©LaPresse - Expo 2015

Un progetto per l’Expo 2015

Per fortuna da metà gennaio è arrivata la nebbia, che non si vedeva da anni. Così Milano ha rivissuto il clima dei bei tempi andati e, almeno sotto l’aspetto climatico, si è sentita di nuovo quella di una volta, quando era il laboratorio, l’apripista di tutto il nuovo, il positivo, il vincente che sarebbe venuto nel resto d’Italia, poi. Perché oggi, nebbione a parte, della gloriosa Milano del passato non è rimasto granché. Inutile perder tempo a lamentarsi, e non è nell’indole degli abitanti del luogo. Però non si può non rilevare - da semplici cronisti - come negli ultimi anni la città abbia subito una serie di débacle che le hanno tolto il piedistallo dal quale, con un orgoglio talvolta vicino alla supponenza, guardava al Paese. E si tratta di sconfitte - è bene ammetterlo - le cui responsabilità non vanno cercate lontano, perché basta guardare in casa.

Cariche e poltrone
Da dove vogliamo incominciare l’elenco? Dall’Expo? Ecco, allora. Per assicurarsi l’esposizione del 2015 dedicata all’alimentazione, la giunta guidata da Letizia Moratti (con il pieno appoggio del governo di Romano Prodi, pur schierato politicamente dalla parte opposta) ha fatto di tutto e ha fatto bene, tanto che nel marzo 2008 è arrivata la vittoria sull’altra finalista, la turca Smirne. Da allora sono passati dieci mesi durante i quali non si è fatto nulla di operativo, ma si è solo discusso e litigato per cariche e poltrone. La vicenda dell’amministratore delegato della società organizzatrice dell’evento, Paolo Glisenti, e del suo emolumento è stata addirittura grottesca. È diventata una questione di puntiglio, un terreno di scontro dove sfogare personalismi e rancori politico-privati del sindaco e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Risultato: quasi un anno è stato buttato via e se questo è l’andazzo c’è da chiedersi in che condizioni arriverà Milano all’appuntamento del 2015.
Il caso Expo, si è intrecciato con quello dell’Alitalia. Senza entrare nel merito del più che decennale confronto Malpensa-Fiumicino (diventato ormai stucchevole) bisogna ricordare che la maggioranza delle forze politiche locali aveva applaudito Berlusconi per il suo rifiuto di vendere la compagnia di bandiera ad Air France proprio in nome degli interessi del nord. Finita la campagna elettorale, si è visto come è andata: la famosa cordata voluta dal premier si è fatta, composta per la maggioranza da imprenditori settentrionali, così la nuova Alitalia è nata. E ha scelto Roma come hub, declassando Malpensa a un ruolo di serie B. I politici si sono svegliati quando ormai tutto era di fatto già concluso e hanno ottenuto qualche vaga promessa di impegno per l’aeroporto varesino (la famosa deregulation dei diritti di volo voluta dalla Lega), qualche invito a colazione dal premier e parecchie pacche sulle spalle. Tutto qui.

Questione derivati
Ma le brutte figure non sono solo queste. Un’altra Milano l’ha rimediata in un campo, quello della finanza pubblica, nel quale tradizionalmente godeva fama di eccellenza, di prima della classe. Da un po’ di tempo non si parla più dei contratti derivati, quelli che sottoscrive chi contrae un debito per coprirsi dai rischi legati all’andamento dei tassi di interesse. Però il problema è sempre lì: la giunta precedente ha fatto ricorso a questi prodotti, frutto della finanza creativa, con una disinvoltura assoluta, ascoltando le sirene dei banchieri internazionali alla ricerca di business redditizi, senza rendersi conto delle perdite potenziali che nascondevano. E ora sui conti del Comune, già non messi benissimo, incombe questa terribile spada di Damocle di un buco ancora difficilmente quantificabile. E che cosa dire del caso Mediobanca, per decenni simbolo dell’indipendenza del potere finanziario milanese dal palazzo romano? Il logorante braccio di ferro sui poteri interni (la cosiddetta governance) ha visto il trionfo di Cesare Geronzi, il più romanocentrico dei banchieri, campione storico di quell’intreccio fra affari e politica che è la costante negativa dell’economia nazionale. Intreccio che diventa sempre più fitto e generalizzato: con la crisi dei mercati, le grandi banche, dai loro quartier generali di Milano, ormai rivolgono sguardi supplici ai centri del potere della capitale, e sollecitano aiuti come i bond-salvagente lanciati dal ministro dell’Economia.
Parlare di guai non è divertente e neppure edificante, perché di ogni problema bisognerebbe cercare la positività che comunque presenta, la via d’uscita, la possibilità di trasformare una difficoltà in un’occasione. Però proprio qui sta l’aspetto più preoccupante del caso Milano oggi. Nella classe dirigente politica ed economica sembra ormai assente quel gusto della sfida, quella voglia di cavarsela da sé che hanno fatto la fortuna della città per decenni. Politici e imprenditori sono lì tutti insieme, tutti in fila a chiedere soldi allo Stato. Certo il momento è difficilissimo, la crisi economica è sicuramente fra le più gravi mai viste, le preoccupazioni per l’avvenire sono più che giustificate. Però l’atteggiamento, lo stato d’animo non sono quelli vincenti. E non sono quelli che è (o si era?) abituati ad avere a Milano.