Fabio Quagliarella © LaPresse

Uno sconsolato Fabio Quagliarella rimugina sull’insuccesso della Nazionale. L’Italia, che è uscita nelle fasi preliminari di Sudafrica 2010, non aveva mai collezionato un risultato peggiore ai Mondiali

L’immagine di Fabio Quagliarella che abbandona in lacrime il campo di Johannesburg, dopo lo sfortunato match con la Slovacchia, rimarrà per molti tifosi italiani la “foto ricordo” del mondiale 2010. Dal Sudafrica la nostra nazionale di calcio è uscita con un bilancio disastroso: l’eliminazione al primo turno, dopo due striminziti pareggi e una sconfitta, senza nessuna vittoria. Non era mai accaduto prima, neppure ai mondiali d’Inghilterra del 1966, quando a eliminarci fu la modestissima Corea Del Nord, con un clamoroso 1 a 0. È stato l’incredibile risultato che ha provocato il processo al commissario tecnico degli Azzurri, in questo caso Marcello Lippi, colpevole di aver sbagliato tutto, o quasi tutto, dalla formazione al modulo tattico adottato in campo, sino alla scelta dei giocatori da portare in Sudafrica. Ad accusare Lippi sono stati in primo luogo i suoi stessi colleghi. Ma anche Massimo Gramellini, corsivista della Stampa e noto tifoso del Torino, non ha lesinato critiche all’allenatore azzurro, reo di aver volutamente lasciato a casa i pochi talenti rimasti nel calcio italiano, da Balotelli a Cassano sino ai più “attempati” Totti e Del Piero, preferendo piuttosto le seconde linee, cioè i buoni giocatori privi del guizzo tipico di un fuoriclasse. Per Lippi, però, secondo Gramellini esiste un’attenuante: tra coloro che oggi lo criticano, infatti, ci sono molti italiani che nella vita di tutti i giorni si comportano allo stesso modo, «per esempio dirigenti d’azienda o responsabili delle risorse umane che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro», dice l’editorialista.
A sentire i manager di molte aziende, però, le cose non stanno proprio così. Secondo loro, infatti, ai talenti non bisogna mai rinunciare in partenza, né sul lavoro, né sui campi sportivi. «Fossi stato nei panni di Lippi, uno come Balotelli l’avrei convocato di sicuro», dice per esempio Paolo Battiston, che guida la filiale italiana di Mastercard e che, da buon tifoso del Torino, non può essere certo sospettato di simpatie “di parte” per l’attaccante nerazzurro. Dello stesso parere è anche Francesco Barbarani, di fede interista e numero uno italiano di .Fox Networks (Punto Fox Networks), la divisione dedicata a Internet e ai nuovi media dell’impero di Rupert Murdoch. «Oltre a un giovane talento come Balotelli», dice Barbarani, «avrei portato anche qualche fuoriclasse della vecchia guardia, gente come Totti, Del Piero o Materazzi che, forti della loro esperienza vincente di quattro anni fa, avrebbero potuto dare un grande contributo alla squadra, forse più allo spirito dello spogliatoio, che non direttamente sul campo». Secondo i manager, però, è troppo facile dare la croce addosso al commissario tecnico, ragionando con il senno di poi. «Indubbiamente», dice Alberto Cappellini, amministratore delegato di Seat Pagine Gialle e tifoso juventino, «sui risultati della nostra nazionale hanno pesato molto alcuni infortuni imprevisti, contro cui l’allenatore italiano ha potuto trovare ben pochi rimedi». Oltre al caso del portierone Buffon, Cappellini cita l’esempio di Pirlo, che ha saltato le prime due partite: «è un giocatore le cui qualità si scoprono soprattutto in sua assenza, quando a centrocampo manca una vera regia», dice il responsabile di Seat Pagine Gialle.
A detta di Cappellini, però, il vero problema del calcio italiano è senza dubbio quello messo già in evidenza da molti osservatori: la mancanza di un vivaio di giovani promesse, capaci di assicurare un ricambio generazionale con i vecchi campioni del 2006. La pensa così anche Federico Vione, amministratore delegato di Adecco Italia, torinese di origine e appassionato di pallone, che dichiara però di non tifare per una squadra in particolare. «Dobbiamo arrenderci al fatto che i campioni di Berlino hanno chiuso un ciclo e che necessariamente se ne deve aprire un altro», dice Vione, che tuttavia aggiunge: «Personalmente sono un po’ preoccupato perché non vedo all’orizzonte dei veri talenti, in grado di creare un nuovo ciclo virtuoso nel calcio nazionale».
Del resto, rifondare il team degli azzurri non sarà facile, visto che oggi il club più forte del campionato di serie A, cioè l’Inter, ha un organico composto quasi completamente da stelle straniere. Anche Barbarani lo ammette: «Da tifoso nerazzurro, non nego che mi piacerebbe vedere la mia squadra replicare i risultati degli anni scorsi, ma con qualche giovane talento italiano in più sul campo». Imporre delle regole dall’alto, come il numero chiuso per i giocatori esteri, secondo Barbarani sarebbe però un rimedio anacronistico, oltre che impraticabile. D’accordo con lui è anche Battiston, che dice: «Forse dovrebbe essere la Federazione, più che le squadre di club, a compiere uno sforzo maggiore per valorizzare le giovani promesse del nostro Paese». Ma i problemi mostrati dal calcio azzurro non riguardano soltanto la mancanza dei vivai. Un fattore determinante in Sudafrica è stata infatti anche la forma fisica. «Oggi la preparazione atletica dei calciatori ha un ruolo fondamentale nei risultati delle partite, non di rado a scapito del bel gioco», dice Maurizio Fornari, responsabile della neurochirurgia dell’istituto clinico Galeazzi, l’uomo che ha operato alla schiena Gianluigi Buffon, dopo l’ultimo infortunio dei mondiali. Non a caso, secondo Fornari, in Sudafrica abbiamo assistito alla prestazione deludente di alcuni fuoriclasse di indubbia qualità come Cristiano Ronaldo, che sono giunti all’appuntamento coi campionati mondiali in una forma fisica non adeguata. E così, mentre gli azzurri mostravano un’innegabile stanchezza, a tagliare il traguardo della semifinale sono state soltanto le squadre che sul campo che riuscivano a correre di più, «persino negli ultimi cinque minuti della partita, quando il fiato dovrebbe invece essere ormai quasi esaurito», aggiunge Fornari. Il che, a detta del professore del Galeazzi, potrebbe far venire ai tifosi qualche sospetto: «Non dico che si tratti di veri e propri casi di doping», dice, «ma forse di sistemi di preparazione atletica molto sofisticati, che in Italia sono sconosciuti o non vengono utilizzati».