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In pochi mesi il petrolio è sceso da 170 dollari al barile a 40-50 dollari. Questo da un lato rende meno onerosi i costi aziendali, soprattutto della logistica dei trasporti, dall’altro determina un rallentamento degli investimenti in ricerca e sviluppo di energie alternative

Siamo proprio sicuri che il 2009 sarà un disastro? Siamo certi che tutte le previsioni di centri studi, istituzioni mondiali, guru siano sbagliate per non sufficiente pessimismo e che quello che è appena iniziato sarà ancora peggiore di quello che ci hanno detto? Può essere, ma come si sa, i numeri, sui quali si basano le previsioni, possono essere letti in tanti modi. Per esempio: il petrolio che in pochi mesi è passato da 170 dollari al barile a 40-50 dollari è certamente un sintomo della minore domanda, dovuta alla recessione mondiale, ma, appunto, può essere letto come conseguenza, non come causa. E, soprattutto, un petrolio a 40-50 dollari rende molto meno costosi gli oneri aziendali per i trasporti, soprattutto quelli internazionali. Quindi, se è una conseguenza della crisi, potrebbe essere, allo stesso tempo, una delle premesse per la ripresa. Piuttosto l’effetto di un petrolio a basso costo è quello di abbassare la necessità di investimenti in ricerca e sviluppo e soprattutto l’utilizzo delle ben più costose energie alternative, e questo è un danno per l’ambiente. Ma è un altro discorso.
Se la principale materia prima mondiale costa così poco (e se continuerà a costare così poco), questo ha un effetto diretto sul tasso di inflazione che crolla. Infatti se c’è una percentuale per la quale nel 2009 non è prevista alcuna crescita è proprio quella dell’aumento dei prezzi di beni e servizi. Un bene? Da molti punti di vista certamente sì dato che mantiene stabile, o il leggerissima diminuzione, il potere d’acquisto delle famiglie che vivono “a reddito fisso” a parità di salario. Quindi, se nel 2009 i consumi crollassero non sarà colpa dell’inflazione che rende le merci meno abbordabili rispetto a un anno prima, ma piuttosto delle imprese che licenziano o accedono alla cassa integrazione. Più la seconda della prima. A proposito: nel dicembre del 2007 la spesa pubblica per la cassa integrazione è salita del 525%. Un boom negativo? Certamente sì, ma se si vuole vedere sotto un altro punto di vista si potrebbe dire che le persone non hanno perso il lavoro e le aziende attendono la ripresa per reintegrarli.

Consumi inaspettati
Già, la ripresa. L’aspetto interessante sul dibattito in corso è che un anno fa gli economisti si dividevano sul “se” ci sarebbe stata la ripresa, ora si differenziano sul “quando” arriverà. Significa che la maggior parte degli osservatori la ritiene inevitabile, mentre alcuni la prevedono a metà dell’anno e altri alla fine. Ma è ovvio che il termine delle richieste di cassa integrazione e la ripresa dei consumi non avviene da un giorno all’altro, è un lento crescendo e questo significa che, senza che ce ne stiamo accorgendo, molte imprese già stanno covando il germe della fiducia nei consumi.
A proposito di consumi: uno dei dati che ha colto abbastanza di sorpresa i catastrofisti è stato quello relativo alle spese natalizie degli italiani. Erano date in picchiata e, invece, secondo i dati degli stessi commercianti, non sono state poi così male, date le premesse. Una previsione sbagliata per tutte: poco prima di Natale l’Osservatorio Findomestic aveva pronosticato che gli italiani avrebbero speso in regali il 61% in meno rispetto all’anno precedente. Non è andata così: anche se il consuntivo è ancora tutto da scrivere, secondo la Confcommercio i consumi natalizi sono scesi tra il -2 e il -3% mentre tutto il 2008 si è chiuso con una contrazione tra lo 0,7 e l’1%. È vero che, secondo l’Istat, in ottobre sono calate le vendite al dettaglio dello 0,7%, ma a tirare giù la percentuale sono stati i prodotti non alimentari (-1,6%) mentre gli alimentari sono cresciuti (dello 0,7%). A novembre i cittadini europei hanno sconvolto un po’ tutti perché hanno speso solo lo 0,7% in meno rispetto al mese precedente. Se fossero stati così pessimisti come risulta dalle indagini statistiche, il dato avrebbe dovuto essere molto peggiore.
Insomma: è prevedibile che i consumi si riposizionino ulteriormente nel corso del 2009, che gli outlet esplodano a danno delle grandi firme (che hanno reagito bene anticipando il periodo dei saldi) e che ai prodotti di marca si preferiscano quelli degli hard discount, ma chi tenta ora di prevedere un crollo rischia di fare una brutta figura al momento del consuntivo. Anche perché non è affatto detto che a una minore spesa monetaria corrisponda una minore spesa in quantità.

