Nicolò Bongiorno © Ilenia Piccioni - Molo 7 Agency

La Fondazione di cui Nicolò Bongiorno (nella foto) è presidente porta avanti i valori che animavano Mike attraverso le Case dell’Allegria e le Scuole Allegria, impegnandosi a favorire l’alfabetizzazione tecnologica e l’inserimento lavorativo degli under 35

Rispetto e dedizione per la famiglia, i giovani, gli anziani e i bisognosi. Erano questi i valori fondamentali che animavano lo spirito di Mike Bongiorno accanto al suo grande amore per la televisione nazionalpopolare. L’anno successivo alla sua scomparsa – avvenuta l’8 settembre 2009 – la moglie Daniela Zuccoli e i figli hanno creato una fondazione a lui dedicata, volta a supportare, oltre alla sua memoria e alla storia della televisione italiana, anche numerosi progetti a sfondo benefico. Socio fondatore e presidente della onlus è il secondogenito del conduttore, Nicolò Bongiorno, classe 1976, regista, sceneggiatore e autore. Che, come racconta a Business People , intende impegnarsi sempre di più per favorire l’alfabetizzazione tecnologica e l’inserimento lavorativo degli under 35.

Qual è la vision che caratterizza la Fondazione?
Intendiamo promuovere una sorta di nuovo umanesimo nel segno del rinnovamento culturale. Mio padre amava l’intraprendenza, il piglio da imprenditore, la voglia di fare non fine a se stessa, ma capace di atti concreti. Io poi, con la mia formazione e le mie attività, ho interessi orientati a un sapere di tipo creativo, poco tradizionale, ma non per questo meno rigoroso sul piano scientifico. E, a fronte dei cambiamenti della nostra società, ritengo sia fondamentale che esso s’integri in modo armonioso con l’uso delle nuove tecnologie in un mondo globalizzato.

Aspetti che si ritrovano, per esempio, nel FabLab Milano. Di che si tratta, nello specifico?
FabLab è la sigla di Fabrication laboratories, laboratori in scala ridotta in cui è possibile costruire qualsiasi oggetto sfruttando un mix di tecnologie all’avanguardia (come laser cutter, plotter, schede elettroniche, micro-processori e stampanti 3D) e strumenti analogici (seghe, frese, trapani...). Il primo centro di “manifattura digitale” di questo tipo è stato inaugurato nel 2011 a Boston e, a oggi, se ne contano 261 a livello mondiale. Anche nel capoluogo lombardo, in zona Bovisa, a fine 2013, ha aperto i battenti una di queste officine.

Cosa accade al loro interno?

Una squadra di tecnici e creativi guida il pubblico – dai giovani agli anziani, dagli studenti alle imprese fino ai professionisti – nella trasformazione di dati digitali in oggetti reali, solidi e tridimensionali, tramite corsi e workshop gratuiti o a pagamento. Mi piace pensare a questi centri come a delle botteghe rinascimentali del nostro tempo.

Ci sono altre iniziative che avete lanciato, in particolare, a favore dei giovani?

Certamente. Si tratta di una fascia della società che stava a cuore a Mike, sempre molto proiettato al futuro e all’innovazione. Fa riflettere il fatto che in Italia, attualmente, ci siano oltre due milioni di individui tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano (i cosiddetti “neet”, not in education, employment or training, ndr ). Un dato allarmante, aggravato dalla crisi economica, che confina i ragazzi ai margini del mercato occupazionale. Proprio a questi abbiamo pensato creando le Case dell’Allegria, spazi aggregativi che hanno lo scopo di avvicinarli al mondo dell’arte, dell’artigianato digitale e dei new media, perché possano apprendere competenze attraverso un metodo esperienziale, basato su sperimentazioni pratiche, e perché abbiano un domani i mezzi, non solo teorici, per sviluppare idee imprenditoriali.

Quando è partito il network e come si sta sviluppando?
Il progetto è nato nel 2012 a Borgomanero (No), in collaborazione con la cooperativa sociale Vedogiovane; a questa struttura, negli anni, si sono aggiunte le Case Allegria di Arona, creata insieme al circolo Arci Meltin Pop; quella presso l’Ospedale Macedonio Melloni e nel carcere di San Vittore, entrambi a Milano, e una al FabLab di Fontaneto d’Agogna (No). All’interno di tali contesti, uno strumento es-senziale sono le Scuole Allegria, luoghi di formazione dove poter apprendere professioni rivolte al sociale che comportino l’utilizzo della creatività, come l’arteterapia e la clown-terapia, per portare il sorriso anche in situazioni di disagio. Di recente, infine, abbiamo aderito al “Progetto Abitare in Valle Elvo”, in provincia di Biella, in cui enti locali ed esperti s’impegnano a offrire agevolazioni e convenzioni a chi ha meno di 36 anni e cerca casa.

Vi occupate anche di iniziative in campo massmediatico?

È inevitabile, la cosiddetta “media education” è molto importante: proponiamo corsi e workshop per insegnare a studenti e giovani professio-nisti a produrre clip, video, pubblicità, siti web, sempre con il nostro metodo dell’“imparare lavorando”, di cui mio padre era uno strenuo sostenitore. Il debutto è avvenuto con Buon lavoro! , trasmissione realizzata nel 2011 da Bongiorno Productions in collaborazione con Sky Italia: otto puntate tematiche in cui ragazzi dai 18 ai 35 anni hanno avuto l’occasione di apprendere un mestiere – spaziando dalla moda alla cucina, dallo sport al mondo degli animali – attraverso una vera e propria esperienza di produzione. Al termine una giovane video-maker si è aggiudicata un contratto per un anno con Sky.

Le piacerebbe replicare la rubrica?
Lo auspico. Non so ancora se sarà de-clinato in una nuova produzione, ma attualmente, sull’onda dei fabrication laboratories, sto pensando a un format dedicato al vivace tessuto delle start up, un altro ambito che vede protagonisti molti giovani del nostro Paese dotati di talento, creatività e spirito d’iniziativa. Tre punti di forza che mio padre ha sempre perseguito nel suo percorso professionale e umano e ha voluto trasmettere anche alla sua famiglia.