aziende private che, invece, hanno l’obiettivo e l’ambizione di fare sempre più di utili e ricavi? Per trovare una risposta a questo interrogativo, basta conoscere la storia e il modo di operare di EndeavorGlobal, organizzazione non profit internazionale presente in 25 Paesi, che supporta le imprese ad alto potenziale. Dalla sua fondazione, risalente al 1997, Endeavor Global ha selezionato oltre 1.300 imprenditori, che nel 2015 hanno generato complessivamente un giro d’affari di 8,16 miliardi di dollari e oggi guidano società con un tasso di crescita pari in media a quasi 2 volte e mezzo quello dei settori in cui operano.

Da poche settimane, questa grande organizzazione ha aperto nella Penisola una propria branch, la EndeavorItalia, la cui guida è stata affidata RaffaeleMauro, giovane manager non ancora quarantenne, che però ha già alle spalle un dottorato alla Bocconi e una lunga esperienza professionale nel mondo della consulenza e del venture capital oltre che nel settore bancario (gruppo Intesa Sanpaolo). «Con l’arrivo in Italia, Endeavor intende aiutare a spiccare il volo molti imprenditori provenienti da tutto il territorio nazionale», dice Mauro, «e non mi riferisco soltanto ad aziende operanti in settori altamente tecnologici, ma anche a società specializzate in alcune nicchie tipiche del made in Italy».

Come le aiuterete, visto che siete un’organizzazione non profit?
L’attività di Endeavor è diversa da quella di un venture capital, che finanzia le aziende innovative e promettenti diventandone azionista per poi legittimamente trarre profitto dal suo investimento. Endeavor è, appunto, un’organizzazione senza fine di lucro che vive grazie a donazioni private e che ha nel suo Dna il perseguimento di un obiettivo di tipo sociale, cioè il progresso economico delle nazioni in cui opera.

Il board di Endeavor Italia 

Imprenditori di successo e manager di lungo corso. Si compone così il board di Endeavor Italia, di cui fa parte anche DiegoPiacentini, numero due di Amazon oggi in aspettativa, da poco rientrato in Italia per diventare Commissario straordinario dell’Agenda Digitale. Presidente del cda di Endeavor Italia è invece PietroSella, Ceo del Gruppo Banca Sella, affiancato dalla vicepresidente MonicaMandelli, Managing Director di Kohlberg Kravis Roberts. Fanno parte del board anche PaoloAinio, presidente esecutivo di Banzai,StefanoBarrese, responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, FabioCannavale, Ceo di Lastminute.com, RiccardoDonadon, Ceo di H-Farm e AlessandroFracassi, Ceo di MutuiOnline.

Dunque?
Crediamo che favorire la crescita delle aziende sia il modo migliore per aiutare lo sviluppo economico di un Paese. Le imprese che vengono selezionate da noi entrano in contatto con un network internazionale di mentor e advisor, nonché con una rete di uffici operativi che le facilitano nel trovare partner e fonti di finanziamento, per esempio nell’organizzare operazioni di crowdfunding.

Quali caratteristiche devono avere le aziende che selezionate?
Innanzitutto, è bene precisare che non si tratta di start up appena nate, cioè non sono aziende che si trovano ancora in fase di avviamento. Il nostro interesse va piuttosto a imprese che sono nello stadio immediatamente successivo, cioè hanno già un’attività consolidata, ma presentano ancora un notevole potenziale di crescita per il carattere innovativo del loro modello di business. Inoltre, le aziende selezionate devono essere guidate da personalità che, per le intuizioni avute, hanno le potenzialità per diventare loro stessi in futuro dei mentor, scopritori di talenti imprenditoriali.

Qualche esempio?
Ci sono già due aziende selezionate da Endeavor Italia, che sono guidate da imprenditori con queste caratteristiche. Il primo è Davide Dattoli che ha creato Talent Garden, la più grande rete europea di spazi di coworking con 16 campus e in costante espansione su scala internazionale. L’altro è Matteo Lai, co-fondatore e Ceo di Empatica, azienda che ha creato molti dispositivi ad alta tecnologia tra cui un braccialetto che si chiama Embrace in grado di monitorare l’attività del sistema nervoso in tempo reale, prevenendo l’insorgere di una crisi epilettica o di alterazioni neurologiche simili.

Come avviene il vostro processo di selezione delle aziende?
Attraverso una procedura sistematica e rigorosa: ogni selezione coinvolge, infatti, numerosi soggetti presenti nella rete di Endeavor Global e culmina con la valutazione da parte di un organo internazionale (l’International Selection Panel, ndr ) composto da venture capitalist e imprenditori di successo provenienti da nazioni diverse.

Torniamo alla vostra scelta di aprire in Italia. Perché solo adesso, a quasi 20 anni dalla nascita di Endeavor e dopo essere sbarcati prima in ben 25 altri Paesi?
Avendo come missione quella di contribuire allo sviluppo economico delle nazioni, Endeavor ha avuto ovviamente come principali destinazioni non le nazioni industriali avanzate, ma gli Stati rimasti un po’ più indietro. Tanto per intenderci, non andiamo certo nella Silicon Valley californiana, dove le aziende innovative non hanno problemi a trovare un venture capitalist disposto a sostenerle, mentre è molto significativa la nostra presenza in America Latina. In Italia arriviamo dopo esserci già insediati in altri due Paesi europei come la Spagna e la Grecia, in cui ci sono condizioni simili alle nostre. Si tratta, infatti, di nazioni ricche, dove però le idee imprenditoriali innovative incontrano spesso difficoltà nel trovare il sostegno finanziario che meritano.

Perché, secondo lei?
Purtroppo alla base ci sono ragioni storiche profonde. È innegabile che nella Penisola le attività dei venture capital abbiano ancora un grado di sviluppo ridotto, pur avendo fatto molti passi avanti negli ultimi decenni. La capacità di creare non ci manca. Come diceva lo storico Carlo Maria Cipolla, all’ombra dei campanili noi italiani produciamo cose che piacciono al mondo. Ma purtroppo siamo un po’ deboli quando dobbiamo fare sistema e dare alle imprese quel terreno fertile che consente loro di crescere e prosperare.