Guido Carella e Giorgio Ambrogioni

Da sinistra: Guido Carella e Giorgio Ambrogioni, rispettivamente presidente di Manageritalia e Federmanager. Dagli anni ‘40 le due federazioni rappresentano e tutelano gli interessi dei dirigenti delle imprese di beni e servizi, pubbliche e private, in servizio come in pensione

Un miracolo la controversa manovra finanziaria per il 2013-2014 l’ha fatto: è riuscita a ricucire i rapporti tra Federmanager e Manageritalia, i due principali sindacati dei dirigenti. Ad agosto le due sigle, spinte dalla minaccia del contributo di solidarietà del 5% da imporre ai redditi superiori ai 90 mila euro (leggi ai colletti bianchi) e dall’inadeguatezza delle misure previste per la crescita del Paese e per la lotta all’evasione, hanno superato gli interessi di bottega per dare vita a una costituente e parlare a una sola voce. Ecco le proposte (e le critiche) di Giorgio Ambrogioni e Guido Carella all’indirizzo del governo Berlusconi.

Perché la scorsa estate la manovra correttiva vi ha scandalizzato al punto di farvi unire le forze?
AMBROGIONI. Se lei esaminasse il piano industriale di un’azienda o il progetto di un’operazione complessa capirebbe facilmente dove vuol andare l’organizzazione che la gestisce. Leggendo la manovra, nella versione di luglio come in quella di agosto, anche il più attento analizzatore non riuscirebbe a capire dove il consiglio di amministrazione dell’azienda Italia ci vuole portare. Qual è il progetto, qual è il sogno che questo governo offre al cittadino italiano? Senza il sogno, tutto il resto crolla. E a me personalmente come cittadino dà fastidio leggere sui giornali che rispetto alla manovra siamo commissariati dalla Bce, che prima ci dice che va bene, e poi che non va bene, e che siamo andati col cappello in mano a chiedere ai fondi cinesi di investire.
CARELLA. Ho definito questa manovra un’aspirina: cura ma non guarisce. Sia la prima, quella del 6 luglio del valore di 80 miliardi, sia quella aggiuntiva del 13 agosto, varata sulla scorta del tumulto dei mercati finanziari, colpiscono i soliti noti. Nel complesso è una manovra iniqua e inadeguata: è stata limitata la rivalutazione delle pensioni al costo della vita, è stato reiterato un provvedimento ingiusto e demagogico, con l’introduzione del contributo di solidarietà del 5% per le pensioni superiori ai 90 mila euro e del 10% per quelle superiori ai 150 mila euro, con il posticipo delle finestre per andare in pensione. Una conferma positiva c’è stata, la detassazione della parte variabile della retribuzione, ma è stato riconfermato il tetto di 40 mila euro che in pratica ci esclude, visto che non ci sono dirigenti che guadagnano meno di 40 mila euro.

La carenza più grave: il contributo di solidarietà che penalizza i “soliti noti”, l’assenza di un piano per lo sviluppo o la mancanza di linee guida per la lotta all’evasione?
A. L’evasione fiscale è un vero cancro, ma non è il solo problema dell’Italia. La corruzione ci costa 60 miliardi l’anno e stiamo assistendo alla caduta di ogni principio etico e morale. C’è bisogno di far capire che se occorre fare uno sforzo mettendo mano al proprio patrimonio, s’ha da fare. Ma una buona volta, lo si faccia, con equità, ma lo si faccia! Invece gli sprechi continuano: quante opere pubbliche incompiute, abbandonate, regna l’incapacità di mettere a reddito cespiti enormi che costano più di quanto rendono. Già alleggerire questo peso sarebbe un passo in avanti, perché lo Stato non deve fare l’imprenditore, deve fare l’arbitro del gioco. Sarebbe poi opportuno rilanciare le liberalizzazioni e le privatizzazioni, una volta superato questo momento delicato dei mercati.
C. Noi siamo andati il 4 agosto a Palazzo Chigi per formulare richieste chiare: chiedevamo una riforma che riducesse la pressione fiscale sul lavoro, sulle pensioni e sulle imprese, con regole per la burocrazia più eque e semplici, e interventi concreti per le pmi. Serviva una politica economica efficace, che favorisse le liberalizzazioni, e un ripensamento del sistema del welfare sul piano contrattuale per tutelare il lavoro, non il posto di lavoro, soprattutto di donne e giovani. Ma più di tutto occorreva limitare l’esasperante gradualità del raggiungimento degli obiettivi. Dal 4 agosto a oggi poco è stato fatto. I costi andavano tagliati, ma la manovra si basa per due terzi sulle entrate e solo per un terzo sui tagli. Se non incassiamo i 16 miliardi previsti ci saranno inevitabilmente ulteriori tasse. Non dovremmo essere arrabbiati?

