Le vignette di oggi apparse sui quotidiani riguardanti le dimissioni di Profumo da Unicredit. Da sinistra in senso orario: l'Unità, Liberazione, Corriere della Sera, il Manifesto

Un Errore, Grave. Così Francesco Giavazzi titola l’editoriale del Corriere della Sera (con ‘E’ e ‘G’ maiuscole). Un riferimento alla decisione delle fondazioni di allontanare Alessandro Profumo da UniCredit, non certo la scelta di dare le dimissioni da parte dell’ormai ex amministratore delegato della banca. “La Libia è solo un pretesto – si legge sulla prima pagina del quotidiano – Il vero scontro che oppone Profumo ai grandi azionisti della banca è la sua decisione di trasformare Unicredit da una somma di feudi (…) in una struttura unica, come lo sono le grandi banche internazionali”. In pratica la voce del Corriere accusa i grandi azionisti di Unicredit di fare i loro interessi e non quelli dei propri clienti che “sceglierebbero una banca unica” più efficiente e con costi inferiori. “Per creare una banca unica è necessario smantellare tanti piccoli feudi, ciascuno con i suoi interessi locali, con le sue parrocchie e le sue poltrone da difendere” e questo non è stato permesso a Profumo.
Certo, Profumo ha fatto degli errori, come quello di comprare Capitalia e di gestire “troppo frettolosamente l’ingresso dei libici. Ma oggi paga una scelta giusta: non aver accettato di venire a patti con le consorterie che comandano l’Italia.”

L'editoriale del Corriere della Sera

La vittoria dell’asse Berlusconi-Geronzi. L’uscita di Profumo da UniCredit è una vittoria sia per il premier Silvio Berlusconi in previsione delle elezioni anticipate, sia per il presidente delle Generali, Cesare Geronzi che potrà così chiudere per la fusione tra Generali e Mediobanca. E’ l’analisi che Massimo Giannini fa su la Repubblica sottolineando come “la battaglia contro Alessandro Profumo e la conquista di Unicredit è l'ultima, grande operazione del capitalismo di rito berlusconiano-geronziano”. Nel processo che porta alla fusione tra Generali e Mediobanca, l’allontamento di Profumo è solo una tappa. “Unicredit è il primo azionista di Mediobanca, con l'8,6% del capitale – spiega la Repubblica – . Qualunque operazione su Piazzetta Cuccia non si può fare, se non controlli il capo-azienda di Piazza Cordusio. Anche per questo è partito l'attacco a ‘Mister Arrogance’". Secondo la ricostruzione del quotidiano la dimissioni di Profumo erano state pianificate già l’8 luglio, “nella famosa cena a casa di Bruno Vespa, dove Berlusconi, seduto a fianco di Cesare Geronzi, avrebbe imposto al governatore della Banca d'Italia Draghi uno ‘scambio’: io ti sostengo per la corsa alla Bce, tu non ti opponi al ribaltone in Unicredit”. Quindi gli azionisti libici, per i quali Berlusconi “ha dato ampie garanzie a Profumo” si sono trasformati da cavallo bianco (un supporto contro l’attacco dei grandi azionisti di Unicredit) a cavallo di Troia. “La vittoria politica di Berlusconi si può riassumere così – scrive la Repubblica –. In uno scenario che precipita palesemente verso le elezioni anticipate, il premier sistema la partita strategica di Unicredit, si libera di un manager troppo autonomo dal Palazzo, e in un colpo solo rinsalda il suo patto di ferro con Umberto Bossi, sigla una tregua con il governatore di Bankitalia Draghi, e ridimensiona le velleità politiche del suo ministro-antagonista Tremonti”.

L'editoriale de la Repubblica

Chi ha paura di una banca autonoma? Il Sole24Ore non pone dubbi sulla legittimità dell’operazione Profumo, ma sui tempi e modi dell’allontanamento dell’ad da UniCredit. L’opinione dell’editorialista Paolo Bricco è questa: “Ogni impresa ha diritto a cambiare il proprio management, in qualunque momento (…). Questa semplice regola del capitalismo, in cui questo giornale crede con convinzione, deve però rispondere sempre a una logica razionale”. Per il quotidiano economico “la prima zona d'ombra del Blitzkrieg teutonico-padano non è costituita dalla fretta, ma dalla furia (…). Lo strappo violento che gli azionisti tedeschi e italiani hanno scientificamente prodotto nelle ultime ore– sottolinea il Sole24Ore – sono un cattivo esempio di governance. Non è giustificabile che una grande banca di sistema, la più internazionalizzata del paese, divenga all'improvviso un corpo privo di testa strategica e operativa”. Neanche la banche americane, travolte dalla crisi finanziaria, hanno lasciato un istituto senza guida, ma “hanno sempre cambiato il Ceo uscente con quello nuovo”.
Perplessità anche su come una delle principali banche del paese “possa passare sotto il controllo del capitalismo tedesco o che, restando nella ristretta cinta daziaria italiana, possa diventare oggetto degli appetiti della politica. L’auspicio del Sole24Ore è che “la politica resti fuori dallo sportello e che non si apra una stagione cruenta”, in cui i manager indipendenti in grado di dire dei no anche al territorio-clientela, “divengano prede da impallinare e da sostituire, in furiosa velocità, con più fedeli cani da riporto”.
Una frecciatina anche al premier Berlusconi che, a detta del quotidiano, “avrebbe potuto palesare una sua ‘moral suasion’ su tutti (…). E' come se la maggioranza da raggranellare uno per uno alla Camera conti più della gigantesca UniCredit nel corso della gigantesca crisi del XXI secolo”.

