L’Europa unita compie 59 anni e - bisogna ammetterlo - non li porta niente affatto bene. In un’epoca in cui gli ultrasessantenni tengono saldamente in mano il potere, lo zio di Bruxelles sembra un giovane vecchio, bisbetico e ingessato, incapace di aver presa sulle decisioni della famiglia. Ecco i suoi membri avanzare in ordine sparso, privi di una linea comune contro la crisi più grande della storia comunitaria. La moneta unica ha spuntato alcune delle loro armi più immediate, le svalutazioni monetarie, ma non ha lasciato spazio a strategie più efficaci per la ripresa. Non era cominciata così, e ora che siamo arrivati a 59 candeline, possiamo guardare indietro e vedere dove stiamo andando.
Il 9 maggio 1950 il Ministro degli Esteri francese, Robert Schuman parla per la prima volta di Europa unita in un discorso ufficiale, è la data di nascita delle comunità europee. Un anno prima, il 5 maggio, è nato il Consiglio d’Europa per favorire la loro cooperazione e il progresso economico e sociale. Dei dieci del ‘49, Francia, Benelux e Italia accelerano il passo con la Repubblica federale e iniziano il percorso che li porterà a Roma nel ‘57 a firmare i trattati che istituiscono la Comunità economica europea. La regia è Oltreoceano, gli Americani non ne possono più del vecchio continente che continua a scannarsi coinvolgendoli nei conflitti mondiali, e vogliono un processo di integrazione economica che renda più difficile a Francia e Germania farsi guerra tra loro, il business come premessa per la pace. Questa è la condizione per ricevere i 17 miliardi di dollari del piano Marshall per la ricostruzione.
L’Europa è in ginocchio: 40 milioni di morti, 21 milioni di rifugiati, intere città rase al suolo, costi che la Francia stima pari a tre volte il prodotto nazionale. Non sono solo gli Stati Uniti a volere la pace, c’è tutta una spinta dal basso per una maggiore unione europea che si è poi persa nella deriva burocratica di Bruxelles. Fin dal ‘48 si sono riuniti all’Aia i movimenti che reclamano l’unione europea con più di mille delegati e osservatori da tutto il mondo. Il seguito popolare è fortissimo in Italia da dove, con il Manifesto di Ventotene di Spinelli, è partita la spinta federalista. Perfino Churchill dall’euroscettica Gran Bretagna ha dichiarato: «Dobbiamo creare una sorta di Stati Uniti d’Europa» per diventare «liberi e felici come la Svizzera», mentre Luigi Einaudi concorda: «Gli stati europei sono un anacronismo storico». 60 anni dopo, l’anacronismo continua. Il modello della confederazione si scontra presto con gli orgogli nazionali, nel ‘54 naufraga la Comunità europea di difesa per la costituzione di un esercito comune e con lui l’idea di Stati Uniti di Europa. Si va avanti in un’ottica funzionalista che prevede di condividere solo le competenze necessarie a rendere i mercati più efficienti e ottenere crescita, benessere e pace. Per questo si punta sull’integrazione economica trascurando gli aspetti sociali e politici.
Nel momento in cui la guerra fredda gela il mondo nella paura di un nuovo conflitto nucleare, la pacificazione dell’Europa è una priorità assoluta, condizione necessaria alla prosperità. La strada scelta dai fondatori è la costruzione della pace attraverso lo scambio e la condivisione delle risorse a partire dal carbone e dall’acciaio dell’Alsazia-Lorena e della Ruhr. Al momento di fare un bilancio, bisogna riconoscere che il primo obiettivo dell’integrazione è stato quasi raggiunto: mai più guerre in Europa, se escludiamo i Balcani. Oggi sarebbe impensabile la conflittualità tra Francia, Inghilterra, Spagna e Austria che nei secoli è stata la norma, 64 anni di non belligeranza costituiscono un caso più unico che raro nella storia.

