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Tempi biblici e burocrazia

Tempi biblici e burocrazia Torna a Infrastrutture chi vuole puntare sull’Italia
Venerdì, 21 Maggio 2021

Gabriele Buia, presidente Ance, spiega le ragioni del ritardo italiano

Gabriele Buia-Ance

Possiamo quantificare il ritardo infrastrutturale italiano?
Il nostro gap rispetto ad altri Paesi europei ha superato gli 80 miliardi di euro e lo abbiamo accumulato negli ultimi 10/15 anni. Più o meno dal 2005, come Ance abbiamo registrato un calo continuo degli investimenti in infrastrutture da parte dello Stato, ma dal 2008 la situazione è peggiorata. Prima di quella recessione, l’investimento nel mondo delle costruzioni ammontava a circa 180 miliardi. L’anno scorso è stato di 113. Una delle cause di questo brusco calo sono i tempi biblici dell’Italia nella realizzazione delle opere: un ostacolo alla crescita del Paese, perché senza infrastrutture non c’è crescita economica e non c’è sviluppo.

Si potrebbe osservare che l’Italia ha anche un tasso del consumo di suolo preoccupante. Possibile che il nostro modello di sviluppo debba essere ancora legato al cemento?
Le infrastrutture non sono sinonimo di cementificazione del territorio. Oggi abbiamo tecnologie che ci consentono di costruire infrastrutture e immobili sostenibili. Per noi, la sostenibilità non è solo un valore ma anche un obiettivo che ci siamo prefissati. Mentre fino a poco tempo fa il ruolo del nostro settore su questo tema non era riconosciuto, oggi anche l’Ue ha sottolineato la centralità della riqualificazione edilizia per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Ecco perché sarebbe necessario approvare tutti quegli interventi legislativi che diano la possibilità di costruire in sostenibilità e realizzare un progetto di rigenerazione delle nostre città. Rigenerazione che in Italia è impedita da norme che risalgono agli anni 70 e che non aiutano a limitare il consumo del suolo. In altri Paesi europei demolire e ricostruire non è più un tabù. La priorità del nostro legislatore è invece mettere in atto norme di ulteriore tutela di tutto il patrimonio che non distinguono tra edifici storici e artistici, che vanno protetti, o palazzi postbellici energivori e a rischio sismico.

Purtroppo, la cronaca ci racconta che vale il binomio grandi opere, grande corruzione.
Nessuno vuole giustificare il malaffare, ma è chiaro che molto spesso è proprio l’eccesso di burocrazia a incentivare certe pratiche, come ha sottolineato anche il presidente Draghi nel suo intervento alla Camera. Non vogliamo scorciatoie né deregulation degli appalti di gara, chiediamo invece delle regole certe, chiare e di semplice applicazione e procedure che premino il migliore nell’ambito di una trasparenza totale. Ma oggi è difficoltoso perfino per la PA applicare le regole del codice. Anche gli avvocati faticano a interpretarle, s’immagini un ingegnere o un architetto.

Torniamo al ritardo infrastrutturale: da cosa dipende?
Direi dai tempi biblici. Ci possono volere fino a 15 anni per un’opera infrastrutturale superiore ai 100 milioni e dai quattro ai cinque per una con un importo inferiore al milione di euro. Il 70% delle volte questo ritardo dipende dalle procedure a monte delle gare. Stiamo parlando dell’iter burocratico legato al trasferimento delle risorse stanziate con legge di bilancio. Quasi tre anni ci sono voluti per l’approvazione del contratto di programma RFI-Anas che ha tenuto bloccati miliardi di euro di investimenti. Poi bisogna attendere tutte le autorizzazioni necessarie, con sovrapposizione di competenze e autorità di diversi ministeri ed enti territoriali di diverso livello. L’ultima versione del Recovery Plan del governo Conte prevedeva 27/28 miliardi di opere infrastrutturali prioritarie e di queste, le prime dieci, per un valore di circa 14 miliardi, sono opere comprese nella legge obiettivo del 2001. Quante volte si è letto o sentito dire che un’opera è partita. Spesso però sono solo annunci.

In Italia mancano i progettisti?
Sì, e non solo loro. Questo è il risultato di anni di blocco del turnover che ha impedito il ricambio generazionale e l’ingresso nella PA di nuove risorse e nuove professionalità. Le grandi stazioni appaltanti come Anas hanno bisogno di tecnici e ingegneri per proseguire i cantieri. Non bisogna credere che l’Italia stia spingendo molto sulle opere solo perché ci sono i bandi: i bandi non vogliono dire aggiudicazione e l’aggiudicazione non vuol dire cantiere.

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