Nel 2013 Tiger Woods incappò per tre volte nell'infrazione del regolamento © Getty Images

Come il putt che si ferma un centimetro prima della buca richiede un altro colpo che entrerà nello score al pari del drive da 300 metri e la pallina che abbandona anche solo di un millimetro la propria posizione è “palla mossa” e, come tale, può generare la relativa penalità, così il confine dell’applicazione delle regole del golf può sembrare in alcuni casi molto stretto, al limite dell’assurdo...

Ma è proprio nell’inesistenza di margini di tolleranza che si evidenzia la sua unicità, uno sport praticato senza la presenza fissa di arbitri nel momento dell’azione, che richiede la conoscenza delle regole e, come nessun altro, integrità e onestà.

NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE. Se è vero che nella maggior parte delle gare di circolo, giocate con formula stableford, l’impressione è che le infrazioni alle regole portino “al massimo una X”, in realtà alcune possono anche comportare la squalifica. È perciò sempre meglio avere cognizione di ciò che si può/non si può, si deve/non si deve fare.

Anche perché il golf si caratterizza per una continua evoluzione della sua essenza, le regole appunto, periodicamente aggiornate da Royal and Ancient e Usga per renderlo sempre più accessibile e capito. Senza l’intento di volerne essere un ripasso puntuale, con l’aiuto di curiosità e situazioni tra fairway e green evidenzieremo l’importanza di sapere quali possano essere gli effetti di alcune delle più frequenti infrazioni, traendo anche spunto dalle vicissitudini dei più importanti protagonisti del golf mondiale.

QUALCOSA SI MUOVE. L’assenza di un arbitro fisso in campo rende il giocatore solo con se stesso, con la sua conoscenza delle regole, la sua coscienza e onestà.

La palla mossa richiamata all’inizio è tra i momenti in cui questa “solitudine” si presenta maggiormente: nessuno più del giocatore può valutare e giudicare cosa sia avvenuto.

Se Padraig Harrington venne squalificato in un torneo ad Abu Dhabi avendo consegnato lo score senza essersi applicato i due colpi di penalità proprio per questa infrazione (da lui non colta), ha del clamoroso quanto occorse a Ian Poulter nell’ultimo torneo della Race to Dubai di alcune stagioni fa: alla seconda buca di play off, nell’avvicinarsi al punto in cui aveva marcato la pallina sul green, questa gli scivolò dalle mani, cadde sul marcapalla, muovendolo seppur di pochissimo.

Il marchino in quella situazione è l’equivalente della pallina e, quindi, il suo spostamento determinò l’infrazione (segnalata dallo stesso Ian), un colpo di penalità e l’addio alle possibilità di vittoria.

In quanto a onestà e fair play, Brian Davis non è secondo a nessuno. In uno spareggio sul circuito Usa, avuta l’impressione di avere forse provocato lo spostamento di un impedimento sciolto in un ostacolo, segnalò la sua sensazione all’arbitro.

Dopo la verifica delle immagini ebbe i due colpi di penalità. A fronte di un’infrazione che nessuno aveva colto è stata l’integrità assoluta del giocatore a emergere facendogli guadagnare, a scapito del successo nel torneo, il plauso unanime.

LE TRE VOLTE DI TIGER WOODS NEL 2013. Se la prima fu ad Abu Dhabi, per un droppaggio non consentito in bunker con i relativi due colpi di penalità e conseguente taglio mancato, il caso più clamoroso è stato al Masters di Augusta quando, dopo un approccio che incoccia la bandiera e finisce in ostacolo d’acqua, Tiger Woods ripete il colpo, ma droppa la pallina non nello stesso punto ma circa un metro più indietro (contravvenendo alla regola che prevede il droppaggio nel punto in cui il primo colpo è stato effettuato). Un arbitro che stava seguendo l’evento in tv da casa, segnalò il fatto al direttore del torneo.

