Un'immagine della lavorazione di una scarpa in A.Testoni © A.Testoni

Chissà che ne penserebbe James Dean. O i bikers maledetti degli anni ’50, per non parlare dei punk. I loro giubbotti di pelle nera, segno universale di ribellione, sono finiti sulle passerelle di tutto il mondo.

Che il chiodo sia divenuto un fashion victim non è una novità: tutta colpa di Yves Saint Laurent, il primo a intraprendere negli anni ’70 la strada del leather nelle collezioni. Krizia, Dior, Versace, tutti hanno seguito poi l’esempio del maestro.

A impressionare però oggi è la quantità immensa di prodotti che hanno abbandonato il tessuto per il versatile materiale dalla forte impronta italiana. Non solo giubbotti, capispalla, soprabiti, giacche college, ma anche gonne e bolerini da donna. Cavalli ne ha fatto uno stile di vita, mentre Trussardi l’ha sempre avuta nel proprio Dna: il fondatore Dante era un pellettiere che riuscì a portare i propri guanti fin sulle mani dei re d’Inghilterra.

Gucci ne ha reinventato l’utilizzo per le sue collezioni di quest’anno, applicandola su revers e bottoni dei capispalla, giacche di velluto e persino su camicie e pantaloni da smoking.

Ferragamo la esalta nelle enormi borse da uomo nelle vetrine. E piace così tanto da aver portato sulla scena modaiola anche i brand motoristici: da Audi, che ha lanciato una capsule collection con PZero, a Ducati, ospite d’eccezione a Pitti immagine uomo.

Una cosa è certa: nessuno potrà farci lapelle. Non potrebbe essere altrimenti per un settore che in barba alla crisi fa segnare +5,9 nell’export, segnando dati positivi sotto tutti i punti di vista: dalle cartelle portadocumenti alle custodie per strumenti musicali, in rigoroso ordine di dimensione.

Storia, design e capacità di innovare sono le armi in più dell’artigianalità del Belpaese che la Cina non riuscirà mai a eguagliare. I dati della World Trade Organization dicono che la tanto vituperata economia italiana è prima per competitività a livello mondiale addirittura in tre settori: nell’abbigliamento, nel tessile e nella pelletteria.

A far da padrone ovviamente sono le borse da donne, ambasciatrici del gusto tricolore nel mondo. Gucci, Prada, Ferragamo, Fendi, Bottega Veneta: i grandi nomi capaci di far sognare qualunque ragazza o signora hanno totalizzato 1,4 miliardi di euro di vendite solo nei primi sei mesi del 2014 in attesa del consuntivo di fine anno.

Si tratta di circa il 70% del mercato mondiale per una produzione realizzata nella quasi totalità nei distretti tricolori, dalla Toscana alle Marche, dal Veneto alla Campania: la pelletteria è una tradizione che unisce l’Italia. Se non è un monopolio, gli somiglia moltissimo.

Perché riconoscere la pelle di qualità non è difficile, garantiscono i maestri: tatto, morbidezza e profumo sono segnali inequivocabili di un prodotto con una lunga storia alle spalle.

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ABBIGLIAMENTO, TESSILLE E PELLETTERIA:

IN QUESTI TRE SETTORI IL NOSTRO PAESE

E' PRIMO AL MONDO PER COMPETITIVITA'

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MERCATO SCHIZOFRENICO. «Le griffe segnano gran parte del saldo commerciale attivo, ma le piccole e medie imprese sono in sofferenza», denuncia Mauro Muzzolon, d.g. uscente Aimpes e del salone Mipel (appuntamento a febbraio per l’edizione 107). «Il nostro è un mercato schizofrenico: chi esporta riesce anche ad avere dei risultati apprezzabil, chi punta sul mercato interno è messo molto male. Ormai in Italia siamo sui valori di consumo di inizio anni Duemila».

Il trend si riflette anche nell’andamento dei Paesi esteri che fanno da riferimento per interpretare l’andamento della domanda. Cresce la richiesta negli Stati Uniti, una piazza storicamente appannaggio dei marchi di lusso. Si avverte invece una contrazione in Giappone dove le nostre pmi avevano a lungo trovato uno sbocco per i propri prodotti.

Ad acuire la crisi c’è la situazionerussa, tra le tensioni geopolitiche con le relative sanzioni internazionali e la contemporanea svalutazione del rublo che ha frenato lo sviluppo di quello che stava diventando un mercato di riferimento per la pelle italiana.

 

«Oggi i contoterzisti che producono per i colossi vanno molto bene perché quasi tutta la produzione di alta qualità è in Italia», spiega ancora Muzzolon guardando al mondo della produzione, «nel frattempo si impoverisce il mercato dei brand di seconda fascia che avrebbero bisogno di politiche aggressive per restare a galla ma non hanno i soldi per implementarle. E sono massacrati dalla contraffazione: su 20 milioni di borse vendute ogni anno, il mercato parallelo ne commercia 30 milioni. E questo è un rischio anche per le griffe: i loro centri stile vivono all’interno di tessuti dinamici e propositivi. Se muore il comparto, si perderà anche il significato stesso di made in Italy».

Perché è proprio la filiera il segreto del successo tricolore. In Toscana, nella piccola area del distretto di Santa Croce sull’Arno (circa 330 mq per 90 mila abitanti), si trovano conciatori, pellettieri e produttori di metalleria. I rapporti sono tali che ognuno può creare il prodotto che vuole sfruttando anche le innovazioni di ciascuna fase del processo di produzione.

