Villaggio di Babaji, Afghanistan. È il 2010. Noor Ali, sette anni, rimane ferito sulla natica e sulla coscia destra durante un’esplosione al mercato locale. Trasportato all’ospedale di Lashkar-gah – dove oltre un terzo dei pazienti ha meno di 14 anni – è curato e guarisce. Mirbandau, a Sud del Paese, 2012.

La casa di Haji Abdul Jan, un contadino di 45 anni, è colpita da un razzo sparato dai militari della coalizione internazionale in risposta all’attacco di un gruppo di talebani. Non ce la fa la figlia dell’uomo, cinque anni, ma insieme a lui si salvano sotto i ferri la moglie, il figlio più piccolo e due nipoti.

Centro Salam di Khartum, Sudan, pochi mesi fa. Abdul Aziz, tre anni, ha un difetto della valvola mitrale provocato da febbri reumatiche, un problema molto diffuso nelle zone più povere del continente africano; è sottoposto a intervento e oggi sta bene. Sorte analoga per il sedicenne Josef, arrivato presso la struttura sudanese in condizioni critiche dal Ciad, dopo un rischioso “viaggio della speranza”. Noor Ali, Abdul Aziz, Josef.

Ci sono anche loro tra i sei milioni di persone, sparsi in sedici Paesi del mondo, che negli ultimi venti anni hanno potuto ricevere assistenza medica gratuita e di elevato livello qualitativo, seppur in mezzo a scenari di distruzione e di profonda sofferenza. E questo grazie all’aiuto di équipe altamente specializzate, diventate riconoscibili e famose ovunque per la E rossa che campeggia sulle loro magliette e sui loro ambulatori mobili, che corrono soprattutto in zone colpite da conflitti armati e afflitte da condizioni di povertà assoluta.

Operatori socio-sanitari di prim’ordine, guidati ancora oggi da colui che è stato fin dall’inizio il braccio, la mente e l’anima del grande progetto umanitario: il chirurgo di guerra Gino Strada, milanese, classe 1948. Emergency, fondata il 15 maggio 1994, nasce su iniziativa sua e di una decina di medici che hanno già lavorato in precedenza in contesti bellici nell’ambito della Croce Rossa Internazionale.

E che decidono di intraprendere un nuovo percorso nel momento in cui l’organizzazione, per mancanza di fondi, è costretta a ridurre le cliniche in aree militarizzate. Ricorda Strada: «Il 18 luglio 1994 siamo partiti per Kigali (in Ruanda, dove era in corso un genocidio, ndr) con la nostra esperienza, il sostegno degli amici che avevano voluto credere in questa impresa e 12 milioni di lire. Abbiamo cambiato le nostre vite, per sempre». E non solo le loro.

Nella capitale ruandese, i volontari entrano nell’ospedale abbandonato tra polvere, calcinacci, punte di lancia e machete sparsi ovunque, riaprono il reparto di ostetricia, dove 2.500 donne potranno far nascere i loro bambini, e quello di chirurgia d’urgenza, in cui saranno curati 600 feriti di guerra.

Col passare dei mesi si fa strada una consapevolezza: «Oltre il 90% dei feriti non sono soldati, bensì vittime civili. Uno su tre è un bambino», spiega il fondatore di Emergency.

È da questa denuncia che parte la prima campagna dell’associazione contro le mine anti-uomo. Dibattiti mediatici e incontri nelle scuole mobilitano l’opinione pubblica.

Nell’estate 1996, più di un milione di cartoline che riportano un estratto del registro dell’ospedale di Sulaimaniya, nel Kurdistan iracheno, arrivano al Quirinale in segno di protesta, per chiedere un impegno concreto delle istituzioni.

Nel dicembre dello stesso anno viene sottoscritto anche un appello internazionale; tra coloro che aderiscono figurano anche premi Nobel come Rita Levi Montalcini ed Elie Wiesel.

Il 3 dicembre del 1997 l’Italia firma a Ottawa la Convenzione sulla messa al bando delle mine antiuomo, che vieta l’uso di queste armi, obbliga allo smantellamento degli arsenali e – novità rispetto alla normativa nazionale – prevede azioni di sminamento e assistenza alle vittime.

"

MINE L’ITALIA FIRMA LA CONVENZIONE PER

LA LORO MESSA AL BANDO NEL 1997, ANCHE IN

SEGUITO A UNA CAMPAGNA DELL’ASSOCIAZIONE

"

Da allora a oggi, sono molte le battaglie civili e umanitarie di cui Emergency si fa portavoce per affermare il diritto alla salute dell’individuo, ovunque si trovi e in qualsiasi condizione sociale ed economica viva, e per promuovere valori di pace e solidarietà tra i popoli, con fiaccolate notturne e simbolici stracci bianchi e bandiere arcobaleno alle finestre delle abitazioni.

 

Intanto l’associazione cresce – è riconosciuta come Onlus nel 1998 e Ong nel 1999, dal 2006 è partner delle Nazioni Unite-Dipartimento della Pubblica Informazione – conta nuovi iscritti e può organizzare altre impegnative missioni. In Afghanistan, nei Paesi Centro-africani, in Iraq e in Cambogia sono ristrutturati o aperti ex novo centri specializzati per la cura e la riabilitazione di vittime di guerra, vengono inaugurati posti di primo soccorso, centri di ginecologia e pediatria, così come laboratori scientifici e banche del sangue.

La maggior parte dei fondi annui, circa 30 milioni di euro, sono investiti in tali programmi specifici.«Non dobbiamo portare medicine da Terzo Mondo nel Terzo Mondo. Occorre garantire a tutti l’eccellenza», è stata, da subito, l’indicazione programmatica di Teresa Sarti, moglie di Gino Strada e presidente dell’associazione fino alla sua morte, nell’autunno 2009, dopo una lunga malattia (in seguito alla sua scomparsa, la carica è ricoperta dalla figlia Cecilia, ndr).

Anche a tal fine, il personale specializzato dell’organizzazione non si limita a operare e guarire malati e feriti ma, in parallelo, si dedica alla formazione degli operatori del posto secondo criteri e standard di elevato livello professionale.

Dal 2006, inoltre, Emergency cerca di far fronte anche al numero crescente di richieste di assistenza gratuita nel nostro Paese, con poliambulatori attivi a Palermo, Marghera (Venezia) e Polistena (Reggio Calabria).

«Le mie scelte sono state dettate, innanzitutto, da un profondo amore per la medicina », ha ripetuto spesso, in questi 20 anni, Gino Strada.

Obiettivo: affidare alle autorità sanitarie locali la gestione delle strutture una volta terminato l’intervento umanitario più urgente.

"

PROGRAMMA NON PORTARE

NEL TERZO MONDO MEDICINE DA TERZO

MONDO, MA GARANTIRE A TUTTI L’ECCELLENZA

"

Ostacoli burocratici, situazioni di estremo pericolo, piogge di bombardamenti e mediazioni tutt’altro che semplici con le autorità locali non sono riusciti a limitare l’impegno o a spegnere l’entusiasmo del chirurgo milanese. Il quale ha spesso affermato pubblicamente: «Non so cosa sia il coraggio». Aggiungendo: «È un termine che fa venire in mente imprese titaniche, invece, forse, si potrebbe pensare che equivalga alla non indifferenza, al mancato disinteresse. Chi ci ha aiutato in questi anni l’ha fatto perché aveva fiducia nei nostri valori e nelle nostre iniziative, ma soprattutto perché ha deciso di non voltarsi di fronte alla sofferenza umana. E noi abbiamo il privilegio di essere immediatamente utili».