Diminuisce, ma resta superiore alla media europea il numero di giovani italiani “Neet”, acronimo di "Not in Education, Employment, or Training", che statisticamente comprende i ragazzi nella fascia d’età 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non hanno frequentato corsi di formazione professionale nelle ultime quattro settimane. Se nel 2015 il 25,7% dei ragazzi italiani era considerato Neet, nella prima metà di quest’anno la percentuale è scesa al 22,3%, pari a 2,2 milioni di giovani. Ma il problema resta diffuso e pressante. Il convegno “Neeting” che si è svolto a Milano il 3 e 4 novembre, il primo a livello nazionale su questo tema, ha riflettuto sulla portata del fenomeno e sulle soluzioni da adottare, coinvolgendo esponenti del Governo, del mondo accademico e di quello imprenditoriale. Promossa dall’Istituto Toniolo di Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e da Fondazione Cariplo, la due giorni ha presentato le statistiche del Rapporto Giovani 2016, Eurofound e Istat e studi sviluppati dalle Università Cattolica e Bicocca di Milano.

IL COSTO DEI NEET. Secondo le stime di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, dal punto di vista economico i Neet italiani incidono per il 2% sul Pil nazionale, pari a 36 miliardi di euro, mentre nel resto d’Europa la perdita per le economie corrisponde complessivamente a 150 miliardi di euro (dato del 2012). D’altra parte, l’Italia conta anche la più alta percentuale di Neet “attivabili”, cioè quelli che, indipendentemente dalla ricerca attiva o meno, sono interessati ad un lavoro: nel 2015 sono stati il 20,3%, un buon margine in più rispetto alla media europea, che si abbassa al 10,3%.

Tra i Neet che non cercano lavoro, oltre la metà degli uomini e quasi un terzo delle donne dichiara che se gli venisse offerto un impiego lo accetterebbe subito. Alla domanda, tra chi non lo sta cercando, di quanto siano importanti varie condizioni nella disponibilità ad accettare subito un lavoro, per le donne Neet prevale la conciliazione, la distanza da casa e in parte la remunerazione. I Neet maschi sono invece quelli che si adattano di più, avendo più esigenza di lavorare e meno vincoli di impegni familiari.

CHI SONO I NEET. La composizione demografica della categoria è molto eterogenea, e va dal neolaureato con alta motivazione e potenzialità alla ricerca di un lavoro in linea con le proprie aspettative, fino al giovane uscito precocemente dagli studi e scivolato in una spirale di marginalità e demotivazione. Eurofound li ha classificati in 7 sottogruppi: re-entrants (quelli appena usciti dagli studi), i disoccupati di breve periodo e quelli di lungo periodo, gli scoraggiati (che ormai non cercano più un’occupazione), coloro che hanno responsabilità familiari (donne nel 92% dei casi), portatori di disabilità e altri. Alcuni indicatori specifici, poi, evidenziano le condizioni di fragilità che aumentano le probabilità di diventare Neet, come un background familiare instabile e con bassi titoli di studio. Più a rischio sono inoltre gli stranieri, gli abitanti del Sud Italia e le donne.

“A mantenere elevato il numero di Neet in Italia” - sottolinea Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica e coordinatore dell’indagine Rapporto Giovani - “contribuiscono, in misura maggiore che negli altri Paesi avanzati, i giovani con carenti competenze e in condizione di disagio sociale, a rischio di marginalizzazione permanente, ma anche neodiplomati e neolaureati con buone potenzialità ma con tempi lunghi di collocazione nel mercato del lavoro per le difficoltà di valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano. Per ridurre il numero di Neet bisogna agire sia sullo stock, ovvero su chi si trova già da tempo in tale condizione e fatica ad uscirne, sia sul flusso, ovvero su chi sta finendo gli studi e si appresta ad entrare nel mercato del lavoro. Va inoltre stimolata e rafforzata la capacità di intraprendenza e di imprenditorialità dei giovani. Ma dobbiamo soprattutto decidere se in Italia le nuove generazioni sono le principali vittime di un Paese rassegnato al declino o se, invece, vogliamo che siano le risorse principali di un Paese che vuole tornare a crescere e ad essere competitivo. In questo secondo caso dobbiamo, coerentemente, destinare ai giovani le maggiori risorse e le migliori politiche per metterli nelle condizioni di dare il meglio di sé in un Paese che dimostra con i fatti di credere in loro e nelle loro potenzialità”.

I PROGETTI. Il convegno ha presentato anche alcuni progetti sviluppati da aziende, enti legati al territorio e organizzazioni no profit per fronteggiare la situazione e dare strumenti ai giovani per garantire loro maggiori possibilità di impiego. Il progetto “Crescere in digitale” di Google offre un corso online per insegnare come Internet possa aiutare le imprese ad ottimizzare l’efficienza dei propri processi produttivi, fornendo competenze ai giovani e puntando al contempo alla digitalizzazione sempre maggiore dell’economia italiana. Dal suo lancio, il progetto ha coinvolto 77.000 iscritti ai corsi, 3.700 pmi che hanno offerto tirocini e oltre 800 di questi attivati per periodi di 6 mesi.