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Bisognerebbe essere indovini

Bisognerebbe essere indovini Torna a Ripresa economica post Covid-19 Roaring Twenties
Lunedì, 03 Maggio 2021

La pensa così Antonella Palumbo, docente di Economia politica e Macroeconomia all’Università Roma Tre e membro dell’Institute for New Economic Thinking

Antonella Palumbo-Università Roma Tre-Institute for New Economic Thinking

Professoressa, condivide questo diffuso ottimismo?
C’è qualche fondamento per l’ottimismo nelle regolarità storiche, nel senso che, in passato, la fine di pestilenze e pandemie, ma anche di grandi guerre, ha spesso portato a una rinascita delle economie e delle società, e a un ritorno sia della fiducia che della voglia di vivere. Ma in economia bisogna evitare spiegazioni meccaniche e deterministiche, quindi non è detto che anche questa volta vada così. Non tutte le pandemie hanno avuto il decorso che sta avendo quella attuale. Il fatto che gli Stati oggi proteggano la salute della popolazione vuol dire che non avremo la stessa percentuale di morti del passato. Potremmo trovarci, quindi, con una popolazione non troppo decimata ma molto impoverita, o con condizioni sia di vita sia di salute più precarie di prima e questo potrebbe avere un esito non positivo. Ma per sapere cosa accadrà, bisogna essere indovini, non economisti.

Rischiando di trattarla come un’indovina, le chiedo che forma avrà la ripartenza.
È un gioco nel quale molti si sono lanciati sin dal marzo scorso. Un anno dopo possiamo escludere il rimbalzo immediato, quindi la V. Si può dubitare anche della U, che ha il difetto di avere due braccia perfettamente simmetriche. La vera incognita riguarda la domanda: sarà questa a dare una forma piuttosto che un’altra alla ripresa. Grazie a un massiccio intervento pubblico, potremo evitare una L. Diciamo che, purtroppo, la lettera che rappresenta più da vicino la realtà, al momento, è la K: ci sono divaricazioni profonde tra settori produttivi, ma anche tra tipi di imprese e tra lavoratori.

Anche tra aree economiche, secondo la stampa economica anglosassone. Il piano europeo è poca cosa?
È un’analisi che ha un fondamento, ma le cose sono più complesse. Nessuno avrebbe sospettato che il Patto di stabilità e crescita, che negli anni recenti ha avuto una dimensione quasi sacrale, potesse essere sospeso con un tratto di penna per un tempo abbastanza indefinito. Ciò ha aperto la porta non solo all’utilizzo di fondi europei, ma anche e soprattutto all’intervento pubblico degli Stati nazionali, perché è vero che l’entità del Next Generation EU non è poi così straordinaria e non regge il confronto con i piani già stati messi in atto negli Usa, ma molto dell’intervento pubblico sta avvenendo a prescindere da questo piano, mediante degli scostamenti di bilancio e una forte politica di deficit e di sostegno a imprese, cittadini e lavoratori. Certo, se dovessero essere reintrodotte le regole di prima, i rischi sarebbero enormi.

C’è qualcosa che la preoccupa?
Sì, due. La prima riguarda l’azione politica. L’Italia ha operato abbastanza bene nell’adottare provvedimenti tampone, ma per riprendersi da una crisi di queste proporzioni e dai decenni di bassa crescita o stagnazione che ha vissuto, ci vuole uno sforzo di investimenti pubblici di lungo periodo importantissimo, diretto sui settori capaci di generare crescita. Non sono sicura che ci sia questa capacità progettuale. La seconda è che andiamo incontro a una crisi occupazionale grave. E questo è un problema anche per le imprese che, per rinascere, hanno bisogno di trovarsi di fronte a una domanda stabile o possibilmente in crescita. Per questo è essenziale creare dei lavori stabili che diano dei redditi decenti e, forse, questo vuol dire un piano di assunzioni pubbliche. Perché, dopo anni di lotta ideologica contro la PA, ora ce l’abbiamo sottodimensionata in tutti i servizi essenziali, non solo la sanità.

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