Salerno-Reggio Calabria lavori © LaPresse

LAVORI INTERMINABILI? Nel 1974 fu inaugurata la prima versione della Salerno-Reggio Calabria, ma da subito il tratto autostradale, peraltro d’importanza strategica, fu giudicato bisognoso di numerosi interventi d’ammodernamento

Alla fine di giugno, il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera ha fatto una promessa: entro il dicembre del 2013, termineranno finalmente i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria, l’autostrada dai cantieri infiniti che collega il profondo Sud al resto dell’Italia. Se tutto va bene, ci saranno voluti dunque almeno 11 anni di tempo per rifare poco più di 400 chilometri di asfalto e completare una infrastruttura strategica che, già nel 1974, quando fu inaugurata nella sua prima versione, venne subito giudicata bisognosa di ammodernamenti. Appare davvero lontana anni luce la data del 4 ottobre 1964, quando l’ex presidente della Repubblica, Antonio Segni, a bordo di una elegantissima Lancia Flaminia, inaugurò l’ultimo tratto dell’Autostrada del Sole, la più grande arteria di comunicazione del Paese, lunga oltre 750 chilometri, costruita nell’era del boom economico in appena otto anni, tre in meno rispetto alla Salerno-Reggio Calabria. Oggi, quell’Italia del boom sembra ormai morta e sepolta. Al suo posto c’è l’Italia del non fare, dove la costruzione di opere pubbliche di fondamentale importanza si arena quasi sempre in discussioni infinite, veti incrociati e nell’inerzia di un’intera classe dirigente. Lo sanno bene gli studiosi di Costi del non fare (Cnf), l’osservatorio guidato da Andrea Gilardoni, professore di Economia e gestione delle imprese all’Università Bocconi, che da più di sei anni valuta gli impatti economici, sociali e ambientali dei ritardi nella costruzione di infrastrutture strategiche per il nostro Paese. I risultati a cui sono giunti gli analisti del Cnf sono purtroppo preoccupanti: tra il 2009 e il 2011, il ritardo nella realizzazione di opere fondamentali nel settore delle autostrade, delle ferrovie, nell’energia o nel comparto idrico è costato all’Italia almeno 24 miliardi di euro di mancata crescita economica o di maggiori oneri di produzione, che saliranno addirittura a 300 miliardi tra il 2012 e il 2024: in media oltre un punto e mezzo di prodotto interno lordo ogni 12 mesi. Non c’è dunque da stupirsi se il nostro Paese è da tempo il fanalino di coda in Europa per tasso di sviluppo del Pil e viene giudicato da parecchi osservatori internazionali come una delle nazioni meno competitive dell’Occidente.

PROGETTI IN SOSPESO
  • AUTOSTRADA SALERN0-REGGIO CALABRIA
  • È il secondo tratto dell’Autostrada del Sole, oltre 400 km d’asfalto
  • BANDA ULTRA LARGA
  • Lo sviluppo delle reti tlc dovrebbe migliorare l’efficienza delle comunicazioni via Internet
  • TRENI ALTA VELOCITÀ
  • Scontri e proteste in Val di Susa rallentano da anni i lavori sulla linea Lione-Torino
  • TERMOVALORIZZATORI
  • Dei quattro impianti previsti in Campania per smaltire i rifiuti è attivo solo quello di Acerra (Na)

