Sergio Cragnotti

Cirio eseguiva operazioni finanziarie “misteriose” in cui sia le destinazioni delle somme trasferite ad altre società, “sia la gestione e la sorte dei crediti generati, non è ricostruibile in termini di certezza” operazioni che avrebbero portato il gruppo agroalimentare in default nel 2002 per il mancato pagamento delle cedole sulle obbligazioni da 1,2 miliardi di euro (dichiarato poi insolvente nel 2003). È parte della requisitoria con cui la pubblica accusa del processo per il crac della Cirio ha chiesto 15 anni di condanna per Sergio Cragnotti, 8 per Cesare Geronzi e sei per Giampiero Fiorani. In totale sono 31 le posizioni per le quale è stata chiesta la condanna per una richiesta complessiva di 221 anni. Tra gli imputati anche i figli di Cragnotti, Elisabetta e Andrea (8 anni) e Massimo (6 anni). Per il genero dell'ex patron di Cirio, Filippo Fucile, i pubblici ministeri Gustavo De Marinis e Rodolfo Sabelli hanno chiesto 12 anni di reclusione. Per tutti l'accusa è, in primo luogo, di bancarotta.
Per quanto riguarda il ruolo delle Banca di Roma, i magistrati della procura di Roma la definiscono come l'istituto di credito “di appoggio del gruppo Cirio. Le scelte di Cragnotti erano sempre discusse e condivise con i funzionari della banca”. Per l'accusa “il cliente Cragnotti è sempre stato trattato in maniera assolutamente anomala dalla Banca di Roma”. Per l'ex presidente della Lazio la richiesta nei suoi confronti formulata davanti alla I sezione penale del Tribunale di Roma “è assurda”. Cragnotti ha sollecitato quindi i suoi legali a preparare, in sede di arringa difensiva, una “risposta adeguata al fine di dimostrare che tutte le operazioni finite sotto processo erano a conoscenza, e furono approvate, dagli organismi di controllo”.