Rosario Messina

Rosario Messina, classe 1942, è presidente di Federlegno Arredo (la Federazione di Confindustria che riunisce le aziende produttrici di legno e arredamento) e patron di Flou, l’azienda che ha fondato a Meda nel 1978. Siciliano di origine (è nato ad Aci Castello, in provincia di Catania), Messina si è fatto adottare dalla Brianza, dove sorge uno dei più importanti distretti del mobile di design italiano

Ce l’ha a morte con il governo. E non solo per gli incentivi che non esita a definire “elemosina”. Rosario Messina, presidente di Federlegno Arredo, oltre che patron di Flou, non risparmia critiche all’esecutivo soprattutto per la mancanza di riconoscenza che i politici hanno dimostrato nei confronti di un settore che, dal suo punto di vista, non ha mai chiesto nulla e che negli anni ‘50 ha inventato il concetto di made in Italy. Lo ha difeso e diffuso con le sole proprie forze in tutto il mondo. Se il presente non è roseo, visto anche il brusco calo delle esportazioni nei paesi più colpiti dalla crisi, anche il futuro non promette nulla di buono: i cosiddetti Bric (acronimo che sta per Brasile, Russia, India e Cina), citati abbondantemente nei discorsi degli ottimisti, sono, per il mobile italiano di design, mercati ancora immaturi o difesi da temibili barriere doganali. Più che diminuire i prezzi migliorando la capacità produttiva, il comparto non può fare, assicura Messina. Dunque anche sul fronte internazionale la palla passa al governo. Che, per il presidente di Federlegno Arredo e titolare di Flou, non sembra troppo interessato all’industria reale.

Recentemente è stata approvata una legge importante anche per il suo settore: quella sugli incentivi, che coinvolge l’acquisto di cucine. Incentivi che lei ha definito insufficienti e inadeguati. Perchè? Cosa vi aspettavate?
È una legge sostanzialmente inutile. Era stata creata grande aspettativa innanzitutto nel mondo imprenditoriale, che per inciso non ha mai chiesto diminuzioni delle tasse o incentivi né tramite la federazione né su iniziativa di singole aziende. Solo quando è successo il crack nel 2008 io parlai di detassazione, ma della tredicesima, per dare più potere d’acquisto alle famiglie. E che non mi venissero a dire che le famiglie avrebbero messo quel denaro in banca! Ma erano state create grandi aspettative anche nel pubblico, che nel corso del 2009 ha rallentato i consumi proprio nell’ottica di ricevere gli incentivi. Quello che mi chiedo però è dove sono andati a finire 900 milioni di euro, visto che, venuta meno l’iniziativa a livello europeo sul fronte dell’auto, a disposizione dovevano esserci 1.200 milioni. Senza contare che si è deciso di incentivare un settore, quello delle cucine, che pur rappresentando l’eccellenza del made in Italy sotto l’aspetto del design, dal punto di vista del fatturato copre solo il 10% del comparto dell’arredo, che occupa 410 mila dipendenti. È una legge iniqua, e anche offensiva, perché non è possibile far scomparire dal tavolo 900 milioni per aiutare un settore che in 60 anni non ha mai chiesto nulla. I politici di questo paese hanno tratto grande beneficio dal prestigio del made in Italy che, tengo a ricordarlo, è partito proprio con gli imprenditori del mobile, i quali hanno saputo esportarlo in 154 mercati nel mondo. Solo che invece di venire in soccorso di un mercato strategico hanno premiato il mondo bancario con 5 miliardi di incentivi agli istituti di credito, che sono stati all’origine della crisi in cui ci troviamo ora. Dei 300 (anche se pare siano effettivamente 200) milioni a disposizione, 80 sono destinati alla detrazione del 50% sugli investimenti nella ricerca nel campo della moda. Considerato che le cucine vengono dopo i motorini possiamo stare sicuri che per fine maggio i soldi saranno già finiti. Noi, ripeto, non ci aspettavamo nulla, ma se il governo avesse voluto veramente sostenere il settore, avrebbe dovuto intervenire in maniera più decisa anche sulla cassa integrazione, che abbiamo pagato quasi interamente noi bruciando gli utili. E rispetto agli incentivi avremmo ritenuto opportuno uno sconto del 20% sull’acquisto di nuovi mobili. Sarebbe stato un segnale di positività che si sarebbe diffuso al di là del nostro settore. Ma l’industria reale sembrerebbe non interessare al governo.

