Azienda in crisi? ci pensa l'Associazione San Giuseppe Imprenditore

San Giuseppe, carpentiere e falegname, è considerato da Lorenzo D'Orsenigo, fondatore della onlus, un collega

«Non è costui il figlio del carpentiere? ». Era la domanda riecheggiante nella sinagoga di Nazareth, davanti a quel trentenne di nome Gesù, tornato nel paese d’origine per annunciare la Buona novella. Ed è la stessa domanda che ha riacceso la speranza in uno dei tanti imprenditori italiani colpiti dalla crisi economica e costretti a chiudere bottega. Proprio leggendo quel passo del Vangelo di Matteo (13,55), Lorenzo Orsenigo ha capito che era arrivato il momento di rialzarsi. Sia chiaro, di stravolgimenti questo imprenditore di Cantù ne aveva conosciuti parecchi nei suoi 70 anni di vita prima di imbattersi in quella lettura nell’autunno del 2011. Ma ancora non si era reso conto di essere “un collega di San Giuseppe”.

QUANDO TUTTO CROLLA
Esponente della quarta generazione di una storica famiglia attiva nella carpenteria metallica, inventore del marchio Orsogril e della cancellata modulare colorata che ha fatto la fortuna dell’azienda (con lui arrivata a tre sedi, 180 dipendenti e 55 milioni di fatturato nell’anno boom del 2008), Lorenzo Orsenigo è stato un vero imprenditore di successo, travolto nel 2011 dallo tsunami che ha devastato l’edilizia. «Nel 2009 alcuni clienti iniziarono a non pagare », racconta, «partimmo con un -30% in portafoglio ordini, ma ero un imprenditore cocciuto, pensavo di averne viste e superate di tutti i colori in 50 anni di azienda. E invece...». E invece una crisi di quella portata manco se la immaginava. Una crisi in grado di togliergli l’azienda (concordato di chiusura e marchio venduto a un gruppo bresciano), di convincere i figli a farsi un’altra vita, di costringerlo a rinunciare ai beni patrimoniali di famiglia «pur di evitare l’onta del fallimento». «In tre mesi vidi bruciare mezzo secolo di successi, era crollato il mio piccolo regno», racconta adesso tornando con la memoria a quei drammatici giorni dell’estate 2011, quando si abbassarono le saracinesche del gruppo e il suo corpo pensò di rincarare la dose mandandolo all’ospedale per un infarto. Quanti «pensieri brutti» in quei tre mesi di convalescenza a casa, «quando andavo sul balcone avevo paura di me stesso», confida. Disperazione, vergogna, miseria, fallimento, sconfitta; sono parole che entrano d’impeto nel lessico di Orsenigo. Lo salva la presenza di una solida famiglia al suo fianco, a partire dalla moglie, insieme alla lettura di quel passo del Vangelo di Matteo.

Orsenigo

Lorenzo Orsenigo, presidente della San Giuseppe Imprenditore

MISSIONE NOBILE
Le lunghe settimane di convalescenza dopo l’attacco cardiaco sono una dura prova per Orsenigo. Non può uscire di casa («mi sentivo in una prigione domestica»), la sua azienda era stata appena chiusa e lui si trovava senza più nulla da fare. Così riprende in mano alcuni libri. E lì si accende la lampadina. «I Vangeli sono pieni di riferimenti alla vita delle imprese», spiega, «ho scoperto che noi imprenditori siamo colleghi di San Giuseppe carpentiere e falegname, che il padre del figliol prodigo era un ricco imprenditore agricolo... insomma, mi sono reso conto che fare impresa è il più bel mestiere al mondo, perché consente di soddisfare te stesso insieme a molte altre persone». Queste riflessioni Orsenigo le affida a un libro (Rabbi, ovvero la buona imprenditoria nei Vangeli , AltroMondo editore), e al contempo gettano le basi dell’Associazione San Giuseppe Imprenditore nata, spiega il fondatore e oggi presidente, per «radunare tutte le categorie che creano posti di lavoro in modo onesto e riscattare la nostra immagine nella società rovinata da pochi farabutti », quindi «per riabilitare la nobile missione dell’imprenditore». Un obiettivo che nella concezione di Orsenigo va a braccetto con l’aiuto offerto ai colleghi in difficoltà. «Noi imprenditori siamo bravi a costruire e a correre con le nostre aziende, ma troppo spesso non riusciamo a frenare quando è il momento, a smontare il castello prima che venga giù da solo». Per questo chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di una crisi, può dare una mano a qualcun altro a uscirne. Almeno dal punto di vista umano. «Perché noi prima di tutto vogliamo salvare le vite delle persone, non le aziende».

