economia circolare

La scelta di riciclare, riutilizzare, riadattare non è più un vezzo ma una vera e propria risorsa per l’economia reale capace di generare profitti e creare posti di lavoro. È difficile dare una quantificazione a questa pratica virtuosa, si tratta di un trend non solo in crescita, ma anche irreversibile come è emerso chiaramente durante il recente convegno Ripensare il nostro futuro attraverso l'economia circolare  organizzato a Milano da Pwn, l’associazione internazionale per le donne nel mondo del lavoro. Tra gli speaker d’eccezione che hanno partecipato al dibattito abbiamo incontrato Andrea Buraschi, professore all’Imperial College London Business School. Ecco alcune sue riflessioni sul tema.

Quanto vale questo tipo di attività? che tipo di impatto ha sull'economia reale? quante persone coinvolge e quali sono le nazioni più virtuose?
Vale il valore del pianeta, vale quanto è il costo di ripopolarne un altro. Questa risposta sembra evasiva e che eviti una quantificazione, ma è impossibile fare un conto preciso poiché sono troppe le esternalità positive e negative che influiscono su questi numeri e sui flussi di cassa delle differenti imprese. Un esempio: il valore economico dei tessuti dell’industria tessile è pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno, ma ciò non tiene in considerazione l’impatto ambientale dell’immissione delle microfibre dei tessuti sintetici all’interno della catena alimentare.

Quanto influisce quindi questa economia sulla catena alimentare di alcune specie marine? Quanto sulle popolazione africane dell’ovest che vivono di pesca?
Le stime che abbiamo a disposizione del valore degli scarti della produzione che vengono messi in discarica sono solo una sottostima del valore economico poiché non tengono in considerazione le esternalità e le conseguenze non volute della società del non riciclo e del non riuso.Sull’economia reale l’impatto non è calcolabile e misurabile nel breve periodo poiché gli effetti sulle catene alimentari si possono riscontrare solo molti anni dopo, così come il cambiamento climatico o il consumo eccessivo di ozono per l’utilizzo di certi prodotti sono difficili da valutare nel breve periodo; ecco perché siamo arrivati in ritardo sul tema dell’eco sostenibilità e purtroppo è impossibile tornare indietro. C’è un problema temporale, le imprese si sono concentrate sulla massimizzazione dei profitti su orizzonti molto brevi (2, 3 , 5 al massimo 10 anni) mentre gli impatti ambientali e sociali di cui stiamo parlando hanno cicli molto più lunghi. Oggi i manager non hanno incentivi per lavorare sul medio-lungo periodo allineandosi su performance lunghe. In più non hanno obiettivi che impattano sul welfare della società, ma solo sui profitti dell’impresa.

È una scelta a lungo termine?
Il riciclo offre inoltre enormi opportunità di business il cui valore è destinato a crescere negli anni considerato che le generazioni attuali sono sempre più sensibili e attenti al tema della sostenibilità. Ci sono diverse start up che lavorano in questa direzione e che hanno presentato soluzioni molto interessanti: ad esempio 0 Water che utilizza materiali bio assorbibili come contenitori di liquidi al posto della plastica. Materiale inodore e incolore da riempire d’acqua e di bevande di qualsiasi genere che consente di limitare, e nel tempo sostituire, la produzione di bottiglie di plastica causa di forte inquinamento ambientale. Si tratta di un ridisegno industriale della supply chain proprio per evitare la creazione di rifiuti a monte, ossia in fase di produzione. Ma pensiamo anche alla capacità di ottenere energia dai rifiuti. Un riciclo ad altissimo valore economico e di formidabile impatto ambientale. Le nazioni più virtuose in termini di energy recovery rate (quanto si ricicla e quanto riciclo viene utilizzato per la produzione di energia) sono Svizzera, Germania e Austria, Svezia, Danimarca, Norvegia e Lussemburgo con valori di rate altre il 90%. Staccate di tanto gli altri paesi europei con la Francia che registra un rate intorno al 60% e l’Italia con il 50%. In coda Malta, Cipro, Grecia, Bulgaria e Regno Unito (il Regno Unito ad esempio lavora abbastanza bene in termini di riciclo puro, ma male in capacità di catturare il contenuto energetico).

La spinta per un maggior utilizzo del materiale di scarto in ambito manifatturiero arriva solo da privati o sono necessari incentivi da parte dello Stato? C’è attenzione da parte di grandi brand per una produzione più sostenibile? 
All’estero alcuni grandi brand stanno facendo cose molte interessanti ad esempio Patagonia si è posizionata in modo ancora più aggressivo come società d’avanguardia all’interno del contesto dell’economia circolare creando proprio una linea di business sulla riparazione degli indumenti e nel mercato dell’usato. Un riposizionamento di prodotto che punta ad allungare la vita dei suoi capi e che valorizza il riciclo. L’Italia ha un’ottima opportunità in questo campo cavalcando la sua tradizione e cultura artigianale. La valorizzazione del riciclo con centri privati o in coordinamento con il settore pubblico, creerebbe business per la riparazione con benefici economici e sociali legati all’allungamento dei cicli di vita dei prodotti. Le opportunità sono enormi anche perché ci troviamo oggi di fronte a un pubblico molto sensibile ai temi della eco sostenibilità e Csr. Anche nell’ambito del lusso, oggi nessuno più ostenta abiti e accessori che non tengano conto di questi temi green. Quindi il mantenere  prodotti di lusso può diventare un enorme business.