Può dire come sfrutterete queste risorse per massimizzare il beneficio per voi?
Il nostro margine d’azione è limitato. Sul fronte del marketing possiamo al massimo lavorare sulla comunicazione dei prezzi. L’iniziativa spetta ai privati. Saranno loro ad andare alle Poste, e se c’è un’elemosina, compreranno delle cucine. Tra l’altro, dice la legge, le nuove cucine devono essere in sostituzione di arredi già esistenti. Mi viene spontanea una domanda: per caso un funzionario delle Poste andrà casa per casa per vedere se c’è una cucina vecchia?

Il problema del mobile italiano, però, non riguarda solo la domanda interna, ma anche il calo dell’export…
Non dimentichiamoci che il 55% del consumo della produzione di mobili italiani è in Italia. Detto questo, nel 2009 le esportazioni negli Stati Uniti sono calate del 36%, quelle in Gran Bretagna del 38%, in Francia e in Germania i danni sono stati più contenuti, con perdite del 12-13%. E va sottolineato che non ci ricordiamo nemmeno più l’ultima volta che abbiamo rivisto al rialzo i listini per l’export. I Bric? La Cina, certo, continua a crescere. Nel 2009 possiamo parlare di un +6-7%, ma si tratta ancora di volumi e fatturati contenuti, essendo la base di partenza molto bassa. L’India, da questo punto di vista, è ancora più lontana. Poi si parla sempre del boom economico del Brasile, ma anche qui penso che sia il governo a dover intervenire perché – mi auguro che lo sappiano – il dazio doganale per esportare mobili italiani in Brasile è dell’80% in entrata. La Russia, infine, verso la quale le esportazioni nel 2009 sono calate del 35%, non dà segnali di ripresa.

Il 2010 sarà un anno in cui vi aspettate di vedere una crescita nelle esportazioni?

Ne dubito. Non vedo la ripresa nemmeno nei Paesi arabi, che fino a poco fa richiedevano grandi forniture per i loro progetti immobiliari. Per essere realista, l’unica cosa che posso aspettarmi è la chiusura di molte delle nostre aziende. Per cui le imprese che avranno la fortuna di rimanere in vita recupereranno il fatturato di quelle fallite.

Che iniziative pensate di intraprendere per spingere i vostri prodotti a livello internazionale?
All’estero sanno bene che la nostra industria è in crisi, e sono consapevoli che offriamo i prodotti con sconti particolari, forzando la mano. Siamo preparati: 12 anni fa c’è stato il grande attacco cinese, ma noi abbiamo saputo rinnovare non solo i prodotti, ma anche i sistemi produttivi e informativi. Le nostre imprese sono altamente efficienti, anche se al momento soffrono della mancanza di una domanda. Stiamo cercando sfogo pure in Sud Africa dalla fine del 2008, ma parliamo di un paese che si aprirà nei prossimi dieci anni. Come si fa a sostituire mercati come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti? Come si recuperano questi fatturati? Ci riusciremo solo quando ripartiranno i mercati. Ecco perché nel frattempo volevamo ammorbidire questa batosta con il rilancio dei consumi interni.

Che tipo di aziende ha patito di più la crisi?
Se gira nei distretti del mobile trova affissi sui pali della luce o sui cancelli delle ville decine di cartelli dove c’è scritto “vendesi capannone da 1000 a 1800 mq con abitazione o villetta compresa”. Ecco, sono gli artigiani, che chiudono quotidianamente e in maniera drammatica. Ma la crisi colpisce trasversalmente anche le grosse aziende, specialmente quelle che hanno continuato a fare innovazione, e che negli ultimi anni hanno sostituito strutture e macchinari.

