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In un anno il Pil reale italiano aumenterebbe dello 0,9%, si creerebbero più di 135 mila nuovi posti di lavoro (-6,9% del tasso di disoccupazione) e lo Stato potrebbe incamerare circa 2,85 miliardi in più di gettito fiscale (+0,82%). Tutto questo se solo si portassero a 1.000 il numero di aziende quotate in Borsa. È quanto emerge da una ricerca dell’Università Bocconi che, analizzando la popolazione delle piccole e medie imprese presenti sul nostro territorio, ha descritto l’attuale quadro delle società quotate in Italia e quali sarebbero i vantaggio di una maggior presenza in Borsa delle nostre Pmi. Un’indagine che, svolta in collaborazione con Borsa Italiana, si inserisce all’interno di un progetto triennale che i due enti stanno sviluppando per contribuire alla diffusione di una cultura più ‘finanziaria’ da parte delle nostre imprese. “In Italia la Borsa rappresenta a tutt’oggi una quota molto ristretta dell’economia reale”, afferma Manuela Geranio del dipartimento di finanza della Bocconi e autrice dello studio. Secondo Geranio i rischi di ‘andare in Borsa’ verrebbero compensati da una maggior presenza di investitori che permetterebbero all’azienda di sviluppare il proprio business e crescere nelle dimensioni. “Il largo ricorso al finanziamento bancario e la carenza di capitale di rischio – afferma – creano un circolo che vede le imprese mantenere dimensioni limitate e il loro sviluppo frenato, rendendole così poco appetibili anche per gli investitori istituzionali”.

PMI E FINANZA – CONFRONTO TRA PAESI EUROPEI. Dallo studio è emerso che a inizio 2010 solo 291 imprese domestiche erano presenti sul listino azionario italiano, meno della metà di quelle quotate in Germania, un terzo di quelle in Francia e poco più di un decimo di quelle presente in Gran Bretagna. A livello generale, il peso delle imprese quotate nel 2010 ha contribuito in Italia per il 21% del fatturato e per il 7% degli occupati, anche questi numeri decisamente inferiori a quelli dei ‘big’ europei.
Per quanto riguarda i settori, le imprese meno rappresentate in Borsa rispetto all’economia reale appartengono all’area del commercio, dell’alimentare e dei trasporti. All’opposto appaiono sovrarappresentati i settori della finanza, quelli dell’elettrico e del petrolifero-minerario. Per quanto riguarda i settori tipici del “made in Italy ”, i casi di sottorappresentazione riguardano il settore alimentare e il tessile. “Lo scarso ricorso alla Borsa penalizza le imprese italiane e di riflesso l’intera economia del paese cresce meno rispetto al potenziale”, commenta Geranio.

MILLE A PIAZZA AFFARI. Portando a 1.000 le società presenti in Borsa (la ricerca stima i risultati delle 294 quotate a fine 2010 più le 706 ‘migliori’ società quotabili) la capitalizzazione del mercato aumenterebbe del 34%. Ciò a sua volta produrrebbe un aumento del Pil reale per l’anno seguente pari allo 0,9%. Utilizzando una seconda regressione in cui lo sviluppo del mercato azionario viene misurato in termini di numero di società quotate, in alternativa alla capitalizzazione, l’impatto stimato sul Pil reale sarebbe ancora più rilevante e pari all’1,5%. Per quanto riguarda l’occupazione si registrerebbe una riduzione del 6,9% del tasso di disoccupazione con la creazione nei successivi 12 mesi di 137 mila nuovi posti di lavoro. I risultati indicano infine che l’aumento della capitalizzazione avrebbe l’effetto di aumentare il gettito fiscale nell’anno successivo in misura pari allo 0,82%, stimabile in un aumento degli introiti per lo Stato italiano pari a 2,85 miliardi di euro. “Occorre che vengano proposti percorsi formativi e culturali, che aiutino le imprese italiane a valutare a che cosa stanno rinunciando – conclude Manuela Geranio – Al tempo stesso è necessario che i regolatori e i gestori del mercato facciano la loro parte per ristabilire la fiducia dei risparmiatori. Lo sviluppo di una piazza finanziaria più ampia e diversificata rappresenta una formidabile occasione per contribuire ad una ripresa solida dell’economia italiana”.