The Seven Heavenly Palaces-Anselm Kiefer

La fondazione Pirelli Hangar Bicocca promuove l’arte contemporanea in rapporto col territorio milanese. Nella foto, l’installazione The Seven Heavenly Palaces di Anselm Kiefer (© Getty Images)

A Torino, nel cuore del quartiere di Borgo Po, i cantieri si sono aperti nel settembre scorso e si chiuderanno probabilmente nel 2017. Sono quelli che servono per costruire il nuovo Centro Paideia, un polo d’eccellenza dedicato alla riabilitazione infantile che si estenderà su una superficie di ben 3 mila metri quadri. A realizzarlo non sarà né il Comune, né la Regione e neppure l’Asl, bensì una fondazione privata forse poco nota al grande pubblico, ma assai conosciuta da molte famiglie che, nel capoluogo piemontese, hanno dei bambini con problemi di disabilità. Si tratta della Fondazione Paideia, nata più di venti anni or sono per iniziativa di due famiglie benestanti torinesi: gli Argentero e i Giubergia, fondatori del gruppoErsel, società finanziaria indipendente che ha 200 addetti e gestisce per conto dei propri clienti un patrimonio complessivo di circa 13 miliardi di euro.

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ACCANTO AGLI ENTI NATI IN SENO

A GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI

NEGLI ULTIMI 10-15 ANNI,

CI SONO ORGANISMI NON PROFIT

SPECIALIZZATI NELL’ARTE

E NELLA CULTURA

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SOLIDARIETÀ E INNOVAZIONE
A parte queste realtà “storiche”, però, il vero fenomeno dell’ultimo decennio è la crescita degli organismi a carattere sociale, che si adoperano per le comunità circostanti. È il caso, per esempio, della Fondazione De Agostini, nata nel 2007 in seno al noto gruppo editoriale di Novara, controllato dalle famiglie Drago e Boroli. «Siamo fortemente radicati nel territorio novarese, dove il nostro gruppo è presente dal 1908», dice il segretario generale Chiara Boroli. L’attività principale svolta dalla Fondazione De Agostini è rappresentata dai progetti a carattere sociale, con particolare attenzione al mondo dell’infanzia svantaggiata, ai disabili, ai problemi del disagio minorile e alla formazione universitaria e post-universitaria. Diverse sono invece le caratteristiche della Fondazione Telecom Italia, altro organismo non profit nato da una grande azienda nazionale. «Il nostro cuore», dice il direttore generale Marcella Logli, «è lo spirito d’innovazione, grazie al quale ci impegniamo a lavorare per un’Italia sempre più digitale, avanzata e competitiva e per migliorare le condizioni di vita delle persone». La creazione di un’app per sostenere un ente benefico come il Banco Alimentare, di un’altra app che serve per donare farmaci con il telefonino, oppure l’ideazione di un progetto per combattere la dislessia con le tecnologie digitali: sono queste alcune delle iniziative portate avanti di recente dalla Fondazione Telecom Italia che hanno come denominatori comuni la cultura dell’innovazione e l’utilizzo intensivo della tecnologia.

L’ALTRO STATO SOCIALE
Non c’è solo la beneficenza, dunque, nelle attività di queste fondazioni aziendali. La filantropia d’impresa, infatti, è qualcosa di più o di diverso rispetto alla semplice realizzazione di opere di bene a favore dei poveri o dei disagiati. Si tratta piuttosto di un impegno organico a favore della società, che può concretizzarsi su diversi fronti (dall’assistenza sanitaria alla cultura) e che avviene secondo regole precise, fissate in uno statuto. Vista questa struttura così ben organizzata, oggi c’è chi ipotizza che la filantropia d’impresa possa avere addirittura un ruolo di supplenza rispetto al welfare pubblico, colmando la mancanza di risorse statali a favore dell’assistenza, dell’istruzione o dell’arte. Non la pensa così però Fabrizio Serra, direttore della Fondazione Paideia che dice: «Credere che una fondazione d’azienda o famigliare possa autonomamente colmare le carenze del settore pubblico è sbagliato e sicuramente non possibile: si tratta di due realtà molto differenti tra loro, che devono poter operare in collaborazione, con un approccio sussidiario, condividendo le reciproche diverse culture organizzative e gestionali». D’accordo con lui sono Boroli e Logli che, piuttosto, intravedono la possibilità che le fondazioni d’impresa mettano a disposizione della collettività il proprio know how e la propria capacità di essere efficienti e «di fare bene il bene», dice il direttore della Fondazione Telecom Italia, Marcella Logli. Questo know how, secondo Serra, «si manifesta anche nel patrimonio di conoscenze e di relazioni con il proprio territorio di riferimento, che certe realtà del non profit sono state capaci di costruire nel tempo». Tali relazioni possono rappresentare appunto un’importante risorsa anche per chi eroga servizi pubblici: un patrimonio da prendere a riferimento per mettere in atto determinati programmi in campo sociale.

Numeri-filantropia-impresa-Italia

UNA GOCCIA NEL MARE
In effetti, se si guarda alla quantità di soldi movimentata ogni anno dalle fondazioni d’impresa per finanziare i propri progetti, si percepisce chiaramente la sproporzione rispetto ai fabbisogni della spesa sociale italiana che ammonta a diverse centinaia di miliardi di euro all’anno. Persino le organizzazioni non profit create dalle aziende più grandi spendono al massimo qualche milione di euro in dodici mesi o qualche decina di milioni nell’arco di un quinquennio o di un decennio. Le risorse a disposizione, dunque, non sono poi tantissime come potrebbe sembrare a prima vista. Tuttavia, va ricordato che il mondo degli enti e delle organizzazioni non profit è molto variegato e complesso, difficile da fotografare con dati puntuali. Le cifre più attendibili sono quelle pubblicate nel 2013 dall’Istat, che attestano la presenza in Italia di oltre 4 mila enti di erogazione, cioè organismi di diritto privato che hanno come attività principale la concessione di sussidi a persone fisiche o ad altre realtà del non profit.

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NON C’È SOLO LA BENEFICENZA,

IL LAVORO DELLE FONDAZIONI

È UN IMPEGNO ORGANICO

E STRUTTURATO NEI CONFRONTI

DELLA SOCIETÀ

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Tra gli enti di erogazione, però, la maggior parte è rappresentata da semplici associazioni senza fini di lucro, mentre solo il 13% è costituito da fondazioni, per un totale di 570 soggetti diversi. Le realtà più importanti sono quelle riunite nell’associazione di categoria Assifero (leggi l’intervista al segretario Carola Carazzone ), che gestiscono complessivamente un patrimonio di oltre 1,2 miliardi di euro e ogni anno finanziano progetti per oltre 350 milioni di euro (dati 2014). A tali cifre, vanno poi aggiunti gli oltre 900 milioni di euro impiegati invece annualmente dalle 88 fondazioni di origine bancaria che, pur essendo enti non profit con scopi di utilità sociale, rappresentano un po’ un mondo a parte. Si tratta, infatti, di organismi nati negli anni ‘90 del secolo scorso con la privatizzazione delle banche nazionali e che hanno ancora partecipazioni in diversi istituti di credito. Le fondazioni bancarie, dunque, non possono essere classificate come espressione della nuova filantropia d’impresa, anche se sono indubbiamente un serbatoio importante per il non profit. Tirando le somme, cioè mettendo assieme le erogazioni delle fondazioni bancarie con quelle dei principali associati ad Assifero, si arriva a un flusso finanziario annuo di oltre 1,2 miliardi di euro. Non è poco, insomma, ma neppure un tesoretto tale da poter cambiare i connotati al welfare italiano.