BusinessPeople

Una storia da riscrivere: il punto di vista di Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D

Una storia da riscrivere: il punto di vista di Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D Torna a Occupazione femminile in Italia
Lunedì, 07 Giugno 2021
Barbara-Falcomer-Valore-D

Affrontare con efficacia la questione dell’occupazione femminile significa rendere le donne consapevoli del loro potenziale e indirizzare talenti e aspirazioni nelle giuste direzioni. Il lavoro da fare spazia da politiche più impattanti a una diversa narrazione delle donne lavoratrici. Che riguarda sì, l’Italia, ma anche buona parte del progredito Nord Europa: il rapporto Onu Women in Politics 2020 mette al primo posto al mondo per numero di parlamentari donna un insospettabile Rwanda, seguito da Cuba, Bolivia e perfino gli Emirati Arabi, mentre il primo dei Paesi europei in classifica, la Svezia, è solo al settimo posto (l’Italia è 36esima). Tutto da ripensare, dunque, con uno sguardo al futuro. Ne abbiamo parlato con Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D, l’associazione che dal 2009 promuove una cultura di genere più equa e inclusiva nel mondo del lavoro.

La narrazione ufficiale racconta che le donne abbiano smesso di lavorare perché con la crisi e la Dad bisognava che stessero a casa. È così?
C’è senz’altro una dimensione di fragilità, dovuta al fatto che i servizi e il turismo hanno subito il maggior contraccolpo dalle misure anti-contagio. C’è anche però un fattore culturale. La nostra è una società ancora fortemente patriarcale e le donne continuano a occuparsi degli anziani e dei figli. In frangenti come la pandemia si sono trovate schiacciate. A partire da marzo 2020, come Valore D, abbiamo monitorato il carico di lavoro che ha pesato sulle donne: oltre il 30% delle intervistate ha dichiarato di aver lavorato molto di più rispetto ai mesi precedenti.

Congedi di paternità e simili misure possono contribuire ad abbattere questo scoglio culturale?
I nostri congedi di paternità sono simbolici. La Spagna quest’anno ha introdotto una legge in cui viene parificato il congedo parentale di maternità e paternità, entrambi pagati al 100% per 16 settimane. Le aziende italiane stanno iniziando a trattare in modo più deciso il tema dei congedi parentali, ma siamo indietro. Si osserva anche qui un problema culturale, poiché anche se esiste la possibilità di prendere fino a 3 mesi a stipendio pieno, molti padri non la sfruttano, hanno paura di essere lasciati indietro nella carriera. Bisognerebbe rivoluzionare l’architettura educativa dei ragazzi e dei bambini, fin dall’asilo. Arrivano a sette-otto anni che hanno già una chiara divisione in mente tra quello che è da maschio e quello che è da femmina.

Le professioni scientifiche saranno quelle che avranno più sbocchi, c’è posto per le donne nell’innovazione?
È necessario rivedere la comunicazione nelle materie scientifiche, in modo che le ragazze si interessino di più e vedano le opportunità di intraprendere quel corso di studi. Ancora oggi molti genitori spingono le ragazze a dedicarsi a materie umanistiche e sono le donne stesse che ridimensionano le proprie ambizioni per renderle più compatibili con esigenze famigliari quando sarà il momento. Come in un copione già scritto.

Qual è il valore aggiunto delle donne nella ripresa sostenibile?
La diversità crea quell’innovazione che serve per uscire dalla crisi e per svilupparsi. È un mito pensare che se le donne lavorano diminuiscono i posti per gli uomini, è stato smentito da tutti i Paesi. La ripresa passa per il lavoro delle donne e noi in questo siamo il fanalino di coda dell’Europa, con una donna su due occupata. Idem per il part time, che spesso è un ripiego: gli uomini hanno meno del 10% dei contratti a tempo parziale, e il 60% delle donne lo ha subìto, non l’ha scelto. Uomini e donne sono alla pari al momento dell’assunzione, ma con la maternità c’è uno stop di carriera che coinvolge solo le donne.

In Paesi come Svezia e Norvegia sono molte le donne nei board ma poche nei ruoli esecutivi: va bene la poltrona purché...?
Purché non porti via il potere a un uomo, direi. Nemmeno lì gli stereotipi sono del tutto scomparsi, probabilmente, ma ricordiamoci che il potere non ha genere. Le carriere femminili tendono a presidiare funzioni di controllo del conto economico, da cui è più facile accedere a livelli alti da posizioni di linea piuttosto che da ruoli di staff, e torniamo alle scelte di studi. Che possono portare anche a posizioni molto importanti, come capo del marketing, delle risorse umane, della comunicazione ma non a veri ruoli apicali. Sono le stesse donne che stanno un passo indietro, non chiedono, non si propongono. Non si sentono sufficientemente preparate come se dovessero sapere a monte tutto quello che il ruolo richiede.

È ancora valida l’idea che una donna debba lavorare il doppio di un uomo per raggiungere gli stessi livelli di carriera?
Il modello non è cambiato molto purtroppo, soprattutto nel cosiddetto pay-gap, nella parità salariale a parità di ruolo. Una donna mediamente deve essere più brava di quello che richiederebbe la posizione.

Da quali settori partirebbe per modificare il gap di genere?
Dalle infrastrutture sociali, come asili nido e assistenza per gli anziani, per liberare le donne dai carichi che impediscono di impegnarsi nel modo del lavoro. Da madre e cittadina investirei tantissimo sul sistema dell’istruzione, c’è bisogno di contaminazione con le materie scientifiche, aggiornamento dei programmi, contatto con il mondo del lavoro. Penso per esempio al modello anglosassone, molto pragmatico e multidisciplinare, in cui gli argomenti si trattano in tutte le possibili sfaccettature. Nell’approfondimento siamo piu bravi noi, ma la realtà è complessa e lo diventerà sempre di più, bisogna saper unire i puntini.

POTREBBERO INTERESSARTI
Copyright © 2022 - DUESSE COMMUNICATION S.r.l. - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy - Credits: Macro Web Media