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A Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, tutto sembrava pronto per l’apertura di un nuovo stabilimento e per l’assunzione di 400 dipendenti. E invece, tra l’estate e l’autunno del 2014, i manager della multinazionale americana Alps South, proprietaria di una cinquantina di brevetti per la produzione di dispositivi medici, hanno fatto marcia indietro.

Colpa della giustizia italiana, in particolare di quella civile, dove i processi tirano troppo per le lunghe e c’è il rischio di non riuscire a proteggere in tempi ragionevoli un bene prezioso come un brevetto industriale. Per questo motivo, quelli della Alps South hanno deciso di andare a investire nell’Europa dell’Est, mettendo in risalto un male cronico che affligge da decenni il Sistema Italia.

Questo male si chiama giustizia civile che funziona male o non funziona affatto. A testimoniarlo, non sono soltanto gli episodi come quello avvenuto pochi mesi fa a Bassano del Grappa.

PROCESSI AL RALLENTATORE Per capire quanto sia difficile far rispettare le regole e avere la certezza del diritto in tutta la Penisola, basta leggere le analisi impietose dei principali organismi internazionali.

Prima fra tutte la Banca Mondiale (World Bank), che ogni anno pubblica il rapporto Doing Business , stilando una classifica sulla competitività del sistema economico di ciascun Paese.

Per vedere concluso un contenzioso giudiziario sui contenuti di un contratto, rilevano gli esperti della Banca Mondiale, in Italia bisogna aspettare in media 1.185 giorni, quasi tre anni e mezzo, circa il quadruplo di quanto avviene in Francia e in Germania e più del doppio rispetto alla Spagna e alla Gran Bretagna. Con questi numeri, non c’è da stupirsi se anche altri organismi internazionali bocciano puntualmente su tutti i fronti il sistema della giustizia civile made in Italy.

È il caso dell’Ocse che, a fine 2013, ha affibbiato al nostro Paese il ruolo di, in termini di efficienza del sistema giudiziario. Più o meno la stessa cosa sostengono gli analisti di World Justice Project, organizzazione non profit Usa che ha elaborato un indice per misurare il grado di fidcia nella giustizia e nel rispetto delle regole in tutti e cinque i continenti.

Si chiama Wjp Rule of Law Index e assegna all’Italia un punteggio di appena 63, contro i 74 punti della Francia, i 78 del Regno Unito e gli 80 punti della Germania e del resto d’Europa.

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PER VEDER CONCLUSO

UN CONTENZIOSO L’ATTESA MEDIA

È DI QUASI TRE ANNI E MEZZO

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AULE INGOLFATE Il perché di queste cattive performance del nostro Paese non è difficile da comprendere: i tribunali italiani sono oggi ingolfati da una valanga di contenziosi civili ancora pendenti, circa 5 milioni in tutto, secondo le statistiche aggiornate al 2013.

Come fare per smaltirli? Il governo Renzi ci sta provando, con una serie di misure contenute nella prima parte delle riforma della giustizia, ideata dal Guardasigilli Andrea Orlando e approvate nel settembre dell’anno scorso.

Divorzi più facili, rafforzamento dei tribunali delle imprese, riduzione delle ferie per i magistrati, nuove procedure per la risoluzione extra-giudiziale delle controversie e maggior carico delle spese processuali su chi perde una causa per incentivare i cittadini a non andare a processo, se non per motivi seri: sono questi alcuni dei provvedimenti varati dall’esecutivo per aumentare l’efficienza del sistema della giustizia e renderlo degno di un Paese industriale avanzato.

Tra mille buoni propositi, restano ancora molti dubbi sull’efficacia della riforma renziana, che si trova ad affrontare problemi cronici e difficilmente risolvibili con la scrittura di una semplice legge. In realtà, i mali dell’apparato giudiziario andrebbero cercati al suo interno, nella complessa macchina amministrativa che governa i tribunali e che spesso viaggia con il motore scassato.

La prova arriva dai dati del censimento sulla giustizia civile realizzato sotto la supervisione di Marco Barbuto, ex presidente del tribunale di Torino e oggi a capo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del ministero guidato da Orlando.

BUONE PRATICHE A TORINO Quando dirigeva la giustizia nel capoluogo piemontese, Barbuto ha avviato una serie di buone pratiche che, a partire dal 2003, hanno ridotto drasticamente le cause pendenti di durata superiore a tre anni, relegandole a una quota di meno del 4% del totale.

Merito di un metodo di lavoro nuovo, basato su un costante monitoraggio della lunghezza dei processi e sulla creazione di una corsia preferenziale per le liti più vecchie, che hanno iniziato a essere risolte dai giudici torinesi prima delle altre. Se tutti i tribunali si comportassero così, probabilmente la giustizia civile italiana cambierebbe i connotati nel giro di pochi anni. Peccato che la realtà sia ben diversa.

In alcune città della Penisola, infatti, la macchina dell’amministrazione giudiziaria fa acqua da tutte le parti e trascina nei pasticci l’intero sistema. Non a caso, come ha rilevato lo stesso Barbuto nel suo censimento, più di un terzo delle cause civili pendenti nel Paese si concentra in soli dieci tribunali.

