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Venerdì, 19 Marzo 2021

Intervista a Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile

Edo Ronchi presidente Fondazione Sviluppo sostenibile

Ecologo, docente universitario, ministro dell’Ambiente tra il 1996 e il 2000. Edo Ronchi ha passato una vita a diffondere i principi dell’economia circolare e della rivoluzione verde. È per il riciclo ma non per i riciclati in politica, che infatti ha lasciato nel 2008 per guidare la Fondazione per lo Sviluppo sostenibile. A Business People  ha spiegato luci e ombre del successo italiano.

Come ha fatto l’Italia a diventare un modello a livello internazionale?
Abbiamo fatto di necessità virtù, cosa tipica di noi italiani. Siamo un Paese manifatturiero povero di materie prime: l’attenzione al consumo di queste ultime ha sempre fatto parte della nostra capacità di stare sui mercati. Quindi, abbiamo una intensità di consumo di materiali per unità di valore aggiunto tra le migliori d’Europa. E abbiamo sviluppato delle vere e proprie eccellenze, per esempio nel riciclo complessivo dei rifiuti, non solo urbani ma anche industriali, nei quali, secondo statistiche Eurostat, siamo primi in Europa col 68%. Parlando di settori, l’Italia è prima nel riciclo degli imballaggi, ma ha avuto una capacità di leadership anche per quanto riguarda la loro qualità e riciclabilità. Ultimo, ma non per importanza, è lo sviluppo della bioeconomia rigenerativa, quindi circolare, con tutta la filiera innovativa delle bioplastiche o, se si preferisce, dei polimeri rinnovabili della biochimica verde. Anche lì siamo tra i leader mondiali.

Tutto bene, allora?
No, come sempre in Italia abbiamo la capacità di far convivere punte d’eccellenza con sacche di arretratezza. Per esempio, siamo ancora molto indietro per quanto riguarda il consumo di suolo, ma c’è anche altro. In questo passaggio, c’è bisogno di procedure semplificate che favoriscano la transizione industriale e produttiva verso l’economia circolare. Invece, abbiamo un sistema di autorizzazioni che è stato addirittura complicato nella gestione del cosiddetto end of waste .

Che sarebbe?
È il processo di riciclo completo al termine del quale un rifiuto cessa di essere tale per diventare un’altra materia, un altro prodotto. L’evoluzione delle tecnologie e delle tipologie dei rifiuti trattati è molto rapida e quindi non può essere seguita solo con delle misure tecniche nazionali. Ebbene, noi abbiamo recepito una direttiva europea che consente alle Regioni di autorizzare l’attività o la modifica dell’attività degli impianti, caso per caso, ma a questa abbiamo aggiunto un controllo di secondo livello, a campione, che finisce addirittura al ministero dell’Ambiente, che non esiste in nessun altro Paese europeo. È un esempio del fatto che dobbiamo acquisire una maggiore flessibilità e capacità di favorire la diffusione di queste innovazioni, con procedure autorizzative che siano efficaci ma anche rapide, perché non sono rapide perdono anche di efficacia.

Uno dei problemi nella transizione green è la mancanza di fondi?
Sì, noi abbiamo raggiunto elevate performance pur avendo speso poco in ricerca e in diffusione dell’innovazione, soprattutto in termini di risorse pubbliche. Adesso dobbiamo recuperare il ritardo. Nel programma Next Generation Eu si dice che i perni debbano essere due: la transizione green e quella digitale. Le due cose vanno insieme, molti processi di efficienza energetica, di uso delle risorse, di ecodesign, di sharing, cioè di uso del servizio anziché del prodotto, richiedono una buona dose di digitalizzazione. E qui siamo in ritardo rispetto ai livelli medi in Europa.

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