Ogni giorno ha a disposizione ben 16 albe e altrettanti tramonti, eppure lo spettacolo che Luca Parmitano si è trovato di fronte qualche giorno fa – direttamente dalle finestre della Stazione Spaziale Internazionale – è riuscito a lasciare il segno anche nell’astronauta italiano. Nel testo che vi proponiamo qui in versione integrale tutta l’emozione dietro uno degli scatti più suggestivi che Parmitano ci ha inviato: l’Italia completamente sgombra dalle nubi e immersa nella notte, con l’alba che attende dietro l’angolo. Un’emozione che, come sottolinea il racconto che Luca ha affidato al suo blog, non siamo stati gli unici a provare…

«È lunedì sera, dopo una giornata molto impegnativa di lavoro sulla Stazione – la stanchezza si fa sentire anche a 0g, e dopo cena sento già il torpore che prende possesso del mio corpo. Vedo riflesso lo stesso pensiero nel volto dei miei compagni di viaggio, Karen e Chris, e so già che sarò l’ultimo, stasera, a spegnere le luci, perché loro andranno a dormire prima di me.

Perché io stasera ho un appuntamento al quale non voglio mancare, anche se domani mattina la sveglia mi farà più male del solito. Un appuntamento particolare al quale mi presenterò da solo, per incontrare la mia terra come non l’ho ancora vista. Seguendo il piano delle orbite, infatti, so che intorno alle 2200 passerò lungo le coste del Mediterraneo, e potrò ammirare l’Italia, illuminata nella notte.

5 minuti prima dell’orario previsto, scivolo via dalla mia cuccetta, attraverso in silenzio il Lab e il Nodo1, e mi fermo un attimo nel Nodo3 per spegnere l’unica luce che lasciamo accesa anche la notte, quella del bagno. Adesso tutto il segmento è completamente buio. Dalla Cupola non filtra alcuna luce, perché le 7 finestre sono chiuse, come ogni notte. Ancora per poco.

Con la lampadina tascabile mi posiziono nella Cupola e con deliberata lentezza apro le finestre, una dopo l’altra. Sebbene manchino pochi minuti al passaggio, siamo ancora sopra l’Africa centrale, dove imperversa una tempesta monsonica che riempie tutta la mia visuale, da un orizzonte all’altro per centinaia di chilometri. Nel buio della notte orbitale, i lampi illuminano di luce irreale una delle scene più belle che abbia mai ammirato, la luce azzurra che attraversa il mio campo visivo, proveniente da decine di cellule temporalesche. Con un’aritmia sincopata e forsennata, degna del più grande percussionista, il bianco delle nuvole, rivelato dalla folgore, strappa per qualche istante il nero della notte africana, intensificato dall’assenza delle luci di insediamenti urbani, con una violenza che mi sembra quasi di percepire attraverso i 400 chilometri che mi separano dalle nubi più alte. La mancanza del frastuono della tempesta rende l’atmosfera quasi surreale, e il silenzio è amplificato da questa assenza.

Mi manca il fiato, sopraffatto dall’emozione, e quasi dimentico la macchina fotografica. Con grande sforzo mi costringo a distogliere lo sguardo e a scattare delle foto per cercare di catturare almeno un po’ dello spettacolo elettrizzante e terribile che si sta svolgendo sotto i miei occhi a centinaia di chilometri di distanza. Ma in pochi attimi attraversiamo la fascia equatoriale e tutto finisce, così come è iniziato. Le nuvole si diradano per fare posto al deserto. Siamo già sopra il Marocco.

All’orizzonte, verso nordest, una luce diffusa e sfumata attrae il mio sguardo – riconosco la colorazione artificiale delle luci generate dalla presenza umana. La luna nel frattempo è sorta, illuminando di luce riflessa il territorio, e la doppia sorgente permette adesso di distinguere alcuni dettagli, persino la cangiante colorazione del terreno. In un attimo siamo sopra la costa, in una traiettoria quasi parallela che mi permette di ammirarne la frastagliata bellezza.

Alzando lo sguardo verso nord noto le Baleari, completamente illuminate, e mi trattengo dal girare subito lo sguardo verso est: voglio centellinare questi momenti. Sotto di me, attraverso la finestra centrale della Cupola, vedo scorrere Tunisi, Hammamet e poi Sfax, e so che non ho più molto tempo. Dalla finestra direttamente di fronte a me vedo scorrere, illuminata come le strade dei paesi nei giorni di festa, una delle visioni più emozionanti di tutta la mia esperienza di astronauta fino adesso: una forma inconfondibile, completamente sgombra di nubi, lo Stivale perfettamente delineato dalle luci che, ininterrottamente dalla punta della Calabria fino alle coste liguri, ne disegnano il profilo come una nuova costellazione nel nero profondo del Mediterraneo di notte. La Sardegna e la Corsica, meno illuminate delle altre regioni, scorrono lentamente attraverso il campo visivo, e all’orizzonte nordest un temporale sembra sferzare violentemente l’Europa centrale dall’Austria alla Germania. Da questa posizione Napoli e Roma dominano con fierezza, con uno splendore superiore alle altre città, che però sono tutte visibili, Bologna, Firenze, Milano, Torino, lontane migliaia di chilometri. Il Vesuvio è un cerchio di oscurità in un territorio completamente saturo di luci.

Ma sotto di me è la Sicilia a riempire di luce la Cupola. Nel tenue chiarore della Luna studio ogni rilievo e seguo ogni contorno, navigando a distanza un territorio dal tepore familiare come l’abbraccio di un amico. Da Palermo seguo un’impalpabile linea di luce che attraversa tutto la Trinacria, diramandosi come una vena in tutte le direzioni, ma giungendo ininterrotta fino a Catania. L’Etna è un buco nero che nemmeno la luce della Luna riesce a violare, quasi che non voglia distrarre lo sguardo da tutto il resto.

In lontananza, a parecchie migliaia di chilometri - che attraverseremo in pochi secondi- l’alba inizia a colorare di azzurro e oro gli strati più bassi dell’atmosfera. Mentre cerco di cogliere in fotografia il territorio che scorre sotto la Stazione, mi rendo conto che nessuna immagine può replicare il senso di meravigliosa fragilità che si sta formando nella mia memoria. Una sensazione amplificata dalla profonda consapevolezza che questo è un momento unico, e che se anche dovessi passare per una traiettoria simile, comunque sarà diverso – la luce sarà un’altra, le nubi saranno una cicatrice nella perfezione del cielo notturno che vedo stanotte, persino io sarò cambiato. E, confermando i miei pensieri, in pochi istanti tutto è già finito, l’ISS si allontana verso i Balcani, mentre il mio corpo si torce per catturare le ultime pose della mia terra, ancora visibile attraverso le finestre posteriori della Cupola.

È tardi, e domani sarà una lunga giornata. Con quelle luci che ancora mi riempiono gli occhi, chiudo lentamente le sette finestre, e attraverso la Stazione per tornare alla mia cuccetta. Neanche i sogni potranno rimpiazzare la bellezza della realtà che scorre, ignara, sotto di noi ».