L'editoriale del Sole24Ore

Non è un martire ma un manager che si credeva re. Di altro genere il commento del direttore di Libero , Maurizio Belpietro, secondo cui “i banchieri sono i veri uomini forti di questo Paese e i soli padroni dell’editoria”. Libero accusa i giornali (soprattutto la Repubblica e il Sole24Ore ) di aver trattato, nelle pagine di ieri, Alessandro Profumo come “un eroe moderno, anzi un martire”. Per il quotidiano, invece, “C’è semplicemente un manager che si era fatto padrone e credeva di disporre della banca come di una cosa propria (…). Quale imprenditore potrebbe mai accettare che un proprio dirigente, per quanto bravo, facesse entrare a sua insaputa nuovi padrondi senza neppure informare gli organi societari?”. Il modo di fare di Profumo non è certo nuovo scrive il direttore di Libero , ma un conto è quando le cose vanno bene, un altro quando gli utili stanno al di sotto della media.

L'editoriale di Libero

La politica nelle banche. Semplice e senza giri di parole il vicedirettore de l’Unità , Rinaldo Gianola, titola il proprio editoriale sul caso Profumo e non solo. Sul quotidiano, infatti, si accosta la vicenda di UniCredit con le indagini sulla Ior, la Banca Vaticana dove “un’inchiesta su una banca diventa un fatto politico, come se ci fosse un legame impossibile da rescindere tra politica e credito come insegna il caso Unicredit”. Il quotidiano sottolinea i problemi che si potranno creare oggi, dopo le dimissioni dell’ad della banca di piazza Cordusio, ovvero se “i mercati e gli investitori internazionali percepiranno, come pare, l’uscita di Profumo (…) come l’esito di un’aggressione politica e di un’alleanza indebita tra partiti di governo e interessi finanziari”. Il dito de l’Unità è puntato contro la Lega che, secondo il quotidiano, dopo il successo nelle ultime elezioni amministrative ha fatto pressione “sul management e sul vertice di grandi banche come Unicredit e Banca Intesa Sanpaolo”. E la presunta “aggressione leghista” è stata operata con “la piena complicità di Silvio Berlusconi che non ha mai sopportato banchieri giudicati di sinistra”. Per Gianola da domani il sistema bancario italiano non sarà più lo stesso. “Se passa lo stile della Lega – scrive – allora dobbiamo prepararci a nuovi scontri di potere, dove in palio c’è la conquista degli sportelli bancari e l’erogazione del credito, strumenti di creazione del consenso.

L'editoriale de l'Unità

Quel banchiere che piace a sinistra. Sulle pagine de il Giornale Profumo è accusato di non aver saputo adattarsi al cambiamento di governo. Si legge nell’articolo di Lodovico Festa: “Profumo seguiva l’impostazione bancocentrica di Romano Prodi (…). Il fatto è che quando il blocco politico economico prodiano crolla nel 2008, alcuni protagonisti del mondo bancario ne prendono atto”, Profumo no. Secondo il quotidiano l’ex ad di UniCredit “mantiene in vita un apparato retorico che non sta più in piedi. Affossa i Tremonti bond, finendo per far infuriare le fondazioni costrette a sottoscrivere forti aumenti di capitale”.
Da il Giornale compaiono anche apprezzamenti per Profumo, “L’Italia deve essere a un manager che (…) ha fatto operazioni di rilevanza per il sistema Paese”, ma sottolinea che le “questioni concrete” non potevano essere affrontate dal manager di piazza Cordusio “con la retorica del manager libero (da legami politici, ndr) e bello”. Per Festa mentre lo “Stato Italiano resta fuori” da UniCredit, “non lo restano questo o quel Land, questa o quella Regione, lo Stato libico. Oltre un certo grado le parole diventano pietre e ti portano a fondo, e se non sei in grado di dominare la tua retorica e ti fai dominare da questa, ci finisci più rapidamente”.

L'editoriale de il Giornale