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La puntata è sicura: crisi o non crisi gli italiani non rinunceranno al gioco. Capire in quale modalità e in che misura giocheranno nei prossimi anni, però, è ancora tutta una scommessa. Siamo infatti solo all’inizio di una nuova era, quella delle giocate digitali, con un settore che è stato liberalizzato nel 2008, ma che solo nel 2012 ha assistito, tra mille polemiche, alla comparsa delle prime slot machine on line, che hanno raggiunto il poker e altri giochi tipici del tavolo verde all’interno delle case degli italiani. Nel frattempo sembra lentamente declinare tutto un mondo che nell’immaginario pop tricolore non ha bisogno di presentazioni. Se l’anno scorso è stato a dir poco complicato per i quattro casinò presenti nella Penisola, con addirittura una serie di vertenze sindacali rispetto alla minaccia di eliminare quelli che, per colpa della diminuzione degli ingressi, sono diventati esuberi, il 30 gennaio si è svolta l’ultima corsa all’ippodromo Tor di Valle a Roma. Esatto, il teatro delle mandrakate di Febbre da cavallo . La struttura inaugurata nel 1959 sarà infatti demolita per far posto al nuovo stadio dei Giallorossi. Ci troviamo alla fine di un’epoca? Andiamo con ordine. Parliamo innanzitutto di un settore che nel complesso macina un fatturato annuale pari al 5% del Pil italiano, e che è cresciuto a ritmi vertiginosi nell’ultimo decennio. Se infatti nel 2000 il gioco d’azzardo valeva nel Belpaese circa 14 miliardi di euro, nel 2011 il mercato ha raggiunto la cifra record di 80 miliardi, record che dovrebbe essere frantumato nel 2012. I dati sulla raccolta del mese di ottobre, forniti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Aams, parlano infatti di un income di 7,04 miliardi, in crescita rispetto ai 6,7 miliardi di settembre, che portano il fatturato dei primi dieci mesi del 2012 a 70,26 miliardi, contro i 62,35 miliardi dello stesso periodo del 2011. A crescere in maniera consistente sono stati gli apparecchi e soprattutto gli skill game, che addirittura raddoppiano, da 1,05 miliardi a 2,01 miliardi di euro. Delle scommesse sportive a quota fissa, invece, è già disponibile il dato aggregato per il 2012. Anche qui poche sorprese: complici i Campionati europei di calcio e le Olimpiadi di Londra, la raccolta ha raggiunto i 3,9 miliardi di euro con un incremento del 2,4% rispetto ai 3,8 miliardi del 2011. Il mercato delle scommesse live, infine, ha visto un’offerta di gioco per 5.323 eventi con una crescita pari al 54% rispetto ai 3.457 dell’anno precedente. Questo il dato nel complesso. Ma a guardare la performance del solo comparto on line, si scopre che la crescita è stato ancora superiore, ovvero del 9,7%.E secondo Roby Salvadori, Country Manager per l’Italia di William Hill (uno dei maggiori bookmaker inglesi da poco sbarcato sul mercato tricolore e già tra i primi operatori internazionali nell’ambito del casinò via Web) siamo solo all’inizio. «Il 2012 è stato il primo vero anno del casinò on line», dice Salvadori, «e il fatturato del casinò è stato inferiore a quello del poker perché mancavano le slot machine, che di fatto hanno completato l’offerta solo a dicembre. Di dati ufficiali sui risultati non ce ne sono ancora, ma facendo una stima direi che la raccolta del casinò si aggira già sui 13-14 milioni di euro al mese, mentre il poker genera un income intorno ai 31 milioni di euro al mese». E ora Salvadori sta aspettando con trepidazione l’ulteriore svolta del mercato: l’apertura in Italia dei palinsesti complementari, che darebbe a William Hill il via libera per cominciare a operare sul suo terreno congeniale, quello del numero praticamente illimitato di scommesse per evento. «Proprio come succede in Gran Bretagna, dove su una partita di calcio la nostra società offre 180 tipologie di scommesse... In Italia il Monopolio permette di organizzarne al massimo una ventina». Ma veniamo alle note dolenti. In un contesto generale in cui sembra proprio che gli italiani stiano cercando di esorcizzare la crisi con l’azzardo, i luoghi per eccellenza deputati al gioco stanno conoscendo uno dei loro periodi più bui. I quattro casinò tricolori (Campione, Saint Vincent, Sanremo e Venezia) si sono tutti contraddistinti nel 2012 per performance negative. Molto negative: nel complesso rispetto al 2011 è andato in fumo il 18% degli incassi (nel giro degli ultimi cinque anni la contrazione è stata del 35%, con una diminuzione degli ingressi del 13%, dai tre milioni del 2007 ai 2,7 milioni dell’anno scorso), e più nello specifico Sanremo perde il 12,4%, Saint Vincent il 10,1% e Venezia addirittura il 15,8%. L’unico a resistere è stato il casinò di Campione, che comunque lascia sul campo il 3,1%. Ma a dimostrare quanto sia tesa la situazione, a gennaio sono volati gli stracci tra il direttore della struttura lombarda e quello della casa da gioco veneta, con Venezia che accusava Campione (che ha conquistato un 2% di quota di mercato proprio