UNA TELEFONATA ALLUNGA LA VITA
Quando a Orsenigo venivano brutte idee sul balcone di casa, c’era il pensiero della sua famiglia a indurlo a ragionare, a evitare quei gesti insani compiuti da troppi altri, basti pensare che solo tra il 2012 e il primo semestre 2016 sono stati 709 i suicidi per crisi economica (dati Osservatorio Link Lab, Roma). «Non tutti hanno la fortuna di una famiglia solida alle spalle, non a tutti basta quel pensiero, per questo la prima cosa che abbiamo pensato di fare con l’associazione è stata l’istituzione di un punto di ascolto e di soccorso immediato ». E così è nato il Telefono Arancione , un servizio attivo 24 ore su 24 (02/37904770) per assicurare una risposta tempestiva, gestito in partnership con Phonetica, azienda di Cinisello Balsamo da oltre 600 dipendenti il cui titolare Marco Durante ha aderito all’Associazione. «Il Telefono Arancione è una ciambella di salvataggio lanciata a chi sta per annegare», spiega Sandro Feole, commercialista e manager con studio a Olgiate (Lecco), nonché vicepresidente della San Giuseppe. «Orsenigo riceveva molte telefonate di imprenditori o ex imprenditori in difficoltà, così abbiamo deciso di istituire un servizio che potesse garantire un aiuto». Il primo filtro lo fa lo staff di Phonetica, «dopodiché partono due tipologie di interventi», spiega Feole: uno di natura personale “psicologica”, dove a dare assistenza sono persone come Orsenigo e altri amici che hanno vissuto quei momenti di disperazione, e un altro di natura tecnica, che seguo io, dove si cerca di garantire assistenza e consulenza gratuita per trovare una soluzione alla crisi aziendale ». Dietro al servizio del Telefono Arancione, partito nell’estate 2016 e che ha già registrato centinaia di telefonate, l’associazione sta cercando di creare una rete di professionisti a livello nazionale in grado di fornire servizi gratuiti di prima assistenza agli imprenditori in forte difficoltà. «È importante avviare percorsi di accompagnamento, la scelta dei professionisti che aiutano le imprese a chiudere l’attività o metterla al riparo è fondamentale », continua Feole. «Al momento riusciamo a gestire una ventina di casi al mese, speriamo di allargare la rete di partner per aumentare il numero».

FUTURO COOPERATIVO
Dalla prima assistenza, dal soccorso in situazioni di emergenza, l’associazione punta a compiere un ulteriore passo con la creazione di una cooperativa di lavoro in grado di assicurare un’occupazione più o meno stabile agli imprenditori rimasti disoccupati. «Sarà la nostra fase due», spiega Feole, «noi non distribuiamo soldi a nessuno, cerchiamo di accompagnare le persone all’uscita da una crisi e, dove non è possibile salvare le imprese, vorremmo ricreare opportunità di lavoro attraverso lo strumento cooperativo. Siamo convinti che mettendo insieme competenze, professionalità e relazioni dei tanti che aderiscono alla San Giuseppe Imprenditore, già nel 2017 sia possibile avviare questa sperimentazione». Non è finita, perché il 2017 è anche l’anno in cui l’associazione punta ad allargare il suo raggio d’azione in tutto il Paese. Intorno al suo movimento vanta aderenti del calibro di Cesare Ponti di Aceto Ponti, Tiziano Fusar Poli di Latteria Soresina, Giuseppe Meregalli del gruppo internazionale di distribuzione vini, Enrico Gallo della Cooperativa sociale Elleuno, Marco Milani di Vallespluga e Marco Durante di Phonetica. Ma la rete ha bisogno di espandersi ulteriormente per essere più efficace. «Vogliamo farci conoscere in tutta Italia», chiosa Orsenigo, «siamo un’associazione unica nel suo genere, più ci allarghiamo più riusciremo a salvare persone».