Dal turismo alle sponsorizzazioni: gli assi nella manica del green

Lo dicono tutti: sul green si fanno affari. Certo. Basti solo considerare le quattro-cinque ore necessarie per 18 buche, tempo di classica socializzazione che, unito all’usanza di darsi del tu sul campo, propizia la conoscenza tra compagni di gioco. E se fino a qualche anno fa il discorso finiva qui, oggi l’aspetto relazionale del green non è che l’inizio per parlare di un giro d’affari che conosce cifre da capogiro e ha enormi possibilità di sviluppo. Ma partiamo dai numeri. Il golf è lo sport più praticato al mondo con 70 milioni di giocatori (30 milioni in Usa e sette in Europa), 35 mila campi nel mondo di cui 16 mila in Usa e 6.800 in Europa. Il giro d’affari supera i 70 miliardi di euro l’anno. Lo sportivo più pagato è Tiger Woods con i suoi 80 milioni di euro (annui), mentre sono 25 milioni i turisti/golfisti che viaggiano (sempre nell’anno) per giocare. Oltre 40 miliardi di euro è infine il valore del turismo mondiale legato al golf. Numeri che neanche la crisi economica è riuscita a intaccare e che beneficiano della progressiva apertura di nuove location, in primis in Cina, sempre più competitiva (si pensi alla Coppa del Mondo che si gioca per diversi anni a Mission Hills) e in Brasile dove, a partire dal 2016, il golf tornerà ad essere disciplina olimpica. In evoluzione, oltre a quello geografico, anche il fattore generazionale: tre dei quattro vincitori di Majors (le gare più importanti a livello mondiale) quest’anno non sono americani e tre di loro hanno meno di 30 anni. Segnali forti di un potenziale che si sta velocemente trasformando in opportunità (soprattutto di business) reali.

CLUB COME PMI
Ma il golf è business anche perché per gestire o costruire un club servono risorse e organizzazioni importanti che assumono sempre più le dimensioni di pmi. Dalla ricerca Protiviti, pubblicata sul sito Federgolf, che da alcuni anni inquadra lo status del golf in Italia, il fatturato medio per un club a 18 buche è di 1 milione e 800 mila euro, con 34 addetti, inclusi i servizi esterni. Ma i numeri sono in crescita e 125 nuove strutture sono sorte negli ultimi dieci anni. Il mix dei ricavi vede prevalere il contributo delle quote sociali (tra il 50 e il 60%), ma beneficia del contributo dei giocatori occasionali con i loro ingressi giornalieri, che in media incidono per 15-20% sul conto economico, arrivando a valori nettamente superiori nei circoli delle zone turistiche.

 

GOLF&TURISMO: COPPIA VINCENTE
È proprio il binomio golf-turismo il più promettente in termini di sviluppo del business. Il Bel Paese, per sua stessa natura e vocazione, parte con enormi vantaggi, purtroppo ancora in gran parte da sfruttare, mentre altri hanno saputo sviluppare, grazie a questo sport, aree molto depresse: l’esempio più evidente è l’Andalusia con i suoi 120 campi in un mercato spagnolo che attrae 500 mila golfisti stranieri annui e un fatturato di 3 miliardi di euro. A onor del vero anche da noi negli ultimi anni qualcosa si è mosso. È infatti del 2010 il disegno di legge relativo a «Misure per incentivare il turismo sportivo tramite la diffusione del gioco del golf e la realizzazione di impianti golfistici». L’impressione, tuttavia, è ancora di un mondo visto con circospezione e avversato nei suoi tentativi di ampliamento. Basti pensare che l’iter burocratico per un progetto è di cinque-dieci anni. Sarebbe invece molto efficace puntare a uno sviluppo integrato tra golf e turismo, in cui il golf vada a rafforzare le attrattive del territorio, coniugando la componente sportiva con ricettività, cultura ed enogastronomia. Il green, inoltre, potrebbe operare come forte elemento di destagionalizzazione per incentivare l’utilizzo delle strutture nella bassa stagione. E un Paese come l’Italia favorito da un clima ideale in molte regioni, potrebbe attrarre numerosi golfisti nordeuropei (sono in UK, Germania e Svezia l’80% dei giocatori del vecchio continente) che tra ottobre e aprile potrebbero decidere di venire a conoscere i nostri campi. E badate che il turista-golfista è molto “vantaggioso” in termini di business che genera: è un turista che si trattiene più a lungo (sette giorni verso i tre-quattro del turista medio), spende il doppio (fonte: Protiviti, Federgolf ), dedica solo il 10% della spesa totale al golf e il restante 90% va in tutte le altre voci, a totale vantaggio del territorio che lo ospita. Una bella opportunità per chi saprà muoversi e investire con tempismo e lungimiranza.

 

ATTREZZATURA&SPONSOR
Le ultime due voci che fanno il business del green (non certo per importanza) sono l’attrezzatura e le sponsorizzazioni. L’attrezzatura genera circa il 10% del fatturato totale e, insieme all’abbigliamento, la fa da padrone, grazie al grande interesse che i media dedicano alle gare golfistiche, con conseguente indotto publicitario. Per esempio la Ryder Cup (incontro biennale tra Europa e Usa) raggiunge 180 Paesi nel mondo e 750 milioni di Tv. Inoltre ogni competizione prevede uno sponsor e in Italia sono oltre 12 mila le gare in un anno. Certo, nel nostro Paese la voce golf nelle sponsorizzazioni è tuttora trascurabile (meno dell’1%), ma è l’opposto a livello mondiale: a partire dai Paesi anglosassoni, sono sempre più numerose le aziende che scelgono i testimonial tra i campioni del green. Il golf, infatti, può essere praticato fino a età avanzata e attrae l’interesse di una fascia di persone (una parte consistente dei golfisti è tra i 40 ed i 65 anni) che gode di più tempo libero e disponibilità economiche. D’altro canto, l’approccio sempre più agonistico sta determinando una crescente partecipazione dei giovani (+33% in Italia negli ultimi cinque anni, fonte Fig), con più attenzione (e ricavi) per abbigliamento, attrezzatura ed entertainment digitale. Un mix di valori e caratteristiche di gioco che comincia a piacere a moltissimi brand.