Il fattore mattone
Un altro dato interessante, per il quale vale in parte lo stesso discorso del petrolio, è quello del prezzo delle case. È in forte calo. Ovvero le quattro mura valgono meno, molto meno rispetto a un anno fa. Se questo intacca il valore del patrimonio degli italiani (che risultano, e si sentono anche, meno ricchi), è anche vero che molte case che costano poco sono la premessa per la ripresa del mercato delle compravendite. Chi è riuscito negli anni di vacche grasse a mettere da parte dei risparmi può comprare un bilocale con la stessa cifra che un anno fa non sarebbe bastata per un monolocale. E, d’altra parte, anche fare un mutuo è molto più conveniente. Dopo la fiammata dei tassi e il credit crunch che ha caratterizzato il 2008, nel 2009 i problemi di liquidità (e di fiducia tra loro) delle banche italiane dovrebbe definitivamente risolversi. Chi vuole acquistare casa trova tassi da saldi di fine stagione: l’Euribor a tre mesi (sul quale si calcolano i tassi dei mutui) è inferiore al 3%, un record dal giugno del 2006. E, d’altra parte, il crollo dei rendimenti dei titoli di Stato, che continuano comunque a essere l’investimento preferito dalle famiglie, può sortire un effetto “transumanza” verso altre forme di investimento. In primis: il mattone.
Che poi gli italiani possano permettersi di indebitarsi è un discorso molto ma molto complesso. Comunque non tutti i dati su questo fronte sono negativi: secondo l’Istat nel novembre del 2008 le retribuzioni sono salite dello 0,1% rispetto a ottobre e del 3,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Non male per un Paese che dovrebbe essere sull’orlo dell’abisso. Anche perché questi numeri si riferiscono ai soli contratti nazionali e non tengono conto degli integrativi e dei premi di produzione (dove esistono) e, infine, valgono per il 68,3% del monte retributivo italiano e il 71,2% degli occupati. Già, gli occupati. I dati sugli italiani al lavoro sono negativi, certamente, ma non catastrofici. Secondo l’Istat nel terzo trimestre del 2008 gli italiani che hanno un’occupazione sono 23 milioni e 518mila, più 0,4% su base annua (più 101 mila). La crescita è rallentata, ma non negativa e anche se l’aumento è stato determinato soprattutto dalla popolazione straniera residente (il che significa che aumentano le retribuzioni basse e i lavori meno specializzati). Il confronto con il trimestre precedente fa segnare un aumento dell’occupazione dello 0,1%. È anche vero, però, che il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto rispetto a un anno prima, toccando il 6,1%, ma rispetto al secondo trimestre del 2008 è diminuito dello 0,1%. Anche l’andamento del Pil, pur essendo l’Italia ufficialmente in recessione, può essere letto con occhiali meno neri di quanto sarebbe legittimo fare. Sempre nel terzo trimestre del 2008 la ricchezza prodotta in Italia è scesa dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% rispetto allo stesso trimestre del 2007. E il fatto che negli altri Paesi concorrenti le cose vadano leggermente meglio non dovrebbe causare depressione, ma un certo ottimismo: se l’economia dei partner commerciali tira, ne beneficia anche l’Italia. In termini tendenziali, il Pil è cresciuto dello 0,8% in Germania (che è il Paese al quale le aziende italiane sono più legate) dello 0,7% negli Stati Uniti, dello 0,6% in Francia e dello 0,3% nel Regno Unito. Nel complesso, il Pil dei Paesi dell’area Euro è diminuito dello 0,2% in termini congiunturali ed è cresciuto dello 0,6% in termini tendenziali. Non è il crollo, insomma, che ci si doveva aspettare.

Tasse e borse
Non è da sottovalutare nemmeno l’ondata politica anti-tasse che, partita dall’America, sta contagiando l’Europa. Il presidente Barak Obama ha annunciato un taglio delle imposte di 300 miliardi di dollari, la Germania e i conservatori in Gran Bretagna vogliono fare la stessa cosa. Gli effetti saranno soprattutto di carattere interno, ma se le economie di questi Paesi dovessero rispondere positivamente ai nuovi pacchetti anti-recessione, potrebbe innescarsi un circolo virtuoso del quale beneficerebbero anche i Paesi che non si possono permettere di ridurre le tasse. Come l’Italia.
Poi c’è Piazza Affari che rappresenta un formidabile indicatore non solo della fiducia degli investitori ma anche dell’andamento previsto delle imprese. Secondo le banche d’affari il livello minimo delle quotazioni che si è toccato a novembre molto difficilmente verrà nuovamente raggiunto. Tim Bond, capo dell’asset allocation della Barclays Capital, sostiene che le azioni europee «sono trattate in genere al di sotto del valore di libro» e prevede «sia per il mercato del credito sia per quello delle azioni a very strong bull market» (in inglese rende ancora meglio l’idea). E, infatti, l’anno è partito bene in Piazza Affari dove, evidentemente qualcuno, mentre in pubblico annuncia un 2009 da tragedia, in privato si prepara alla ripresa.