La decisione, due colpi di penalità e non la squalifica (come molti si attendevano, avendo TW consegnato lo score senza applicarsi la penalità), ha creato non poche polemiche. La terza, nel finale di stagione, sempre con due colpi di penalità per palla mossa di cui Tiger Woods non si era accorto ma colta di nuovo con le immagini tv.

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L’UNICITÀ DI QUESTO SPORT È

CHE RICHIEDE UNA PIENA CONOSCENZA

DEL REGOLAMENTO, INTEGRITÀ E ONESTÀ,

IN QUANTO VIENE PRATICATO

SENZA LA PRESENZA FISSA DI ARBITRI

NEL MOMENTO DELL’AZIONE

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14… E NON 15. Un elemento cui prestare attenzione è il numero di bastoni nella sacca (massimo 14). Ne sa qualcosa Ian Woosnam che si è giocato la possibilità di vincere un Open Championship quando, nelle prime fasi del 4° giro, non si accorse (complice il caddie) di avere con sé due driver (retaggio della sessione di pratica appena conclusa) per un totale di 15 bastoni. I colpi di penalità, e quelli persi per la tensione, gli tolsero la vittoria.

IL PERICOLO NON FINISCE SUL CAMPO. Se si dice “score”, non si deve pensare solo alla somma di colpi o punti, ma anche al documento (scorecard) in cui il risultato di ogni buca deve essere riportato, controllato e firmato da giocatore e marcatore per l’immediata consegna a fine gara.

Una procedura chiara e non complicata che, tuttavia, nasconde insidie di non poco conto di cui si ricorda molto bene il nostro Francesco Molinari che, dopo il secondo giro di un Open d’Irlanda, non si accorse che il marcatore aveva invertito il suo risultato in due buche (totale corretto ma non la sequenza) e, dopo aver firmato lo score, lo consegnò, incorrendo nella squalifica. Era tra i giocatori di testa…

Ancora più pesante fu la distrazione di Roberto De Vicenzo nel Masters del 1968, che dopo un giro finale in 65 si ritrovò al comando a pari merito pronto per il play off. Non aveva però fatto i conti con l’errore del suo marcatore che alla 17 invece del birdie 3 gli marcò il par 4. De Vicenzo non se ne accorse e con il risultato di 66, invece di giocarsi la vittoria, si ritrovò al secondo posto.

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A RENDERE IL GIOCO

PIÙ COMPLICATO

CONTRIBUISCE IL FATTO

CHE ANCHE LE DECISIONI

DIVENTANO GIURISPRUDENZA

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ATTENZIONE AI CONSIGLI. In una competizione individuale non è consentito dare e chiedere consigli tra compagni di gioco sulla tecnica né sulla tattica, ad esempio, quale colpo effettuare, se e quale opzione adottare per ovviare ad un’ostruzione o mostrare lo swing ecc.

Le uniche informazioni che si possono condividere sono quelle cosiddette di pubblico dominio relative ad esempio alle componenti delle buche (posizione di ostacoli e bandiera, disegno della buca ecc.). Non è, invece, considerato consiglio fornire la distanza tra la pallina e il green e la buca o ricordare i contenuti di una o più regole.

È importante, però, fare molta attenzione a non influenzare il compagno di gioco: è proprio in questa possibilità d’influenza che si rinviene l’essenza del consiglio. Un “consiglio” illustre fu quello di Tom Watson che, camminando sul fairway, indicò al compagno di gioco, nonché avversario, che l’errore che ne stava compromettendo la performance era la posizione della pallina nello stance. L’arbitro, informato del fatto, lo verificò con Tom Watson che, campione anche di onestà, confermò l’accaduto, incorrendo nella sanzione di due colpi.

Ricordando i tanti colpi persi dai campioni visti insieme, il “consiglio” per tutti può essere, quindi, di dare una lettura alle regole…in fondo, sono soltanto 34!