Mercato dell’arte: la digitalizzazione non basta

Un'immagine delle Nuove Gallerie di Leonardo al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia di Milano. Durante i periodi di chiusura il museo continua a dialogare con il suo pubblico, sostenendo la diffusione della cultura, attraverso l’iniziativa Storie Digitali @Museoscienza (foto © Lorenza Daverio)

Più digitale e flessibile. Il mercato dell’arte in Italia ha reagito al Covid-19 reinventandosi attraverso i canali online, che, con il perdurare della pandemia, vengono giudicati come più efficaci dagli appassionati ed esperti del settore. Ma quello dell’arte è un mercato del tutto particolare e la maggior parte degli operatori sostiene che solo una quota compresa tra il 25 e il 50% delle attività legate al mercato dell’arte potrà convertirsi definitivamente in virtuale. E solo il 4% ritiene che l’online sostituirà i servizi dal vivo per una quota superiore al 50%. È quanto emerge dal report Il mercato dell’arte e dei beni da collezione - Lo stato dell’arte ai tempi del Covid-19 , curato da Deloitte Private.

L’indagine è stata condotta nella seconda metà di gennaio 2021 e ha interessato i principali stakeholder appartenenti al mondo artistico-culturale: musei pubblici e privati, case d’asta, gallerie d’arte, collezionisti, dealers e art advisor, fruitori e appassionati, artisti e imprese che operano sia in ambito legale e fiscale sia in applicazioni tecnologiche per l’arte in Italia. Dai risultati emerge che ciò che è migliorato rispetto alla prima ondata pandemica, è stata sicuramente la digitalizzazione del settore artistico-culturale, soprattutto per quanto riguarda la compravendita. A differenza di quanto rilevato in relazione alla mera fruizione d’arte, sono cresciute significativamente e in senso positivo le risposte relative all’efficacia degli strumenti online nell’acquisto di opere d’arte: l’83% dei rispondenti ha attribuito media (46%) o elevata (37%) efficacia alle piattaforme virtuali. E se la quota di chi ha risposto che gli strumenti e le piattaforme online siano stati molto efficaci è diminuita di 10 punti percentuali, quella di chi ha risposto che l’efficacia è stata media è sostanzialmente raddoppiata. La percentuale di chi ha decretato la scarsa efficacia dei canali e degli strumenti online è diminuita passando dal 29% al 17%. Questo risultato positivo è sicuramente dovuto alla sempre più mirata strategia messa in atto da parte degli operatori di settore per le attività di vendita di opere d’arte e beni da collezione.

Rispetto ai risultati registrati a settembre, i dati sono rimasti sostanzialmente invariati, seppur l’utilizzo di strumenti online si sia rivelato in leggera diminuzione. Il 62% dei rispondenti (rispetto al 65% dell’edizione precedente) ha utilizzato le piattaforme virtuali per la fruizione dell’arte. E se solo il 4% dei rispondenti sostiene che l’online sostituirà i servizi dal vivo per una quota superiore al 50%, aumentano invece coloro che ritengono che l’online potrà sostituire tra il 25% e il 50% le proposte dal vivo. A conferma del fatto che la crescita della digitalizzazione può rimpiazzare solo una parte delle attività dal vivo, c’è il dato che certifica il generale calo nei volumi d’affari. Sono raddoppiati coloro che dichiarano di aver visto ridotto di oltre il 50% il proprio volume di affari rispetto al 2019 (da 17% a 38%), mentre rimane la percentuale più cospicua quella dei rispondenti che ha dichiarato una riduzione del business tra il 25% e il 50%.

In linea con questo dato, anche la rilevazione di un sentiment per il futuro non roseo. La quasi totalità dei rispondenti (91%) afferma di attendersi una contrazione pari o superiore al 25% del fatturato, con conseguenze per tutto il 2021. In particolare, il 44% dei rispondenti prevede che il fatturato di fine 2020 conoscerà una contrazione di circa un quarto rispetto a quanto registrato nel 2019, il 44% prevede una riduzione pari alla metà del fatturato, mentre il 3% stima addirittura perdite superiori al 75%. Infine, per quanto riguarda le previsioni di ritorno alla normalità, più della metà dei rispondenti, nonostante l’avvio di campagne vaccinali in molti Paesi, ritiene che ci vorranno 1-2 anni, il 19% che ci vorranno oltre 2 anni.