© monkeybusinessimages/iStock/Thinkstock

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Favoriscono le interazioni tra colleghi, il team working e la condivisione di competenze, avvicinano dipendenti e capiufficio, stimolano la creatività, senza contare che consentono un importante risparmio in termini di spazi. Gli open space, almeno sul lavoro, sembrerebbero essere una manna dal cielo e per questa ragione negli anni ’90 e 2000 si sono diffusi a macchia d’olio. Studi recenti mettono, però, in guardia: lavorare in un open space potrebbe avere conseguenze negative sulla salute dei dipendenti. L’ultima, in ordine di tempo, recentemente pubblicata sulla rivista Ergonomics , porta la firma della ricercatrice e architetto Christina Bodin Danielsson e di tre suoi colleghi dell’Università di Stoccolma. L’indagine ha coinvolto 1.852 lavoratori provenienti da sette diverse tipologie di ufficio, dalle stanze singole fino agli open space di oltre 24 persone, evidenziando un rapporto tra il numero di brevi assenze per malattia e il tipo di ufficio. In breve, coloro che svolgono le proprie mansioni in un open space hanno maggiori probabilità di soffrire di piccoli malanni, come raffreddori e altre lievi infezioni, rispetto ai dipendenti che possono vantare un ufficio personale. La spiegazione degli scienziati è semplice. Riunire più lavoratori nello stesso ambiente chiuso favorisce la diffusione di virus e batteri. Inoltre, chi lavora fianco a fianco con i colleghi è esposto a maggiori fattori ambientali di stress a partire dal rumore fino ad arrivare alla mancanza di privacy e alla sensazione di essere costantemente osservati e giudicati. Tutti fattori che possono indurre uno stato di ipervigilanza e sintomi di disagio psicologico, oltre che fisico. Per questo, gli esperti consigliano almeno di tenere le scrivanie a una certa distanza le une dalle altre e di preferire spazi dotati di finestre per ridurre il senso di claustrofobia dei lavoratori. Infine, via libera alla personalizzazione della scrivania, che aiuta a viverla con un proprio spazio privato.