Fabrizio Rigolio di Rizoma

Top secret: in questa stanza non si entra, lo dice chiaramente il cartello appeso fuori. E non serve a nulla insistere. Dietro questa porta, infatti, si lavora al futuro di Rizoma e i due fondatori dell’azienda, Fabrizio (in foto) e Fabio Rigolio, non possono anticipare nulla.

Ma perché dovrebbe interessarci? Semplice: perché Rizoma è un caso da manuale di management, un esempio di eccellenza che andrebbe studiato e copiato. Siamo a Ferno, alle porte di Milano, in quella che solo 15 anni fa era una piccola azienda meccanica di provincia, come ce ne sono tante, che sopravvive alla crisi ma tiene duro.

Poi arriva l’intuizione, l’idea folle: disegnare e produrre accessori di puro design per le moto. È sempre così che cominciano le belle storie, quasi senza saperlo: con un sogno. Fabrizio ci si mette d’impegno per realizzarlo e allora tutto cambia, gli affari cominciano a girare, bisogna assumere nuovi dipendenti, espandersi all’estero.

Sembra una favola, ne ha tutti gli ingredienti, e forse lo è davvero. Ma Rizoma è anche una solida realtà che fattura 15 milioni di euro e vende in tutto il mondo. Come andrà a finire? La risposta è dietro quella porta. E non è solo un nuovo prodotto – certo, ci sarà anche quello, sempre di alluminio e carbonio – ma nulla a che vedere con le moto. No, quello che conta è l’idea che è sempre stata alla base di questa piccola grande storia di successo. «È il tatuaggio che ho sulla pelle e non è affatto modo di dire: made in Italy», spiega Fabrizio Rigolio. Ci crediamo anche senza vederlo.

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DAL 2000 A OGGI I DIPENDENTI

HANNO RAGGIUNTO QUOTA 80

E PER IL 2015 SI PREVEDONO

ALTRE DIECI ASSUNZIONI

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Quando all’estero si parla di design italiano, la prima cosa che viene in mente non sono le moto…
Forse no, ma è la seconda. Pensiamo a Ducati. E se Armani veste l’uomo, mi piace pensare che Rizoma vesta la moto.

È vero l’aneddoto secondo il quale tutto è nato per caso?
Sì, è successo nel 2000. Un amico era alla ricerca di un componente estetico per la sua moto e allora ho pensato: e se lo realizzassimo noi? Così io e mio fratello ci fermavamo dopo l’orario di chiusura nell’officina di papà per lavorarci su. Disegnato e realizzato: fu il primo. Da allora non ci siamo più fermati.

A giudicare dallo showroom di Beverly Hills ne avete fatta di strada, in tutti i sensi.
Un passo dopo l’altro, con molta fatica e pochi capitali, tutti nostri. Ma la crescita è stata costante. Oggi lavorano con noi 80 persone e probabilmente ne assumeremo altre dieci quest’anno.

Come si spiega il successo di Rizoma a chi non sa nulla di moto?
Applichiamo al settore dell’after marketing per moto gli stessi principi che funzionano nella moda e nel design: pezzi unici, bellissimi, di grande precisione e cura estetica.

In Italia non siete i soli, cosa vi distingue dai concorrenti?
I clienti degli altri cercano solo un accessorio per personalizzare la propria moto, i nostri cercano uno stile. Detto questo, la concorrenza per noi è linfa vitale, ci serve per alzare l’asticella e puntare sempre più in alto. Altrimenti il rischio è quello di fermarsi.

Quali sono i numeri dell’azienda?
Ottanta come i dipendenti, 80 come la percentuale del fatturato all’estero, fra Germania, Usa e Paesi emergenti, per un giro d’affari totale di 15 milioni di euro l’anno.

Solo con gli accessori?
Per la maggior parte sì. A dire il vero c’è anche Proguard, la protezione che evita lo schiacciamento involontario della leva del freno anteriore, un prodotto molto diffuso nel Motomondiale: quasi tutte le Moto3 e Moto2 lo montano. Ma il nostro focus resta comunque il design, grazie all’abilità unica nel lavorare l’alluminio e il carbonio.

Fate tutto in Italia?
Sì, qui a Ferno, in provincia di Varese, dove la storia è cominciata. Abbiamo il reparto di ricerca e sviluppo, la produzione e l’assemblaggio, il packaging e l’ufficio spedizioni.

Chi sono i vostri clienti?
Spediamo a Hong Kong e negli Usa, dove abbiamo clienti molto importanti, e siamo presenti direttamente in Spagna e Germania, Austria e Scandinavia, Svizzera e Francia. Il nostro è un target alto, dove il prezzo conta meno di altri fattori come la qualità, l’unicità e il design.

Non è forse vero che il mercato delle moto è in crisi?
Le vendite di moto nuove sono in calo, certo, anche se si rivede qualche numero positivo. In ogni caso la crisi non è stata così forte all’estero come in Italia e, per fortuna, il nostro business è concentrato sull’export: otto pezzi su dieci li vendiamo all’estero, in oltre 40 Paesi.

Come si cresce ancora?
La ricetta ha due ingredienti: nuove linee di prodotti per le moto ed estensione del brand in nuovi segmenti di mercato, anche lontani dal nostro core business.

Come l’abbigliamento?
Come le biciclette che già sono in produzione. Come le bici elettriche, in futuro. Come altri prodotti sui quali porteremo il nostro brand, all’insegna del lifestyle moderno. Ma non voglio dire di più: ci stiamo lavorando dietro a quella porta e, se tutto va come penso, usciremo con un paio di nuovi progetti ogni anno.

Parola d’ordine per entrare?
Dinamicità.