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Una bandiera tricolore e una scritta un po’ altisonante: The extraordinary Italian taste , lo straordinario gusto italiano. È fatto così il nuovo marchio di qualità (presentato il 27 maggio scorso all’Expo di Milano) cui il governo ha affidato una missione impegnativa: rappresentare in tutto il mondo il made in Italy agroalimentare, proteggendolo dalle imitazioni farlocche come il Parmesan, il Parmesao, il Barrollo e tutti gli altri cibi o bevande commercializzati all’estero che hanno ben poco a che fare con il nostro Paese, pur avendo nomi che richiamano alla lontana le delizie della gastronomia di tutta la Penisola. «Da oggi i nostri prodotti saranno più al sicuro», ha detto il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, durante la presentazione di questo nuovo marchio di qualità. C’è da augurarsi che abbia ragione perché oggi, nell’anno in cui si tiene la prima Esposizione universale dedicata all’alimentazione, il settore agricolo è considerato ormai da diversi osservatori un gioiello dell’economia nazionale, che va trattato alla stessa stregua dell’industria meccanica e manifatturiera, della moda e del lusso e di tutto quanto tiene alta la bandiera dell’Italian style nel mondo.

 

PRIMI IN EUROPA
La pensa probabilmente così anche l’economista Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison che nella primavera scorsa, dalle colonne de Il Sole 24 Ore , ha messo in evidenza un dato molto confortante per il nostro Paese. L’agricoltura italiana, ha scritto Fortis citando i dati Istat rielaborati dalla stessa Fondazione Edison, nel 2014 ha registrato un valore aggiunto di ben 31,6 miliardi di euro: il livello più alto in Europa, superiore persino a quello dell’ultra blasonata agricoltura francese.
Lo sa bene pure Francesco Maietta, responsabile per l’area politiche sociali della Fondazione Censis, noto ente di ricerca che ha più volte scandagliato a fondo lo stato di salute dei campi italiani, per conto di diverse associazioni di categoria. «L’agricoltura è la grande e positiva sorpresa degli ultimi anni per l’economia del nostro Paese», dice Maietta, che ricorda tutta una serie di punti di forza che oggi caratterizzano la filiera produttiva di bevande e cibi tipici della gastronomia nazionale. Negli ultimi cinque anni, nonostante la crisi economica, l’export italiano di vini è cresciuto, per esempio, del 24,7%, quello di frutta e ortaggi ha avuto un incremento del 14,3%, mentre le vendite all’estero di paste alimentari sono aumentate nel complesso del 14% circa. Le cose sono andate ancor meglio per l’export di formaggi e di derivati del latte che è salito del 46% circa tra il 2009 e il 2014, trainato anche da alcuni specifici prodotti come il parmigiano (+42,3%). Sulle tavole di tutto il mondo, insomma, il made in Italy va forte e viene considerato senza discussione sinonimo di eccellenza.

IL LEGAME CON LE TRADIZIONI
«Siamo leader nei prodotti lavorati che incarnano la nostra capacità e unicità nel saper fare», dice ancora Maietta, il quale ricorda anche una serie di primati che oggi le imprese agricole e alimentari italiane possono vantare all’estero. Il nostro Paese, secondo le rilevazioni del Censis, è leader in Europa per il numero di aziende con coltivazioni biologiche: in tutta la Penisola ve ne sono in totale ben 45.700 (il 17,8% di tutte quelle presenti nell’intera Ue), contro le 30.500 della Spagna e le quasi 26 mila della Polonia, due Paesi che si piazzano al secondo e terzo posto ma a lunga distanza dall’Italia. Inoltre, dalle Alpi alla Sicilia, si producono ogni anno ben 876 prodotti (273 alimenti e 603 vini) dotati di una certificazione e un’origine controllata secondo le norme dell’Unione Europea. Si tratta della cifra più alta che si registra nel Vecchio Continente e che vede il nostro Paese primeggiare rispetto alla Francia (671 prodotti tradizionali certificati) e alla Spagna (326). Questo risultato, ovviamente, ha una ragion d’essere ben precisa che non è difficile da capire: la ricchezza delle tradizioni enogastronomiche di ogni regione e provincia della Penisola oggi rappresentano per molte comunità locali anche un importantissimo fattore di sviluppo economico. Vini, formaggi, salumi o ricette tipiche: oggi, messi tutti assieme, questi prodotti valgono per il pil nazionale più dei vestiti griffati di molti stilisti o di tante fabbriche dell’industria metalmeccanica tricolore.