Guardando al futuro, poi, c’è preoccuparsi ancor di più, soprattutto se l’Italia non metterà in cantiere gli investimenti infrastrutturali oggi più attesi: quelli per la realizzazione della Bul, la banda ultralarga che, secondo gli obiettivi dell’Agenda digitale europea, dovrebbe accelerare la velocità e accrescere l’efficienza delle comunicazioni attraverso Internet. «Credo sia l’opera più importante di cui il nostro Paese ha bisogno in questo momento, per recuperare o non perdere competitività», dice Gilardoni. Secondo le stime dell’osservatorio Cnf, la mancata realizzazione della Bul costerà infatti al sistema produttivo italiano circa 850 miliardi di euro di mancati ricavi nell’arco di 20 anni, cioè oltre 3 punti di Pil ogni 12 mesi. Per quale ragione? Semplicemente perché, nei prossimi tre o quattro lustri, le infrastrutture di comunicazione oggi esistenti nel nostro Paese non varranno più nulla, poiché non saranno in grado di ospitare una lunga serie di servizi indispensabili a una nazione industrializzata come l’Italia. «Abbiamo valutato l’impatto economico della costruzione di una rete a banda ultra-larga sotto due diversi profili», dice Gilardoni, «quello dell’enabler e quello dell’enhancing». Il primo, spiega il professore, consiste nell’analizzare quali servizi avanzati possono nascere ex-novo grazie all’esistenza della Bul. Si tratta però di un aspetto difficilmente valutabile a priori e che, a detta del direttore dell’Osservatorio Cnf, in questo momento è meno importante rispetto all’enhancing, cioè la crescita e lo sviluppo di servizi già esistenti, che possono diventare molto più moderni e avanzati proprio grazie alla banda-ultra larga. È il caso, per esempio, del commercio elettronico, del telelavoro, dei servizi sanitari o del cloud computing, la tecnologia che permette alle aziende di archiviare e gestire tutti i propri dati informatici a distanza (per esempio via Internet) con un notevole risparmio nei consumi energetici e con una maggiore efficienza nei processi produttivi. Tuttavia, secondo Gilardoni, quando si parla di carenza di opere pubbliche in Italia, è bene non fare facili generalizzazioni. «In realtà», dice il professore, «in alcune zone del Paese vi sono anche troppe infrastrutture: ci sono, per esempio, troppi ospedali, troppe università o troppi aeroporti, molti dei quali chiudono quasi sempre il bilancio in perdita». Il vero problema del nostro sistema produttivo, a detta del direttore dell’Osservatorio Cnf, è piuttosto l’incapacità di stabilire quali sono le opere prioritarie (come appunto la banda larga) su cui si deve necessariamente in vestire per accrescere la competitività. «Credo che ci sia un gran bisogno di infrastrutture smart, cioè intelligenti, che costano relativamente poco e generano grandi benefici in termini economici», aggiunge Gilardoni. Un esempio concreto? «Oggi», dice ancora il docente della Bocconi, «parecchi tir che circolano sulle nostre autostrade fanno il viaggio di andata o di ritorno vuoti o con il carico sottoutilizzato, perché non trovano abbastanza merce da trasportare». Dunque, se si investisse qualche centinaio di milioni di euro per creare una grande infrastruttura informatica nazionale, capace di mettere in contatto la domanda e l’offerta di trasporti, il nostro sistema produttivo ne trarrebbe grandi benefici. Soltanto aumentando il carico medio dei tir e dei camion del 3-4%, secondo i calcoli degli analisti si avrebbe un aumento il Pil nell’ordine di diverse decine di miliardi di euro all’anno. Con un’idea semplice e facilmente realizzabile, insomma, si riuscirebbe a ottenere risultati enormi. E allora, viene spontaneo chiedersi, se alcune opere pubbliche sono così importanti, perché in Italia incontrano sempre molti ostacoli sulla propria strada? A detta di Gilardoni, le ragioni sono sostanzialmente due. La prima è la sindrome del “nimby” (“not in my backyard”, non nel mio cortile) un’espressione usata nel mondo anglosassone per definire le resistenze che incontrano di solito le grandi opere di interesse nazionale, quando hanno un impatto su alcuni territori e realtà locali: dalla Tav in val di Susa ai termovalorizzatori in Campania. Si tratta senza dubbio di un fenomeno significativo ma che, secondo il direttore dell’Osservatorio Cnf, non va neppure sopravvalutato. Il vero grande problema del sistema-Italia è il suo elefantiaco apparato burocratico e amministrativo e la selva inestricabile di leggi e leggine che spesso allungano i tempi di realizzazione delle opere pubbliche, ostacolano la crescita del Paese e soffocano la “cultura del fare”.