Qual è per lei il vero valore del made in Italy? Come potrà resistere all’assalto della concorrenza internazionale nel momento in cui gli standard qualitativi crescono anche fuori dalla Penisola?
Fino a quando tutti i progettisti del mondo continueranno a lavorare con le aziende italiane non avremo nulla da temere. E questo succederà per i prossimi secoli. L’abilità degli imprenditori italiani sta nel saper attirare tutti i cervelli che pensano al design, nella capacità di leggere cosa hanno in testa e realizzare il prodotto. Nel corso degli anni ho visto arrivare Giapponesi, Inglesi e Cinesi per cercare di carpire il nostro segreto, ma sono tutti tornati nei loro paesi lasciando la produzione qui in Italia. Il mobile non si può esportare, sarebbe come dire che si può esportare la Cappella Sistina. Il nostro vero patrimonio è la sensibilità per la creatività, che ci deriva dalla nostra formidabile storia dell’arte.

Parlando di Flou, lei ha una fabbrica in Canada. A quando una fabbrica in Cina?
Non credo apriremo mai una fabbrica in Cina. Io sono d’accordo sull’idea che si possa aprire una fabbrica in Oriente per realizzare un prodotto seriale, aggressivo nel prezzo. E la delocalizzazione andrebbe usata solo per conquistare i mercati locali. Ma se parliamo di design, i consumatori internazionali continuano a pretendere che il prodotto venga dall’Italia. Noi abbiamo una fabbrica in Canada, è vero, dal lontano 1985, ma si occupa soltanto di assemblaggio: il confezionamento dei tessuti avviene in Italia, nel 90% dei casi i materiali arrivano dall’Italia, e il personale canadese viene nel nostro paese almeno una volta l’anno per essere aggiornato.

Dovesse aprire una fabbrica domani, dove la aprirebbe?
Come dicevo non c’è ragione di delocalizzare le produzioni di oggetti di design. Devono rimanere in Italia, dove c’è valore aggiunto per i clienti che chiedono la sartorialità. E del resto il 10% del costo del trasporto non stravolge il prezzo finale del prodotto. Io di esperimenti ne ho fatti. Nell’85 siamo andati a produrre in Giappone, ma sette anni fa siamo tornati indietro. Poi abbiamo provato con il Brasile e il Messico. Ma niente fare: non ci sono la mentalità e la competenza che abbiamo in Italia. La delocalizzazione non è nei nostri piani: abbiamo economie di scala che ci permettono di avere fino a un mese e mezzo di magazzino. Siamo dunque in grado di esportare rimanendo sempre competitivi.

Quali sono per lei i focolai dove si alimentano le giovani promesse del disegno industriale?
In questo momento il paese che investe di più, in ogni settore, è la Cina. Con la quantità di soldi che hanno, riescono a fare le cose da un giorno all’altro. Ci sono altri paesi che soprattutto sul fronte della burocrazia si muovono più velocemente di noi, ma lo scettro della creatività ce l’ha sempre l’Italia. Ci sono architetti italiani che sono andati in Cina, inseguendo il miraggio del denaro, ma sono dovuti tornare indietro. Perché l’interlocutore cinese, che è straordinario quando deve produrre quantità, non riesce a garantire la specializzazione dell’artigiano. Piuttosto ora sono gli architetti cinesi ad accorrere in Italia.

Che cosa richiedono oggi gli Italiani a chi produce arredo, oltre all’artigianalità e al prezzo?
Oggi i consumatori, i giovani in maniera particolare, sono grazie a Internet più informati di noi. Si è passati da una scelta di prodotto per motivi puramente estetici alla ricerca di un mobile con funzionalità e contenuti, che sappia risolvere i problemi. La parola d’ordine? Risparmio energetico.

