Una scuola di sartoria per detenuti in un carcere minorile. Insegnare a usare ago e filo a un gruppo di ragazzi finiti dietro le sbarre per i reati più svariati, dalla rapina all’omicidio. Detta così, sembra un’idea da visionari. C’è infatti la barriera del “machismo” da abbattere, particolarmente alta quando si parla di adolescenti con problemi di giustizia che, al solo sentire una tale proposta, storcono il naso bollandola come “roba da sartine”. D’altronde, corsi di quel tipo vengono generalmente riservati alle ragazze. Va però spiegato loro che quell’attività li può aiutare in futuro ad avere una possibilità in più, magari per evitare di commettere gli stessi errori che li hanno privati della libertà. E poi chissà, può essere un’occasione propizia per appassionarli a qualcosa nella vita, la vera esigenza che hanno; e questo sarebbe davvero un grande successo.

Apprendere una professione 

Regole, cura e soprattutto tanta fiducia. Sono queste le principali esigenze dei giovani del carcere di Nisida. Le mette in fila Gianluca Guida, da 18 anni direttore di questa struttura che ospita attualmente una cinquantina di detenuti tra i 15 e i 24 anni. «Nei nostri progetti educativi», spiega, «cerchiamo da anni di inserire attività che possano permettere ai ragazzi di acquisire competenze e professionalità nel settore dell’artigianato». Da qui le esperienze già ben avviate del laboratorio di ceramica, la cui gestione è affidata all’associazione Il meglio di te onlu, quello di pasticceria finanziato dalla Fondazione Vodafone e infine quello di restauro edile sostenuto da Acen (Associazione costruttori edili), Inail e con la supervisione della Facoltà di Architettura Vanvitelli della Seconda Università di Napoli. «Nei primi due casi si parla di piccole start up di impresa con una ricaduta economica per i ragazzi» aggiunge Guida.

A Nisida, il carcere minorile sull’isoletta davanti a Napoli, il primo tentativo in questo senso è andato a buon fine. A febbraio e marzo scorsi per tre giorni alla settimana il maestro Pino Peluso ha varcato alle 7.50 la soglia di ingresso per mettere piede dentro a una realtà mai vista prima e lasciarsela alle spalle a sera, solo dopo aver spiegato per otto ore a quei ragazzi come si fa un gilet. Quarantadue anni, sarto da quattro generazioni («ho iniziato a lavorare in bottega da mio padre quando avevo 12 anni» racconta), titolare di una rinomata sartoria in piazza Amedeo, zona Chiaia, cuore storico di Napoli, Peluso è abituato a tenere corsi per ben altri studenti, dato che esamina i diplomandi alla Camera europea dell’Alta sartoria, di cui è vicepresidente.

«Per me è stata la prima esperienza in carcere », premette. Davanti si è trovato una quindicina di ragazzi tra i 15 e i 24 anni che appena l’hanno visto si sono detti: «E questo che vuole?». «Volevo sì insegnargli qualcosa del mio mestiere, ma soprattutto aiutare qualcuno che ha avuto meno possibilità di me, a prescindere da quello che ha fatto». Per fare questo, insieme alle prime tecniche di sartoria, tra un bottone cucito e una piega, ha cercato di lanciare un messaggio: «Parto sempre dall’idea che sarà la bellezza a salvare il mondo, e la bellezza passa innanzitutto da ciò che di buono e bello ognuno di noi può dare agli altri. Io so fare il sarto e allora insegno questo ai ragazzi». L’avventura più difficile consisteva nel lasciare qualcosa di concreto in mano ai giovani, così da rendere evidente l’utilità di aver passato quelle ore ad ascoltare un sarto. È nata quindi l’idea di accompagnarli nella creazione di un gilet.

«Hanno imparato a metterne a misura uno», racconta soddisfatto Peluso, «e così hanno capito che se pensano, progettano e programmano, le cose si possono anche realizzare. Il capo, infatti, lo hanno prima pensato e disegnato su un foglio di carta, poi da lì attraverso le proporzioni matematiche in scala siamo arrivati al modello che, tagliato e messo a misura, hanno pure potuto indossare». Quel gilet è diventato emblema di ben altri valori: «Hanno capito che possono fare anche cose belle, non solo commettere crimini, che basta metterci della volontà e farsi aiutare. Per questo dico che con un semplice corso gli abbiamo pure lasciato una speranza». I problemi non sono certo mancati. «Non potevo perderli di vista un attimo, dovevo sempre trovare un modo per attirare la loro attenzione, perché questi ragazzi non conoscono l’attesa». Insomma, vogliono tutto e subito, con le buone o con le cattive poco importa. «Per questo concentrarsi per due mesi su un gilet, con riflessione, dedizione e pazienza, li ha educati a una responsabilità sul lavoro». A fare breccia nel cuore di Peluso è stato però un altro fatto: «La richiesta di aiuto che in qualche modo, magari non sempre in maniera esplicita, questi giovani rivolgono a chi viene da fuori per incontrarli».

 

Guardandoli negli occhi, il sarto partenopeo ha capito che «nessuno di noi nasce criminale, lo si diventa per via del contesto in cui si cresce, della famiglia, delle conoscenze e di tanti altri fattori». Tuttavia, «stando con loro in carcere capisci che sono persone che hanno sì commesso un errore e per questo devono pagare, ma chiedono aiuto, che qualcuno insegni loro e li educhi a fare altro rispetto ai reati commessi. Non vogliono venire identificati con i loro sbagli».

Secondo Peluso, corsi come quello da lui tenuto, e finanziato dalla Regione Campania in collaborazione con l’Iscom, andrebbero moltiplicati. «Sono iniziative fondamentali», aggiunge, «i giovani detenuti vengono educati a rispettare i ritmi e gli orari della giornata di lavoro, ad acquisire competenze e professionalità, a mantenersi attivi». In questo senso, il carcere di Nisida rappresenta un modello di eccellenza, date le numerose iniziative legate alla formazione professionale nel settore dell’artigianato che vengono svolte all’interno. «Mi piacerebbe davvero ripetere questa esperienza, spero sia possibile farlo», conclude Peluso.