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Un magazzino in Kenya dove gli agricoltori portano le proprie sementi da ridistribuire in tempi di carestia

Per il no profit italiano le speranze si sono riaccese il 31 marzo scorso. In quella data il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha comunicato l’approvazione da parte del governo di un’importante riforma, che però deve passare ancora sotto le forche caudine del Parlamento. Si tratta di un disegno di legge atteso da anni e giunto in porto dopo un lungo confronto tra l’esecutivo di centrodestra e il mondo degli enti e delle associazioni senza fine di lucro (Onlus), che oggi rappresentano una parte importante dell’economia nazionale, giacché danno lavoro a oltre 750 mila persone (più altri 3,3 milioni di volontari non retribuiti) e contribuiscono ogni anno al Pil del nostro paese per una quota di circa il 5%.
Maggiore autonomia statutaria per gli enti, più intenso coinvolgimento degli associati nei processi decisionali, oltre alla semplificazione nei meccanismi di riconoscimento della personalità giuridica delle onlus: questi i capisaldi della riforma messa in cantiere da Alfano, che si pone anche due obiettivi molto importanti. Il primo è un rafforzamento della trasparenza nelle attività delle organizzazioni senza fine di lucro, soprattutto di quelle che si avvalgono di fondi pubblici. Il secondo è dare un nuovo impulso allo sviluppo del no profit in Italia (in particolare sotto il profilo della sostenibilità economica), consentendo alle associazioni di svolgere anche un’attività d’impresa, seppur in via strumentale e secondaria rispetto ai loro scopi originari. La speranza è che questo insieme di provvedimenti rappresenti l’inizio di una nuova era per il terzo settore made in Italy che, purtroppo, fatica ancora a trovare la linfa necessaria a crescere e svilupparsi. Una prova tangibile di queste difficoltà arriva dai dati nazionali sul fund raising, cioè la raccolta dei fondi da parte delle organizzazioni senza fini di lucro. Nel nostro paese, infatti, l’ammontare annuo delle donazioni al terzo settore è pari ad appena lo 0,11% del Pil, contro lo 0,32% della Francia, lo 0,84% della Gran Bretagna e addirittura l’1,85% degli Stati Uniti. Il no profit italiano, se messo a confronto con quello di altre nazioni industrializzate, riesce dunque a raccogliere «davvero pochi spiccioli». Secondo Valerio Melandri, docente di Economia aziendale all’Università di Bologna (facoltà distaccata di Forlì) e socio fondatore dell’Assif (Associazione Italiana Fundraiser), alla base di questi ostacoli ci sono innanzitutto ragioni di ordine culturale. «Nel nostro Paese, il terzo settore è vittima di non pochi pregiudizi che ne ostacolano lo sviluppo», dice Melandri. Secondo il fondatore dell’Assif, infatti, per le aziende del no profit viene quasi sempre utilizzato un metro di giudizio penalizzante rispetto a quello che vale per qualsiasi impresa che opera con lo scopo di generare profitti. L’opinione pubblica italiana, infatti, non presta quasi mai attenzione ai risultati che enti e organizzazioni senza fini di lucro sono in grado di raggiungere nel tempo e ai benefici che portano alla collettività. Tutta l’attenzione si concentra sul lato dei costi, cioè su quanti soldi spendono, soprattutto nelle campagne promozionali e di marketing, o su quanto guadagnano i loro dirigenti. «C’è una sorta di moralismo puritano», aggiunge Melandri, «secondo il quale, per gli operatori del no profit, la capacità di movimentare una quantità ingente di soldi è di per sé un peccato, indipendentemente da come queste risorse vengono impiegate». Così, nel nostro Paese si è creato un circolo vizioso, che ha finito per tarpare le ali al terzo settore: i finanziamenti alle onlus arrivano con il contagocce, mentre i professionisti del no profit percepiscono compensi sensibilmente inferiori a quelli di chi lavora in qualsiasi azienda privata. A parità di compiti eseguiti o di responsabilità assunte, per esempio, un dirigente di un’associazione senza fini di lucro riceve di solito una retribuzione più bassa di almeno tre o quattro volte a quella di un manager di un’impresa industriale o di un’istituzione finanziaria. Il risultato di questa disparità di trattamento, a detta di Melandri, è facilmente intuibile: i migliori talenti del nostro Paese spesso si tengono lontani dal mondo del no profit, perché non si sentono adeguatamente valorizzati. E così, nel terzo settore rimangono soltanto i professionisti dal curriculum poco competitivo o le persone che hanno alle spalle una forte spinta etica, tale da convincerle persino a rinunciare a un percorso di carriera più gratificante dal punto di vista economico. «Tuttavia, quando si parla di no profit, è bene non fare troppo facili generalizzazioni», ammonisce Monica Poletto, presidente di Cdo Opere Sociali, l’associazione della Compagnia delle Opere dedicata al terzo settore, di cui oggi fanno parte circa 1.400 enti.