L’Europa entra in Italia
Lo smarrimento attuale dell’Unione Europea non stupisce più di tanto. Una legge non scritta ha accompagnato finora il percorso di integrazione: finché l’economia va, si procede, alle prime difficoltà l’ingranaggio si blocca, fermi tutti e si salvi chi può. L’economia all’inizio vola e tutto procede secondo i piani. In Italia solo nel ‘51 la produttività torna ai livelli precedenti alla guerra, ma continua ad aumentare, e negli anni ‘50 e ‘60 il prodotto interno lordo sale a una media del 6% l’anno, senza mai scendere sotto il 4,5%. Il cambiamento è sorprendente, per esempio nel ‘47 la Candy produce una lavatrice al giorno, nel ‘67, una ogni 15 secondi (fonte: Eugenio Caruso, L’economia italiana de gli anni ‘50-‘60 ). La crescita apre al commercio mondiale: se nel ‘46 la totalità delle importazioni è soggetta a licenza, nel ‘54 il limite per i Paesi Oece (l’Ocse di oggi) riguarda appena l’1% e nel ‘68 si arriva all’unione doganale tra i sei fondatori. All’interno delle comunità europee le merci circolano liberamente e verso l’esterno i Paesi fondatori applicano gli stessi dazi. Gli scambi internazionali aumentano . E con il commercio arriva il benessere: nel ‘65 la metà delle famiglie ha una macchina. L’Italia cessa di essere un Paese povero, ma ancora tra il ‘46 e il ‘71 continuano i flussi migratori: lasciano il Paese in 25 anni più di 5,7 milioni di persone. Così siamo i primi a festeggiare quando nel ‘61 viene sancita la libera circolazione dei lavoratori.

Miopia europea
Con la crisi degli anni ‘70 si ferma tutto. Ogni aspirazione per l’Unione Europea è accantonata e gli Stati decidono di contrastare la grave crisi economica ognuno per sé. La situazione si stabilizza solo con il superamento degli shock petroliferi. Il processo di integrazione riprende con l’armonizzazione delle politiche monetarie e con l’allargamento: tra il ‘73 e il ‘86 il numero dei membri raddoppia. Si prepara la strada al mercato comune, poi all’unione economica e monetaria, che si afferma come nuova priorità. Comincia a svilupparsi una dimensione sociale della comunità, man mano che si allontana lo spauracchio della guerra. Le nuove generazioni, che non hanno conosciuto i conflitti, trovano una ragion d’essere dell’Europa unita nel modello comunitario di welfare state, che viene istituzionalizzato nell’89 nella Carta dei diritti sociali dei lavoratori.
L’atto unico europeo dell’87 spinge l’acceleratore sull’integrazione con l’estensione delle materie da trasferire dei governi nazionali alle istituzioni comunitarie, rafforzando i poteri di queste. Bruxelles allarga le sue competenze sul mercato interno in modo così penetrante che guardando Washington inizia a soffrire di una sorta di miopia: visto da lontano, il governo Usa gli sembra molto più forte, quasi onnipotente rispetto agli stati federali, quando invece è l’Unione europea ad avere più potere sul mercato interno e sulla vita quotidiana delle persone. Non solo ogni Stato federale Usa, infatti, ha una diversa Costituzione e un suo sistema di governo, ma ha anche normative spesso diversissime in settori importanti come la proprietà, la salute, l’istruzione e il diritto penale. La forza del governo centrale statunitense è tutta nella politica estera, un ambito sul quale Bruxelles non è mai riuscita ad avere una voce sola.

L’unione fa la forza?
Oggi l’Unione Europea mette insieme 27 Paesi, quasi 495 milioni di persone che parlano 23 lingue ufficiali. Il Parlamento Europeo può impiegare una settimana per tradurre un documento in tutti gli idiomi, le cui possibili combinazioni sono 253. Indubbiamente l’ampliamento a Paesi estremamente lontani tra di loro (tra le regioni periferiche c’è una differenza di quattro fusi orari) ha pregiudicato il rafforzamento. Il processo di integrazione si è congelato, con la mancata ratifica della Costituzione e i tentennamenti del Trattato di Lisbona. Inoltre il nuovo imperativo dell’Unione europea, la strategia per la crescita lanciata nel 2000 a Lisbona, rimane una lista di buoni propositi, mentre il modello di stato sociale si sgretola al crescere delle disuguaglianze e della competizione internazionale.
Aumenta la preoccupazione per il futuro stesso dell’Unione Europea. Una maggiore integrazione è l’unica possibilità per gli Stati del Vecchio continente di giocare un ruolo da protagonisti negli equilibri globali, ma bisogna comprendere quali costi implica il suo perseguimento. Indubbiamente è necessario uno sforzo congiunto dei Paesi se si vuole ripartire, non è mai esistita un’unione economica e monetaria priva di potere politico ed è difficile credere che così com’è possa resistere a lungo. Potrebbe finire come anticipava Paul Valéry negli anni ‘40, prima che l’avventura dell’integrazione cominciasse: «L’Europa diventerà quello che in realtà è, un piccolo promontorio del continente asiatico», ma noi chiaramente speriamo di no.

Un po’ di numeri
6 fondatori nel 1957
495milioni di eurocittadini oggi
produttore di reddito al mondo con 19.195,080 miliardi di dollari di pil nel 2008 ma con un tasso di crescita di solo 1,65%