a scapito della Laguna) di “barare” sulle voci da prendere in considerazione per stabilire le performance economiche. Cose che nemmeno al tavolo da gioco... La preoccupazione, però, resta: i casinò italiani, specialmente sotto la spinta dell’on line gaming, sono destinati a fare la fine dell’ippodromo di Tor di Valle? Luca Frigerio, amministratore unico del casinò di Saint Vincent nonché presidente di Federgioco (l’associazione di categoria), è convinto di no. Ma se gli si chiede se è caduto anche il mito della scommessa come anatema scacciacrisi, ecco che trapela dalle sue parole il pessimismo che pervade il settore. «La fuga al casinò durante i tempi difficili è un fenomeno che si riscontra all’inizio di una fase difficile, e per poco tempo», spiega Frigerio. «A lungo andare anche il gioco subisce la recessione, a cui poi subentra la depressione, dei consumi e psicologica. Oggi l’italiano è poco propenso a spendere, perché sente l’incertezza del futuro. E poi, diciamolo, la storia valeva quando i casinò erano l’unica offerta di gioco. Sicuramente abbiamo subito la concomitanza di tanti fattori aggressivi a partire dalle normative, che ci mettono fuori mercato rispetto al resto d’Europa, dove per esempio il divieto di usare contante vige ben oltre la soglia dei mille euro, e dove non è necessaria la carta d’identità per entrare in un casinò. Siamo infine generalmente dislocati in posti non facilmente raggiungibili, e l’attrattività basata solo sul gioco, senza cioè eventi e spettacoli, ci ha penalizzato rispetto alla possibilità di incuriosire un pubblico straniero. Ma è logico pensare che in futuro, a patto di riposizionare la nostra offerta, recupereremo terreno. Perché i casinò sono i luoghi giusti per giocare, sono strutture controllate in cui ci si diverte in modo sicuro e ampio, per non parlare dell’atmosfera unica. L’on line certamente funziona e sta mostrando numeri impressionanti. Ma nel mondo non ha preso piede come surrogato della sala da gioco. Io parlerei più di un’offerta complementare». E in effetti gli stessi casinò hanno approfittato della liberalizzazione del settore digitale per portare nelle case degli italiani un po’ dell’emozione che si prova in sala. Per ingolosirli, più che altro, e spingerli a provare l’esperienza reale, «oltre che per rispondere alla normale esigenza che oggi qualsiasi comparto ha di sviluppare attività di e-commerce», dice Roby Salvadori. «Non c’è competizione diretta tra la parte fisica e quella on line, e credo che a breve si troverà un sostanziale equilibrio tra le due realtà, soprattutto quando i casinò si saranno riposizionati».

 

Il vero cruccio di Frigerio sono infatti le macchine Vlt. Provate a fargli osservare che forse quattro case da gioco su tutto il territorio italiano sono poche, rispetto per esempio alle 19 della Svizzera, alle 73 della Germania o alle 195 della Francia (vedi tabella), e sentite cosa risponde. «Il problema è che noi ne abbiamo quattromila, di case da gioco!», dice alludendo alla miriade di sale Vlt sparse per tutta la Penisola. «Noi non siamo mai stati contrari all’apertura di nuovi casinò. Mentre la logica che sottostà alle Vlt è quella della rapida raccolta di denaro con un meccanismo che non produce ricchezza, ma che di fatto si limita a tassare gli utenti, l’istituzione di nuovi casinò metterebbe in moto un circolo virtuoso che coinvolgerebbe l’intero territorio che li ospita, e ne beneficerebbero turismo, occupazione e, non ultimo, sicurezza. Certo, gli effetti collaterali delle attività legate a giochi e scommesse, come la ludopatia e la microusura, continueranno a esistere, ma se concentriamo le strutture sarà più semplice controllarli e minimizzarli. Il vero problema è il gioco diffuso: in Europa la maggior parte degli Stati l’ha già arginato, tendendo a concentrare queste attività, affiancandole di solito ad altre offerte, in aree specifiche per sostenere il turismo. L’Italia, anche sotto questo aspetto, è paragonabile solo alla Spagna e alla Grecia». Rimane dunque ancora molto da fare per portare i casinò italiani all’antico (o a un nuovo) splendore. «L’ideale sarebbe costruire altre strutture, ognuna con un bacino di utenza di quattro-cinque milioni di persone, tenendo presente la difficile morfologia del territorio italiano e soprattutto sostenendole con attività di marketing e promozione all’estero», continua il presidente di Federgioco, che il mese scorso ha intrapreso un tour di due settimane in Cina per far conoscere l’offerta ludica italiana in uno dei Paesi con maggior numero di neoricchi. «Ma in Italia occorre una trasformazione più profonda, culturale. Il gioco, per via del suo enorme impatto economico e sociale, non dovrebbe essere gestito dal ministero delle Finanze, come succede da noi, con l’obiettivo di racimolare più denaro possibile nel minor tempo possibile, bensì, come accade in tutte le nazioni sviluppate, dal ministero dell’Interno». Scommettiamo che rimarrà l’ennesima proposta inascoltata?