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FILIERA E INDOTTO CONSENTONO

ALLE GRANDI AZIENDE

DI RISPONDERE CON RAPIDITÀ

AI CAMBIAMENTI DELLE TENDENZE

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OCCASIONE PERSA. La difesa del “made in Italy” è la priorità assoluta anche per Assocalzaturifici che ha monitorato con attenzione il semestre europeo a guida italiana nella speranza che divenisse l’occasione per approvare finalmente il Regolamento europeo sulla sicurezza dei prodotti destinati ai consumatori e la vigilanza del mercato, ma anche l’ultimo Consiglio Competitività Ue si è rivelato un’occasione mancata da parte del governo che ha rimbalzato la palla ai lettoni.

«Ci attendevamo molto. Il dossier sul Made In è stato più volte bloccato a causa dell’ostruzionismo di alcuni Paesi e non siamo stati in grado di superarlo con determinazione», denuncia il presidente Cleto Sagripanti, «quella del 4 dicembre era l’ultima occasione durante la presidenza europea dell’Italia per mettere a segno un provvedimento che va aldilà degli interessi nazionali».

Anche perché la difesa e promozione del made in Italy stimolerebbe ulteriormente il fenomeno di back reshoring, cioè il rientro in patria di aziende delocalizzate, di cui proprio il mondo della calzatura è protagonista: sul totale delle rilocalizzazioni registrate nel mondo, il 19,3% riguarda aziende di abbigliamento e calzature, secondo lo studio Uni Club MoRe back reshoring.

«Questo perché si tratta di eccellenze che richiedono filiera e capacità professionali e artigiane che è difficile traslocare», ricorda Sagripanti in vista del prossimo Micam (15-18 febbraio) che potrebbe vedere l’ufficializzazione del tripledip per il settore dall’inizio della crisi, «crediamo fortemente che il valore del made in Italy sia legato al territorio e alla sua tradizione tornare a produrre in Italia significa valorizzare tutta la rete del tessuto produttivo».

Le richieste non mancano, dalla defiscalizzazione delle spese per i campionari al credito di filiera garantito fino agli incentivi per gli investimenti in e-commerce. La più importante, però, riguarda il lavoro. La proposta di Assocalzaturifici è quella dell’introduzione del “contratto di servizio”, un percorso formativo on the job correlato alle concrete esigenze delle aziende calzaturiere dei territori. Perché paradossalmente un’eccellenza italiana fa fatica a trovare artigiani specializzati.

«In Toscana e in Veneto si strappano i modellisti», concorda Muzzolon (Mipel). Quasi come gli ingegneri nella Silicon Valley, i pellettieri sono un tipo di personale altamente conteso anche se per ragioni storiche ben diverse.

A lungo ripudiato per i lunghi tempi di apprendistato, oggi la forza lavoro è avanti con gli anni e rischia di non trovare sufficiente ricambio. Così Gucci, Prada e Confindustria Firenze collaborano con l’Alta scuola di pelletteria di Scandicci (Firenze), che offre corsi simili a un Mba per organizzazione e prezzi. Mentre da Testoni (vedi box) la formazione avviene in fabbrica e dura cinque anni.

 

LOTTA GLOBALE. Nel frattempo, oltre alla lotta locale per i migliori artigiani, si è aperta quella globale per le materie prime. Con l’Europa in ritirata, indiani, africani e turchi che sono arrivati a controllare oltre il 50% del grezzo portando a un’impennata dei prezzi tra il 20% e il 40% solo nel periodo 2011-2013.

«Solo l’Europa esporta ancora pelli, in molti altri Paesi sono in vigore misure protezionistiche sulle materie prime semilavorate», racconta Tommaso Lapi, della conceria Gi-Elle-Emme di Ponte a Egola (Pisa) specializzata in cuoio per suola da scarpe, «l’instabilità delle monete e la lotta al consumo di carne, che ha svuotato le stalle favorendo le multinazionali, hanno fatto il resto. E se poi, com’è successo, il governo di Pechino impone più sobrietà alla classe media, ci toglie una grossa fetta di clienti».

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LA PELLETTERIA ESIGE

UN LUNGO APPRENDISTATO

CHE OGGI RENDE DIFFICILE

IL RICAMBIO GENERAZIONALE

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Così i grandi brand si sono attrezzati per non farsi mancare il materiale. Luis Vuitton ed Hermès hanno comprato allevamenti di coccodrilli in Australia, Prada si è aggiudicata una storica conceria francese di Limoges. Tod’s fa da sé a Casette d’Ete (Fermo), meno di tremila anime nel quadrilatero marchigiano e 910 dipendenti con padri e figli che lavorano fianco a fianco.

In Toscana ha investito molto Gucci che impiega 1.300 dipendenti nel fiorentino, ha un indotto da 45 mila persone nel territorio e da oltre due anni lavora per certificare la filiera. Il gruppo, di proprietà della francese Kering ma con la produzione al 100% made in Italy, negli anni ha acquisito quattro calzaturifici e due concerie. In una di queste, la Blutonic, nel 2013 è stato completato il perfezionamento del primo metodo di conciatura metal free al mondo.

«Per stare a galla non possiamo certo fare battaglie sul prezzo perché una scarpa deve mantenere estetica e comodità», conclude uno degli eredi della Figli di Guido Lapi, «nel resto del mondo le concerie sono grosse e isolate, noi invece facciamo sistema e siamo capaci di innovare in tempi più rapidi. Per questo, ad esempio, abbiamo fondato tre anni fa il marchio “Cuoio di Toscana” per marchiare i prodotti realizzati con metodo tradizionale: unirci è l’unica strada per non dover lasciare l’Italia e finire nel Terzo mondo. All’estero l’essere italiano viene ancora premiato, l’importante è riuscire a farsi riconoscere».