RITORNO ALLA TERRA
Con questo scenario di fondo, ben si comprende perché molti italiani guardino oggi al lavoro agricolo con occhi ben diversi rispetto al passato. Se è vero che il numero di occupati nell’agroalimentare si è ridotto di 50 mila unità tra il 2009 e il 2014 (in misura minore rispetto ad altri settori colpiti dalla crisi), nel primo trimestre del 2014 c’è stata invece una netta inversione del trend. Secondo i dati Istat, da gennaio a marzo l’occupazione nelle campagne è cresciuta infatti di ben il 6,2%, con punte del 16% al Nord. «Oggi, di fronte a un figlio o un nipote che avessero intenzione di lavorare nel settore agricolo, una grande maggioranza di italiani dichiara la propria disponibilità a incoraggiarli», dice Maietta, che sottolinea come questo dato sia in assoluta controtendenza rispetto a qualche anno fa. Il lavorare nei campi, infatti, ha ormai un significato ben diverso di quello che aveva nel secondo Dopoguerra, quando era sinonimo di fatica fisica, redditi bassi e poca istruzione. «Oggi l’agricoltura italiana è diventata un mondo assai complesso in cui trovano posto nuove tecnologie, nuovi modelli organizzativi e figure professionali di alto profilo», afferma ancora il responsabile per le politiche sociali del Censis.

L'export traina il settore 

IMPRESE POLIEDRICHE
Alla base di questa mutazione genetica del settore agricolo italiano, c’è soprattutto un cambio di fisionomia delle imprese, che oggi si dedicano con sempre minor frequenza alla sola attività di coltivazione in senso stretto. Sul mercato si è affermato un nuovo modello di azienda con un business molto diversificato. Secondo i dati dell’ultimo censimento dell’agricoltura, oltre il 25% delle imprese si occupa anche di attività agrituristiche, più del 26% mette a disposizione i propri macchinari (trattori, ruspe, mezzi pesanti) per svolgere servizi per conto di terzi, l’11% effettua una prima lavorazione delle proprie coltivazioni, mentre il 10,5% cura la trasformazione dei prodotti vegetali. Una quota del 12,5% si occupa invece della trasformazione di prodotti animali e una fetta non trascurabile di aziende integra il proprio reddito grazie ad attività ricreative (3,1%), con le fattorie didattiche (2,9%) o con la produzione di energia da fonti rinnovabili (4,6%).

Paesi a confronto 

LARGO AI GIOVANI
A guidare questo processo di rinnovamento sono soprattutto i giovani e i giovanissimi. Tra 2009 e 2013, mentre è diminuito del 13,8% il numero degli immatricolati nelle università italiane, c’è stata invece una crescita a due cifre degli iscritti a facoltà legate al mondo dell’agricoltura, come scienze zootecniche (+43,1%), scienze alimentari (+22,9% circa) o tecnologie agrarie e forestali (+18% circa). Inoltre, secondo l’analisi del Censis, dal 2010 in poi circa il 15% delle start up agricole sono state fondate da ragazzi e ragazze con meno di 30 anni, che hanno contribuito a innalzare il livello medio di istruzione degli imprenditori del loro settore. Basti pensare che, mentre gli agricoltori over 40 sono per lo più dotati solo di licenza elementare (38%) e di licenzia media (31%), tra gli under 40 il quadro della situazione cambia radicalmente: il 45,3% è in possesso di almeno un diploma di scuola superiore, mentre l’11,2% ha anche una laurea. Questa nuova generazione di coltivatori e capi-azienda, dunque, sembra avere tutte le carte in regola per guidare il riscatto dell’agroalimentare italiano e trasformarlo in un settore avanzato, capace di primeggiare nel mondo. Certo, la strada ancora da percorrere prima di raggiungere tale traguardo è lunga. Anche nell’agricoltura, infatti, il Sistema Italia soffre di alcuni deficit strutturali che ne zavorrano lo sviluppo, come un’eccessiva frammentazione delle aziende, spesso troppo piccole per investire a sufficienza in tecnologia e innovazione (si veda l’intervista a Mario Guidi, presidente di Confagricoltura). Anche su questo fronte, però, si intravedono segnali incoraggianti «La dimensione delle aziende è cresciuta negli ultimi anni e c’è anche una maggior propensione a mettersi in rete, a condividere i servizi», dice Maietta. Tra 2000 e 2010, per esempio, l’estensione media delle aziende è passata da 5,5 a 7,9 ettari è c’è stato un incremento di ben il 60,9% delle unità produttive medio-grandi, con più di 50 addetti. I segnali di una lunga fase di crescita per il made in Italy agroalimentare ci sono tutti. Speriamo arrivi presto il momento di coglierne i frutti.