In Italia, secondo Poletto, il mondo delle organizzazioni senza fini di lucro rappresenta un enorme serbatoio di ricchezza che include al proprio interno una molteplicità di situazioni diverse tra loro. Il termine no profit, infatti, può identificare una piccola organizzazione di volontariato che fa il doposcuola ai bambini del quartiere, o una fondazione che gestisce strutture socio-sanitarie con centinaia di dipendenti. «Si tratta di differenti realtà, piccole e grandi», aggiunge Poletto, «che operano nei settori più svariati, sotto diverse forme giuridiche e attuano collaborazioni più o meno stabili con gli enti pubblici». Ed è proprio il rapporto di dipendenza finanziaria dalle amministrazioni dello Stato che rappresenta un po’ una nota dolente per il terzo settore made in Italy. Le realtà che lavorano a stretto contatto con gli enti pubblici, sottolinea infatti la presidente di Cdo Opere Sociali, si trovano spesso in difficoltà per i ritardi nei pagamenti che ricevono, mentre la struttura dei costi di queste onlus è rappresentata in gran parte da voci difficilmente procrastinabili, come le retribuzioni del personale. Senza dimenticare, poi, che spesso le amministrazioni pubbliche concepiscono il loro rapporto con le organizzazioni senza fini di lucro come un modo per esternalizzare certi servizi, risparmiando sui costi, e non come un’attuazione del principio di sussidiarietà, che si basa sul sostegno da parte dello Stato ai cosiddetti “corpi intermedi” capaci di sostituire la mano pubblica in attività finalizzate ad accrescere il benessere collettivo.
Per risolvere molti problemi che oggi attanagliano il no profit italiano, secondo Poletto bisogna proprio dare maggiore spazio ai corpi intermedi, scommettendo sulla loro capacità di realizzazione del bene comune, «ci vuole più libertà», dice l’esponente della Cdo, «stabilendo poche regole chiare, al posto delle numerose norme attualmente in vigore» che spesso si sovrappongono, non sono di univoca interpretazione e portano alla produzione di troppa carta, senza mai attuare un controllo vero sull’efficacia dell’azione intrapresa dai soggetti che operano nel settore.
Dello stesso avviso anche Melandri, che sottolinea come nel nostro Paese manchi anche un efficiente sistema di valutazione delle performance raggiunte dalle organizzazioni senza fine di lucro. Un metodo efficace di misurazione dei risultati, secondo il professore, consentirebbe infatti di individuare sul mercato i soggetti veramente in grado di portare benessere alla collettività. Purtroppo, nel nostro paese mancano dei soggetti capaci di raggiungere realmente questo scopo. Gran parte delle attività di vigilanza e di controllo vengono infatti demandate a un ente di emanazione governativa, l’Agenzia del Terzo Settore che, secondo Melandri non ha una struttura adeguata, ha un organico troppo ridotto e si concentra per lo più sul controllo formale delle attività delle organizzazioni non lucrative, «pur essendo presieduta», aggiunge Melandri, «da una personalità di alto profilo, che io stimo molto». Si tratta di Stefano Zamagni, docente professore ordinario di Economia politica all’Università di Bologna che dirige l’agenzia per il terzo settore ormai da quattro anni. Lo stesso Zamagni, in una delle sue ultime relazioni, ha messo in evidenza come il mondo del no profit italiano sia oggi un universo variegato e complesso, in cui opera una molteplicità di soggetti, divisi sostanzialmente in tre categorie. La prima è rappresentata da associazioni ed enti che sono diretta espressione della società civile, cioè di gruppi di persone che si auto-organizzano per raggiungere assieme un obiettivo comune, di interesse collettivo. La seconda è rappresentata dalle organizzazione no profit che sono emanazione e supporto della sfera pubblica (ad esempio il sindacato che crea cooperative sociali). Infine, c’è un terzo modello di no profit che si è affermato più di recente: la corporate philantropy, cioè attività di beneficenza e solidarietà sociale messe in atto da imprese private che “restituiscono” alla collettività una parte del profitto conseguito, perché quest’ultimo è stato ottenuto anche grazie a ciò che il contesto sociale è stato in grado di offrire all’impresa. Tutti è questi tre modelli di no profit, secondo Zamagni, possono coesistere e integrarsi, secondo un principio pluralità che può dare nuova linfa al terzo settore.

IL TERZO SETTORE IN CIFRE
I numeri del Terzo settore presentati nel rapporto del Forum nazionale 2010. La maggior parte delle associazioni si trova in Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. I principali settori di attività: assistenza sociale e tutela dei diritti.
94 mila tra cooperative sociali, associazioni, fondazioni e onlus I maggiori destinatari:
350 mila dipendenti 51,9% i minori
48,1% gli anziani
42,3% gli immigrati
1,6 milioni volontari
€ 8 miliardi giro d’affari