Alberto Zaccheroni © GettyImages

Alberto Zaccheroni

Con Alberto Zaccheroni, neo Ct del Giappone, il calcio all’italiana parte alla conquista dell’Estremo Oriente. Nonostante non stia attraversando una fase particolarmente brillante, il pallone bianco, rosso e verde non perde evidentemente appeal ed è ormai fenomeno diffuso vedere tecnici formati a Coverciano accomodarsi sulle panchine di quasi tutto il mondo, sia nelle nazionali che nei club. Da Capello, che guida l’Inghilterra, ad Ancelotti e Mancini, rispettivamente allenatori del Chelsea campione in carica della Premier league, e dell’ambizioso Manchester City, a Zola, fino alla scorsa stagione tecnico del West Ham, la scuola italiana ha ormai messo radici addirittura nel Paese che il calcio moderno l’ha inventato. Una vera e propria “fuga di cervelli”, iniziata da oltre un decennio ma che per la prima volta, con lo Zac, arriva nel Far East dove tra i Blu samurai militano anche i due “italiani” Morimoto e Nagatomo. Certo, Zac non moriva dalla voglia di lasciare la sua Cesenatico, il suo bagno e la sua cucina, ma quando è arrivata la chiamata dal Giappone non ha fatto domande ed è “corso” verso il Sol Levante. E in un paio di giorni si è ritrovato a fare la prima conferenza stampa con quel suo accento romagnolo che non si capisce mai se ti sta prendendo sul serio.

Mister come è stato accolto dai giapponesi?
Molto bene, anche se sono certamente più tranquilli degli italiani. Sono entusiasti di avere un tecnico italiano e per strada tutti mi fermano e mi chiedono autografi e fotografie insieme a loro. L’eccitazione è palpabile e l’ambiente sportivo è completamente diverso dal nostro: qui gli stadi sono sempre pieni e le persone si ritrovano non solo per vedere la partita ma si incontrano molto prima dell’inizio del match per pranzare tutti insieme. La parola che userei per descrivere questa percezione è “divertimento”, quello che nel nostro paese non c’è quasi più. Figurarsi che qui, che si vinca o si perda, alla fine della partita tutti applaudono… diciamo che è proprio una filosofia di vita diversa.

Qual è il suo stile di vita ora?
Non è molto che sono a Tokyo e per me è stata una full immersion fin dai primi giorni: ho avuto infatti poco meno di due settimane per preparare due partite importanti come quella con l’Argentina e quella con la Corea del Sud che è la rivale storica del Giappone ed è considerata la più forte in Asia. Abbiamo battuto la prima (vittoria storica perché erano stati persi sei incontri su sei) e abbiamo pareggiato con la seconda, giocando in casa loro e facendo una buona partita (sono cinque anni che non riescono a batterla). Si è creato un buon gioco con un grande equilibrio e generosità da parte di tutta la squadra. Per ora di tempo per me non ne ho trovato, ma la prossima partita è tra poco più di due mesi con l’inizio della Coppa d’Asia che si terrà in Qatar il prossimo gennaio e conto di rifarmi, anche se devo andare a vedere molte partite, tra campionato e coppe, per carpire il maggior numero di informazioni possibili sui giocatori che non conoscevo prima di arrivare qui.

La scelta del Giappone è legata alla volontà di perseguire una nuova sfida in ambito sportivo o c’è anche la voglia di allontanarsi dal calcio italiano, come hanno fatto Capello, Ancellotti o Mancini?
Nessuna volontà di allontanarmi dall’Italia, né tanto meno dal calcio italiano che seguo sempre con passione. I giapponesi mi sono sempre stati molto simpatici e mi sembra che nell’ultimo periodo siano molto cresciuti e che abbiano grandi margini di miglioramento. Questa avventura per me è una grande sfida, voglio riuscire a far fare a questa nazionale il salto di qualità. Inoltre il Giappone è un Paese che vedo molto più “europeo” che asiatico perché è totalmente diverso da tutti gli altri Paesi orientali.

