La giustizia è tale se vale (davvero) per tutti. Ultimi compresi. Da questa convinzione nasce Avvocato di strada: un’associazione di volontariato che, nel giro di quattro anni, è diventata il più grande studio legale d’Italia (nonché quello con il minor fatturato). Presente in 38 città, è stata fondata a Bologna dall’avvocato giuslavorista Antonio Mumolo, per garantire una tutela giuridica gratuita ai senza dimora.

«Fuori c’è una grande fame di diritti perché purtroppo, quando si è in strada, si diventa invisibili anche dal punto di vista giuridico», spiega Mumolo. L’idea è nata in seno a Piazza Grande, un’associazione che cerca di togliere dalla strada i senzatetto proponendo loro progetti di auto-aiuto. «Ero un volontario come tanti di Piazza Grande. A volte aiutavo a scaricare i camion, altre andavo in strada a distribuire le co perte», ricorda. «Quando uscivo, spesso le persone, sapendo del mio lavoro, mi ponevano domande giuridiche». Da qui, l’idea di dedicare le sue ore di volontariato alla consulenza legale mettendo a frutto la sua professione: insieme a un collega penalista, nel 2000 Mumolo ha aperto il primo sportello per l’assistenza gratuita.

L’iniziativa ha preso velocemente piede: da uno sportello aperto a settimana, si è passati in pochi mesi a due; gli avvocati che hanno aderito all’iniziativa hanno superato le 700 unità, e da Bologna l’esperienza si è replicata in altre città. «Ogni avvocato dà il tempo che può, purché quel tempo sia gestito in maniera professionale, come se ricevesse un cliente nel proprio studio», precisa Mumolo.

Recandosi allo sportello, i senza dimora possono ricevere pieno sostegno legale. In tutti i casi, la parcella è pari a zero. Limitati all’essenziale i margini di entrata per l’associazione, che non riceve contributi dagli enti pubblici, in quanto Comuni, Province e Regioni possono diventare controparti.

Le entrate provengono dalle cause vinte (per statuto l’avvocato deve devolvere l’intero rimborso delle spese legali all’associazione), dalle donazioni private, dalle cene di autofinanziamento e dalla partecipazione a bandi destinati alle associazioni di volontariato, emessi da fondazioni pubbliche o private. «Abbiamo preferito come forma giuridica l’organizzazione di volontariato (che diventa onlus di diritto), anziché l’onlus formale », precisa Mumolo. «La differenza è che in quest’ultima un socio può percepire delle utilità, mentre nelle organizzazioni di volontariato no».

Ogni anno, inoltre, lo studio redige un report sulla propria attività; il testo ha anche il merito di smentire i principali luoghi comuni legati ai senza dimora. A cominciare dalla loro tendenza alla criminalità. Delle 2.718 pratiche legali aperte nel 2013, solo l’11% sono penali: appena 296. Di queste, la maggior parte sono procedimenti che vedono gli assistiti in qualità di persona offesa. Il che, come si legge nel report, «rovescia il pregiudizio secondo il quale chi vive in strada sarebbe più portato a delinquere. È vero invece il contrario: chi vive in strada è spesso vittima di aggressioni perché è debole e indifeso, e anche perché considerato “colpevole” di essere povero». In aumento, tra l’altro, le cause a difesa delle donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale: dalle sei del 2012 alle 38 del 2013.

L’altro grande mito che il report sfata è l’idea che, in fin dei conti, gli immigrati siano più tutelati degli italiani. «Sono leggende, tanto quanto il luogo comune del clochard che sceglie di vivere in strada perché ama dormire sotto le stelle: non ne ho incontrato uno che fosse contento di non avere un tetto sopra la testa! Molti dormono fuori perché nei dormitori i posti sono limitati», prosegue Mumolo. «Quanto agli immigrati, noi seguiamo quelli privi di permesso di soggiorno: la maggior parte dei profughi non ha possibilità di prenderlo, tranne i pochi che chiedono il rifugio politico. Questo vuol dire essere privati di molti diritti, a partire dalla retribuzione del lavoro, spesso viene ingiustamente negata».

Il tema più scottante e sul quale si concentra il grosso dei procedimenti è civile e riguarda il diritto alla residenza. A questo è connessa una rosa di diritti fondamentali, quali la presenza nelle liste anagrafiche del Comune, il possesso di una carta di identità, la possibilità di avere un medico di base, di votare, di maturare diritti previdenziali… «Abbiamo sostenuto molte cause di questo tipo e le abbiamo vinte tutte: la legge sancisce il diritto alla residenza per ogni cittadino italiano e prevede che i Comuni si dotino di una via fittizia, che può essere Via dei Senzatetto o Via Senza nome, a cui associare la dimora di chi vive in strada. Molti, purtroppo, non lo fanno…». Naturalmente, l’emergenza è acuita dalla recessione. E non solo perché gli sfratti sono aumentati: «Si è smesso di investire sul welfare e le differenze sociali sono aumentate. Bisognerebbe andare avanti insieme, senza lasciare indietro nessuno».