Lo sanno bene anche gli analisti della Banca Mondiale che ogni anno pubblicano un report dettagliato sulla competitività delle nazioni (il Doing Business in a more trasparent world ), dove scattano sempre una fotografia impietosa del Sistema Italia. Su 183 nazioni esaminate in tutti e cinque i continenti, il nostro Paese si piazza infatti soltanto all’87° posto per capacità di attrarre gli investimenti, ben lontano dalle altre potenze industrializzate e alle spalle anche di molte nazioni in via di sviluppo come la Mongolia, l’Albania, il Brunei, la Repubblica Moldova e addirittura lo Zambia. Fare impresa in Italia, insomma, oggi è più difficile che in alcune zone dell’Africa. Il perché di questa posizione così bassa nella classifica è facilmente intuibile leggendo i contenuti del report, dove vengono passati in rassegna diversi fattori che solitamente possono stimolare (oppure ostacolare) gli investimenti produttivi in un determinato Paese: la pressione fiscale sui profitti delle aziende, il numero di adempimenti burocratici e i costi necessari per fondare una nuova impresa, la complessità delle procedure per recuperare un credito, per ottenere un permesso a costruire o per l’allacciamento alla rete elettrica di un nuovo stabilimento o di un capannone. Si tratta di elementi importantissimi in cui, purtroppo, l’Italia si distingue quasi sempre in negativo. A sud delle Alpi, per esempio, i tempi medi di attesa per ottenere l’allacciamento alla rete energetica superano abbondantemente i sei mesi, contro i 17 giorni della Germania, i 36 giorni di Singapore, i 43 di Hong Kong e i 68 degli Stati Uniti.

Ci si consola poco analizzando le procedure per costituire una nuova società: nella Penisola, infatti, il costo complessivo di tutti gli adempimenti burocratici, tra spese notarili e iscrizione nel registro delle imprese, supera di almeno 10 volte quello di molti altri Paesi industrializzati, fatta eccezione per la Germania. Stesso discorso per le procedure di riscossione dei crediti, su cui incidono in maniera significativa le parcelle da versare agli avvocati. Idem anche per le richieste di un permesso a costruire, che in Italia può costare circa il 3% del valore del fabbricato, cioè 30 mila euro per un capannone o un magazzino che valgono attorno a un milione. Senza dimenticare, infine, la gigantesca pressione fiscale del nostro Paese, dove l’incidenza delle tasse sui profitti d’impresa oltrepassa di gran lunga il 68%, un livello che non ha eguali al mondo e che supera di 20 punti quello della Germania, di circa il 30% quello degli Stati Uniti o della Gran Bretagna e di ben il 40-45% la pressione fiscale di Singapore e Hong Kong. Dopo aver letto queste cifre, insomma, non occorre certo avere un dottorato in economia o sfogliare le pagine dei quotidiani finanziari anglosassoni per capire la ragione della bassa crescita del pil italiano.

La pensa così anche Carlo Stagnaro, responsabile per le ricerche e gli studi dell’Istituto Bruno Leoni, il quale evidenzia un aspetto abbastanza allarmante che emerge dai dati della Banca Mondiale: «Purtroppo», dice Stagnaro, «il nostro Paese viene bocciato dagli analisti su quasi tutti i fronti: non soltanto per l’inefficienza dell’apparato amministrativo o per la schiacciante pressione fiscale, ma anche per gli elevati costi e il basso livello di concorrenza esistenti in alcuni settori, come quello dei servizi professionali». Le tariffe dei notai o degli avvocati, così come le bollette energetiche più care della media europea sono infatti altri elementi che pesano non poco sui bilanci delle aziende, soprattutto quelle piccole e medie. C’è poi un altro fattore che, a detta di Stagnaro, rappresenta una pesante zavorra per le attività produttive: l’incertezza sui tempi biblici della giustizia civile italiana, dove anche una piccola controversia per un credito rimasto insoluto può andare avanti per quasi quattro anni. Si dice che il tempo non ha prezzo. Per l’Italia, però, ha un costo. E quello che stiamo buttando vale miliardi.