Ammontano a oltre ventimila miliardi di dollari le ricchezze controllate oggi dalle donne che gestiscono, quindi, quasi un terzo dei patrimoni a livello globale.
Le donne controllano il 27% della ricchezza del mondo, il 33% di quella nord americana, il 31% di quella di Australia e Nuova Zelanda, il 29% di quella asiatica e il 26% di quella dell’Europa occidentale.
A fornirci i dati uno studio del Boston Consulting Group (Bcg), che attraverso un sondaggio realizzato su 500 donne con asset investiti oltre i 250 mila dollari, mappa le ricchezze al femminile.
La ricchezza controllata dalle donne è in costante aumento, grazie sempre più al loro ruolo attivo di produttrici di ricchezza e sempre meno a eredità o divorzi milionari.
La forza lavoro rosa dal 1980 ad oggi ha raddoppiato i propri numeri, raggiungendo 1,3 miliardi di unità nel 2008.
E non finisce qui, lo studio Bcg stima che dal 2009 al 2014 la ricchezza controllata dalle donne crescerà a un tasso dell’8% annuo.
Questo apre scenari interessanti e sfidanti per il mondo bancario, se infatti aumenta il numero di donne che controllano ricchezza, non sempre le banche riservano loro soluzioni e piani di investimento ad hoc. Dalla ricerca Bcg emerge infatti che le donne non sono completamente soddisfatte dei servizi di private banking a loro riservati, il 24% delle intervistate ritiene che il servizio dedicato alle donne debba evolversi, in quanto ancora non perfettamente aderente alle loro esigenze.
Ma cosa vogliono le donne che investono? Non vogliono essere “ghettizzate” in quanto donne, non vogliono essere affrontate con un catalogo di prodotti meno fornito in virtù del loro profilo meno aggressivo, ma desiderano informazioni oggettive e raccomandazioni chiare, aderenti ai loro obiettivi e alle loro necessità, anche di donna.