Oltre a quelli di Roma, Napoli o Milano, che ovviamente devono gestire molto lavoro a causa dell’alta densità di popolazione delle loro circoscrizioni, centinaia di migliaia di liti pendenti si trovano oggi in centri urbani di medie dimensioni, soprattutto al Sud, come Foggia, Salerno, Lecce, Santa Maria Capua a Vetere o Catania, affiancati da capoluoghi di regione come Bari e Palermo. È soprattutto in queste città, dunque, che bisogna agire per incidere il bubbone che ammala la giustizia civile in tutto il Paese. Passare dalle parole ai fatti, però, oggi appare ancora come un’impresa assai difficile.

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SU UN TOTALE DI 5,3 MILIONI

DI PROCEDIMENTI

CIVILI PENDENTI, LE LITI VERE

E PROPRIE SONO 3,6 MILIONI

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CITY MANAGER IN TRIBUNALE In molte strutture giudiziarie, infatti, mancano i soldi, il personale, le energie e le competenze per imitare il buon esempio di Torino. Non solo e non tanto perché i magistrati hanno goduto finora di un trattamento coi fiocchi in termini di contratti di lavoro, con 45 giorni di ferie all’anno e senza orari giornalieri standard.

Anzi, leggendo quello che c’è scritto nel censimento di Barbuto, i giudici italiani non appaiono improduttivi: in media, ogni giudice civile gestisce un numero di cause uguale o superiore a quello dei colleghi europei. Il guaio è che nel nostro Paese la domanda di giustizia è altissima e la quantità di procedimenti avviati ogni anno è ben superiore a quella del resto del continente, fatta eccezione per la Russia.

Inoltre, come rileva il censimento, i giudici italiani spesso programmano male il proprio lavoro e non danno sempre la precedenza alle cause più vecchie in modo da smaltire i carichi arretrati. Basterebbe dunque introdurre qualche buona pratica manageriale per togliere l’ingorgo da molti tribunali.

Allora perché finora le aule di giustizia non sono riuscite a trasformare in realtà tali precetti organizzativi? Forse perché a dirigere i tribunali ci vorrebbero, oltre ai giuristi, anche dei dirigenti con competenze diverse, soprattutto in campo economico. È la soluzione proposta da Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, la più importante associazione di categoria degli artigiani del Nord-Est.

Da tempo Bortolussi ha lanciato l’idea di creare nei tribunali una figura analoga a quella del city manager dei Comuni, un dirigente con competenze interdisciplinari che sappia far viaggiare a pieno ritmo la macchina organizzativa e gestire bene le risorse a disposizione, lasciando invece ai magistrati il compito di fare il lavoro per cui sono stati assunti, quello di amministrare la giustizia.

SEGNALI INCORAGGIANTI Intanto dalle statistiche sull’universo giudiziario italiano arriva anche qualche segnale incoraggiante. I procedimenti civili pendenti, pur elevatissimi, dal 2009 al 2013 hanno imboccato un costante trend in discesa e si sono ridotti dai 5,9 milioni di cinque anni fa (record storico) a circa 5,2 milioni (-11%).

Merito anche del maggior ricorso alle forme di giustizia alternativa come la mediazione, già agevolate in passato dai governi Monti e Letta, ancor prima della riforma di Renzi. Inoltre, come evidenzia il censimento speciale sulla giustizia civile, i numeri ufficiali che raccontano l’intasamento dei tribunali vanno un po’ ridimensionati.

Sul totale delle pendenze, infatti, il numero di liti vere e proprie sono in realtà 3,6 milioni mentre tutti gli altri procedimenti riguardano situazioni in cui il giudice è chiamato a svolgere semplicemente (e in via continuativa) funzioni di garante della legalità.

È il caso, per esempio, degli affidi dei minori o delle persone incapaci di intendere e volere, due procedure che vengono formalmente classificate come “cause pendenti” ma che in realtà non lo sono, poiché il giudice si limita soltanto a vigilare sull’operato di un tutore nominato dal tribunale.

Altri segnali incoraggianti sull’andamento della giustizia arrivano poi dai dati sul processo civile telematico, che è partito nel 2014 ed è stato utilizzato sinora per quasi un milione di procedimenti, con una crescita di quasi il 400% rispetto all’anno precedente. Con questo nuovo “sistema”, avvocati e aule di giustizia operano esclusivamente sulla base di una documentazione digitale, con una conseguente riduzione dei tempi delle cause civili che sfiora il 60% in alcune città.

I PUNTI CHIAVE DELLA LEGGE ORLANDO

PROSSIMA SFIDA: LA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA Nel carrozzone della giustizia italiana, insomma, qualcosa di buono s’inizia a vedere. Per il 2015, Renzi si è posto l’obiettivo di riformare anche la giustizia amministrativa, cioè i Tar, il Consiglio di Stato, le commissioni tributarie e tutti gli altri organismi che hanno il compito di regolare i contenziosi tra pubblica amministrazione e i cittadini.

Di lavoro da fare ce ne sarà tanto in un Paese in cui la burocrazia non funziona e il fisco non riesce a stanare gli evasori, ma spesso fa la voce grossa con chi ha le carte in regola. Basti pensare che, nelle cause analizzate dalle commissioni tributarie, dove i procedimenti pendenti sono più di 600 mila, i contribuenti riescono ad avere la meglio in oltre il 33% dei casi per i giudizi di primo grado e il 40% delle volte in appello.

Peccato che le vittime di un procedimento sbagliato, pur avendo ragione, abbiano spesso già subito delle esecuzioni sui loro beni e siano state trattate dal fisco come veri evasori.