Quale traguardo si è posto al momento della firma con la Federcalcio nipponica?
Il mio primo obiettivo è quello di far crescere questa squadra per ridurre la differenza competitiva con le grandi potenze del calcio europee e sudamericane. E poi naturalmente vorrei preparare al meglio i ragazzi per la qualificazione al Mondiale del 2014 in Brasile.

Possiamo sapere a quanto ammonta l’ingaggio annuo e se, secondo lei, è equiparato a quello di un allenatore di una nazionale europea?
Una clausola del contratto non mi permette di renderne pubbliche le condizioni (ma secondo alcune indiscrezioni avrebbe firmato un contratto di due anni del valore di 2,36 milioni dollari, cui si aggiunge un’opzione per altri due anni, ndr), ma posso dire che l’ingaggio non è da meno di quello degli allenatori delle altre nazionali.

Durante i Mondiali di Brasile 2014 vedremo la Nazionale del Sol Levante come possibile outsider?
Me lo auguro. Il gap tra la nazionale giapponese e le altre squadre è ancora importante e per il momento il mio obiettivo, come già detto, è quello di ridurre questo divario e di arrivare alla qualificazione.

Qual è la situazione degli stadi in Giappone? Perché in Italia non si riesce al di là del caso della Juve ad attivare un processo di privatizzazione degli impianti sportivi?
Gli stadi sono bellissimi, moderni e organizzati: non vi sono code da fare né per arrivare all’impianto né per entrarci e le persone vivono la partita come una festa, uno spettacolo. Perché in Italia non si privatizzano gli stadi? Semplice, perché le società ritengono che non sia così conveniente investire per avere impianti di proprietà: la gente nel nostro Paese ormai preferisce di gran lunga guardare il calcio in Tv e si sta sempre più allontanando dagli stadi.

Quali sono le principali differenze di un calciatore nipponico rispetto ad uno italiano?
Stiamo parlando di due mondi completamente diversi: i giapponesi privilegiano la tecnica alla forza fisica anche perché, da quel punto di vista, devo dire che non sono molto dotati. Però possiedono un magnifica tecnica e, ancora più importante, hanno un’ottima scuola. Qui i college funzionano davvero e alimentano i club con fuoriclasse: i giocatori che a livello scolastico fanno un buon campionato hanno la possibilità di arrivare direttamente in serie A. Nagatomo del Cesena, per esempio, viene dall’università.

La nazionale giapponese è la sua nuova sfida, ma qual è stata la più bella e la più brutta fino ad oggi? Cosa non rifarebbe tornando indietro nella sua carriera?
È troppo facile dire a posteriori “era meglio non fare una scelta o non allenare una squadra piuttosto che un’altra”. Le sfide sono state tutte intriganti e tutte, o quasi, mi hanno lasciato un buon ricordo e insegnato molto, anche se è chiaro che rimangono in mente quelle che danno maggiori soddisfazioni. In ogni caso sono orgoglioso soprattutto per quello che ho fatto a Udine dove sono riuscito a creare una cultura che ancora oggi è dominante.

Se lei fosse al vertice del calcio italiano quale sarebbe la prima innovazione che introdurrebbe?
Andrei subito a ripristinare la scuola calcio nel vero senso della parola: ritornare a insegnare e ad allenare i giovani e non le squadre. In Italia gli allenatori si preoccupano solo di far giocare la squadra e non di preparare i singoli, e per questo motivo stiamo perdendo talenti a tutto spiano. C’erano ruoli in cui eravamo i migliori del mondo in assoluto, adesso invece in quelle stesse posizioni non siamo nemmeno più competitivi e Paesi che erano prima molto distanti da noi ci hanno brillantemente superato.

Qual è il giocatore più talentuoso che porterebbe in Italia in un club di spicco?
Honda del Cska di Mosca e Kagawa sono davvero molto bravi e già pronti per un club importante, ma ce ne sono molti altri, che sto conoscendo solo ora, altrettanto validi.

Zac, un’ultima curiosità: se dovesse ai mondiali incontrare l’Italia sarebbe emozionato tanto da cantare entrambi gli inni nazionali?
(Ride) Diciamo che uno non lo canterei perché non lo conosco e in ogni caso sarebbe un po’ ostico, e l’altro perché sono davvero stonato. Però l’emozione sarebbe grandissima.