Si fa un gran parlare di quote rosa. Il disegno di legge che prevede che nei cda, e negli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate, sia garantita una presenza femminile almeno del 30%, sembra in dirittura d’arrivo. Passato con un voto bipartisan al Senato (203 voti a favore, 14 voti contrari e 33 astenuti) perché diventi legge manca solo il via libero definitivo della Camera. Eppure gli ultimi atti del governo, vedi le liste di consiglieri dei gruppi partecipati dal dicastero dell’Economia (Eni, Enel, Finmeccanica), non danno proprio il buon esempio. Nei nuovi ingressi ai vertici di queste società non una sola donna. Nelle liste le uniche due candidate donne a consiglieri si trovano nell’elenco di Poste Italiane: Maria Claudia Ioannucci e Maria Grazia Siliquini; altrove è il vuoto. Certo, il ddl non è ancora legge e entrerà in vigore a pieno regime solo nel 2018, quindi Tremonti non era tenuto a riservare dei posti nei board al gentil sesso, eppure un atto del governo che andasse in questa direzione sarebbe stata forse cosa gradita. Non solo per chi ritiene che l’introduzione delle quote rosa nei consigli si amministrazione sia cosa buona e giusta, quanto piuttosto come prova del fatto che il legislatore realmente crede in quanto legifera. È indubbio che in Italia il problema della presenza femminile nelle stanze dei bottoni, quelle vere, è soprattutto una questione culturale, alla quale una legge da sola difficilmente potrà ovviare. Ma, constatare come ai principi della legge non creda neppure chi la sta scrivendo e votando, riduce ulteriormente, fino a svuotarla, la forza di una norma che si vorrebbe rivoluzionaria.

Tutte le liste di Enel, Eni, Finmeccanica e Poste Italiane