La soglia dei redditi da colpire con il contributo di solidarietà è stata innalzata rispetto a quella iniziale dei 90 mila euro lordi. C’è anche il vostro zampino? A cosa ha portato l’unione delle forze delle due confederazioni?
A. Abbiamo fatto la nostra bella parte sul contributo di solidarietà. Siamo soddisfatti di questo risultato perché era una misura iniqua, ma la soddisfazione è molto attenuata dall’amarezza, perché manca tutto il resto. Il nostro futuro è legato al sistema industriale del Paese. Senza aziende non ci sono dirigenti. Abbiamo dato vita a questa costituente perché intendiamo sederci al tavolo come soggetti apartitici, non schierati, vogliamo dare un contributo originale e autonomo per rappresentare cervelli, conoscenze, esperienze, e mettere insieme le capacità di una categoria che ha il suo peso nella società italiana e offrirli a chi governa al momento. Abbiamo anche presentato una proposta di riforma fiscale, che in linea con la visione di Tremonti punta a spostare la tassazione dai redditi ai consumi, con incentivi per l’assunzione dei giovani, sussidi alla disoccupazione, e a salvaguardia delle pensioni. La costituente è ancora giovane, è nata ad agosto, ma le posso dire che ho già incontrato diversi esponenti politici di tutti gli schieramenti. La curiosità per questa iniziativa era reale, non speculativa.
C. Non abbiamo fatto altro che dare voce al ceto medio, che era rimasto inascoltato, e siamo stati sostenuti da una levata di scudi di politici e media. È stata un’azione coerente con il momento che stiamo vivendo, che si è contraddistinto proprio per una serie di attacchi al ceto medio. C’è sempre più bisogno di un sistema di rappresentanza inclusiva, esattamente il contrario di ciò a cui si è assistito ultimamente, con patti sociali che spesso escludevano alcune categorie. Una voce univoca non può non rimanere ascoltata, attori importanti negli impegni che assumiamo con le imprese, consapevoli del ruolo sociale che ricopriamo.

Più che su tagli mirati e sacrifici annunciati apparentemente inevitabili, la manovra punta sul recupero di risorse attraverso la lotta all’evasione. Voi cosa ne pensate?
A. Alcune risorse verranno recuperate dall’evasione fiscale, ma non basta. L’Italia ha la febbre alta, ma non abbiamo tempo per curare l’ammalato, e soprattutto non bastano i pannicelli freddi. E per combattere davvero l’evasione fiscale dovremmo agire su altre leve. Intanto perché non introduciamo il meccanismo del conflitto di interessi? Il mio amico Bruno Tabacci (deputato in Parlamento in quota Api, ndr) lo dice da una vita: non lo si vuole fare. Si possono mettere dei tetti massimi per la detraibilità e la deducibilità dei consumi e dell’Iva, ma penso sia fondamentale fare qualcosa che renda il cittadino, il consumatore, il primo tutore del patto sociale. In America è così, e funziona anche molti altri Paesi più evoluti del nostro. Ma da noi non lo si vuole, perché le lobby di certe aree professionali e del commercio hanno capito che è un meccanismo che stana.
C. In effetti non riscontriamo la volontà di fare una seria lotta all’evasione: negli Stati Uniti la gran parte dei fatti penali accertati riguarda questioni fiscali, e più di 10 mila detenuti sono in carcere per evasione e frode, da noi si va nella direzione opposta e si depenalizza il falso in bilancio per poi mitigare la pena a chi evade più di 3 milioni di euro, precisando che l’evasione deve essere pari almeno al 30% del fatturato. C’è un lavoro enorme da fare, e tutto deve partire dalla diffusione di una nuova cultura, non dalla repressione. I contribuenti vanno fidelizzati. E le minacce che poi non vengono attuate sono del tutto inutili. In Italia abbiamo 450 miliardi di evasione accertata, ma solo il 10% di questa somma è incassata dal fisco. In Usa si recupera il 94%, in Uk il 91%, l’87% in Francia e l’81% in Spagna. Siamo superati perfino dalla Grecia, dove lo Stato riesce a incassare il 31%. Abbiamo suggerito come intervento l’introduzione del conflitto di interesse perché la maggiore evasione arriva dal mancato versamento dell’Iva. Siamo convinti che sostenendo la proposta dal presidente del Nucleo di valutazione spesa previdenziale Alberto Brambilla, che propone di ridurre l’Iva del 50% (mentre è stata portata dal 20 al 21%, ndr ), con la possibilità di portare in detrazione tutte le fatture, possa portare benefici. Infatti ci sarebbero due conseguenze: aumenterebbe il numero di fatture emesse, e anche con l’Iva dimezzata il gettito complessivo sarebbe più alto dell’attuale. Artigiani e commercianti pagherebbero i contributi previdenziali che ora, non emettendo fattura, non versano, e così si ridurrebbe pure la spesa per le pensioni minime sociali, che oggi sono pagate dalla fiscalità generale. Ma a questa politica manca del tutto il coraggio di fare scelte anche impopolari.

