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Pandemia: scienza a macchia di leopardo

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Venerdì, 07 Maggio 2021
Pandemia: scienza a macchia di leopardo © iStockPhoto

La classificazione delle Regioni con colori, che rappresentano lo stato di gravità della pandemia nei diversi territori, è stata presentata con una veste di scientificità che puntava a rassicurare cittadini e amministratori locali sull’oggettività delle valutazioni. E anche ora, iniziando a parlare di riaperture dei settori più penalizzati dalle norme, si afferma che le decisioni saranno prese su informazioni oggettive. I dati utilizzati sono oggettivi, le intenzioni dei governi sono buone, ma possiamo davvero dire che decisioni importanti, come quelle di chiudere o riaprire interi settori e territori, sono state prese in modo razionale?

I dati misurati accuratamente sono sempre “oggettivi”, ma la scelta di quali adottare condiziona in larga parte il risultato. Oggi non ha senso, né sarebbe possibile, tentare di riscrivere la storia recente della pandemia in Italia e nel resto d’Europa, ma eventi simili potrebbero ripetersi. Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti scientifici a disposizione. Il limite più grave dei modelli utilizzati nei Paesi europei è la misurazione dei soli effetti del contagio, senza indagarne seriamente le cause, liquidate superficialmente come assembramenti, frequentazione di scuole, ristoranti, alberghi, spiagge, strade, piazze, mezzi pubblici, ma anche boschi, parchi e strade di campagna. Considerazioni di buon senso, ma poco suffragate da dati; solo ora cominciano ad apparire studi sui contagi che parrebbero assolvere le scuole e i luoghi all’aperto.

Per tanti luoghi e attività, condannate come “non essenziali” (tutte le attività produttive e d’ufficio sono essenziali?) non ci sarà mai controprova. Nell’approccio scientifico alla pandemia ci si è giustamente affidati alle competenze dei virologi e alla ricerca orientata ai vaccini, ma si sono quasi ignorate le tecnologie di tracciamento e le rilevazioni campionarie sistematiche. Forse avremmo avuto chiusure ancor più severe, probabilmente molto più mirate (qualcuno ha misurato i flussi interni nelle regioni molto estese? Ha senso un dato medio su territori e popolazioni così grandi?), certamente avremmo potuto concentrare meglio le forze e i controlli.

Le proposte di utilizzare un’app di tracciamento come Immuni (in foto ) hanno creato un blocco psicologico, per la possibile invasione della privacy da parte dei controllori. È un tema difficile, me ne rendo conto, ma non è troppo tardi per riaprirlo. Si dibatte giustamente sul passaporto vaccinale e sull’obbligo, perché non farlo anche sul tracciamento? Pur tra mille dubbi, la pandemia ci ha riportato a contatto quotidiano con la scienza, con i suoi benefici, con l’accettazione dei suoi limiti e approssimazioni. Perché tenere in magazzino tanta parte dell’arsenale scientifico disponibile, scartando a priori un sistema sofisticato di tracciamento, di rilevazione tempestiva, d’isolamento reale (non a casa con i familiari), di chiusura del ciclo infettivo? Non è troppo tardi per fare un passo avanti, lasciando i colori sulla cartina delle regioni a un passato volenteroso, ma approssimativo.

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