Come sarà il letto di domani?
Quando c’è stato il boom del mobile ognuno voleva colpire il mercato con effetti speciali. Ricordo letti con tecnologie meccaniche e testate girevoli. Adesso si punta su materiali naturali, che non rilascino formaldeide, e che permettano lo sfruttamento dello spazio degli appartamenti di oggi. Si lavora anche sullo schienale che deve inclinarsi come quello di un divano, perché la televisione non si guarda più in salotto ma in camera da letto. I mobili devono essere prestazionali per migliorare la qualità della vita. Noi abbiamo già presentato letti con postazioni Internet e alloggiamenti per il telecomando. Ma difficilmente, anche in futuro, faremo dormire le persone in maniera differente. Le innovazioni saranno piuttosto nei sistemi produttivi, con l’obiettivo di contenere al massimo non tanto la quantità di materiale utilizzata, quanto i processi di lavorazione.

Che ruolo ha l’e-commerce nel vostro settore?
Il web è uno strumento straordinario per la velocità con cui si trasmettono le informazioni ai consumatori finali. E il rapporto costo-contatto è bassissimo. Ma parlando di e-commerce, fortunatamente quelli che ci hanno provato sono falliti. Una cosa è trasferire on line l’acquisto di un servizio o di un oggetto di piccole dimensioni, altra cosa è provarci con l’arredo: i mobili hanno bisogno di progettazione, trasporto e montaggio e non possono essere venduti via Internet.

Lei ha detto che per scegliere i propri collaboratori bisogna essere anche un po’ psicologi. Cosa voleva dire?

Come le squadre nel calcio ogni azienda decide se giocare a uomo o a zona. Ogni impresa si costruisce i collaboratori secondo la propria sensibilità: precisione e attenzione al cliente, sono indispensabili, ma il fattore determinante è la cooperazione. Una volta c’era la guerra tra produzione e commerciale sui tempi di realizzazione dei prodotti, e poi tra commerciale e amministrazione sui prezzi. Oggi queste divisioni devono lavorare insieme come le corone di un orologio, in una logica di team. Più l’azienda ha al proprio interno sintonia rispetto alle varie funzioni, più è competitiva. Questo è un aspetto che rende vincente un’impresa dandole sicurezza sul mercato, perché la priorità con i clienti e i fornitori è la solidità del rapporto. Al giorno d’oggi tutti abbiamo prezzi aggressivi, la vera differenza si fa sul capitale umano.

La figura professionale più difficile da trovare in Italia?
Un po’ tutte, ma in modo particolare quelle dell’area commerciale. Nell’ambito della produzione ciascuno ha sempre dovuto dare il meglio, per via di una competizione fortissima. Sul fronte commerciale invece sono tutti abituati alla situazione degli anni scorsi, quando la domanda superava l’offerta. La prima tra le conseguenze che derivano da una crisi di domanda è la guerra degli sconti. Il rivenditore non vende più l’efficienza, la funzionalità, la puntualità nella consegna dei suoi fornitori, ma soltanto lo sconto. E la conflittualità tra i negozi da questo punto di vista danneggia l’intero settore. Si svilisce il grande sacrificio che le nostre imprese hanno fatto per l’innovazione e la ricerca. Perché le cose cambino, in Italia la rete distributiva e il sistema produttivo devono ricostruire il rapporto per restituire equilibrio alle fasi della vendita.

LE PASSIONI DI ROSARIO MESSINA
Libro
Guerra e pace, trovo che le strategie belliche si adattino bene all’ambito commerciale
Piatto
La pasta alla Norma, che con l’equilibrio dei suoi ingredienti è una vera opera d’arte
Vino
Mia moglie possiede dei vigneti sull’Etna, per cui bevo il nostro Nerello Mascalese, il fratello gemello del Nero d’Avola
Film
Il Gattopardo, lo guardo ogni anno a gennaio perché ho un rammarico: in Italia sembra che cambi tutto perché non cambi niente. Ascoltare questa frase mi dà lo stimolo per impegnarmi a far sì che le cose cambino davvero
Squadra
Visto che il Catania battaglia per rimanere in serie A, la squadra gioca più con il cuore che per i soldi, e questo rende tutto più appassionante
Programma Tv
Il giornale radio, perché non riesco a resistere ai programmi televisivi!
Hobby
Quando voglio sentirmi siciliano fino in fondo salgo sull’Etna e mi metto a fare il contadino a 750 metri d’altitudine