Che consigli dareste a questo governo per far funzionare il Paese come un’azienda sana?
A. Io l’ho detto anche in altre interviste: la spinta propulsiva di questo presidente imprenditore si è persa. E l’impronta liberale che avrebbe dovuto caratterizzarne l’azione di governo è scomparsa nelle mediazioni della coalizione. Se Berlusconi vuole andare avanti recuperi lo spirito originale, altrimenti 18 mesi così sono un dramma. O riesce a dare quella famosa scossa, o a questo punto è meglio cambiare. L’imprenditore Berlusconi dovrebbe individuare quelle due-tre scelte fondamentali da fare: il risanamento sostanziale dei conti pubblici, scegliendo che tipo di messaggio vada dato agli imprenditori per infondere loro fiducia. Poi bisogna capire come sostenere la competitività del sistema Paese in termini di infrastrutture, legalità, fiscalità, giustizia di livello europeo, come invogliare gli investitori esteri ad avvicinarsi all’Italia, visto che al momento attiriamo investimenti diretti esteri che corrispondono a un terzo della media europea. Ecco, Berlusconi deve concentrarsi sulla famosa scossa. Poi su questo ci metta la faccia, chiami alla responsabilità tutti gli alleati e tutte le componenti sociali e dica loro quel che occorre fare: sono sicuro che se ci propone le cose giuste, progetti lungimiranti, tutti si rimboccherano le maniche e si daranno da fare.
C. Premetto che un Paese non è un’azienda. Però sono convinto che un Paese debba avere, ancor più che un’azienda, bilanci trasparenti: servono equità, riconoscimento del merito e selezione naturale, anche nel pubblico. Una cosa chiediamo, più delle altre: che si faccia presto una riforma fiscale. Per noi è il pivot di tutte le riforme, da lì parte la credibilità di un Paese, dal rapporto di fiducia del contribuente con lo Stato. Noi siamo pronti a dare il nostro contributo con diverse proposte, ma come ho detto manca la volontà politica. A novembre 2010 erano stati istituiti da Tremonti quattro tavoli con le parti sociali. Uno dedicato a spesa pubblica e patrimonio dello stato, il secondo sull’economia non osservata, il terzo sull’erosione fiscale e il quarto sulla sovrapposizione tra stato fiscale e stato sociale. L’obiettivo era quello di approfondire aspetti tecnici per presentare risultati e proposte entro marzo 2011. I lavori sono quasi tutti conclusi ma non sono stati nemmeno presi in considerazione dal governo, che aveva promosso l’iniziativa. E ciò è veramente frustrante. Ma c’è di più: se il governo, all’alba dell’insediamento, avesse avuto il coraggio di fare riforme importanti su fisco e welfare avrebbe avuto tutto il tempo per far capire la necessità di alcuni sacrifici, chiamando tutte le parti sociali alle proprie responsabilità. Serve coesione, bisogna mettere il cittadino al centro del sistema, dare la percezione che ci sia una vera equità fiscale, con certezza di diritti e doveri. Ma bisogna anche perseguire politiche inclusive, con l’affermazione di una dimensione multietnica della società: i flussi migratori non li ferma la politica, è il mondo a chiedere che la gente si sposti dalla povertà verso la possibilità di avere una chance. Per fare tutto questo è necessario superare l’individualismo e creare nuovo senso della collettività.