Uno scatto dello Spazio Giallo nella casa circondariale di Opera

Dicono di non essersi inventati niente, di aver soltanto «incrociato un’esigenza», quella della relazione tra detenuto e figli. Fine anni ‘80, carcere di San Vittore, Milano: la storia di Bambini senza sbarre inizia da qui, da alcuni volontari dell’associazione Mario Cominetti impegnati nella gestione di biblioteche dentro il carcere. «Frequentando quel luogo, ci siamo resi conto che emergeva un tema cruciale: la separazione di un padre o di una madre, rinchiusi per scontare la pena, dai figli minorenni». Chi parla è Lia Sacerdote, analista biografica a orientamento filosofico, che faceva parte quel gruppo di volontari da cui è nata l’esperienza di Bambini senza sbarre, l’associazione di cui oggi è presidente dopo averla fondata nel 2002 per occuparsi di questo problema che coinvolge 100 mila bambini e adolescenti con un genitore nelle carceri italiane.

Nel 1996 viene organizzato il convegno dal titolo Bambini senza sbarre a San Vittore; in seguito Lia Sacerdote e i suoi collaboratori avviano una ricerca sulle genitorialità tra i detenuti. Poi la svolta. «Alla fine degli anni '90», racconta la presidente, «abbiamo incontrato i volontari francesi della Federazione dei Relais Enfants-Parents di Parigi, guidata da Alain Bouregba che oggi fa parte del nostro comitato etico: stavano realizzando un’indagine per costruire una rete europea per affrontare il problema dei detenuti con figli e a Milano hanno contattato noi». È il primo passo che porta alla nascita dell’associazione, inserita nella rete europea Children of Prisoners Europe e sostenuta dall’olandese Bernard Van Leer Foundation. «L’incontro con gli amici francesi è stato fondamentale», continua Sacerdote, «perché ci ha permesso di vedere già in atto ciò a cui pensavamo: un’associazione impegnata a favorire le relazioni tra i figli dei detenuti e i loro genitori, partendo dalla consapevolezza che il primo bisogno è quello dei bambini che frequentano il carcere senza avere alcuna colpa. Noi cerchiamo di lavorare sulla relazione affettiva, affinché il figlio continui a sentirsi amato dalla mamma o dal papà detenuti. E i genitori possano continuare a esercitare il proprio ruolo senza essere assimilati al reato commesso che non intacca la relazione affettiva».

 

Le attività di Bambini senza sbarre prendono piede a inizio anni 2000. Si parte da San Vittore e poi vengono coinvolti gli altri istituti milanesi, Bollate e Opera. Al centro ci sono sempre i bambini, cui sono concesse dall’ordinamento penitenziario fino a otto ore mensili di colloquio con i genitori detenuti. Si parte con il progetto sperimentale Atelier degli oggetti relazionali, la realizzazione di manufatti da parte delle madri detenute per i figli. I volontari frequentano quotidianamente gli istituti di pena, pronti ogni mattina ad accogliere i bambini in spazi comuni pensati per loro, dove li seguono nel momento delicato che precede l’incontro col genitore. La presenza costante nelle carceri di Milano, e in seguito di tutta la Lombardia, porta l’associazione a sviluppare competenze e professionalità specifiche.

Il nucleo operativo centrale oggi conta una decina di persone, alle quali vanno aggiunti circa trenta volontari che forniscono un servizio a livello psicologico e pedagogico. Si moltiplicano a partire dal 2003 i progetti che hanno fatto conoscere l’associazione nel mondo carcerario: dalla creazione degli “Spazigialli”, i luoghi di accoglienza per i bambini all’interno delle carceri dove non sono previste aree a loro dedicate, insieme al percorso “Trovopapà” attraversato dalle tappe imposte dalle procedure di sicurezza che deve rispettare chi dall’esterno entra in un istituto di pena, fino al progetto “Il poliziotto e il dinosauro”, per favorire la relazione tra padre e figlio attraverso il linguaggio artistico. «Negli ultimi tre anni in Lombardia», aggiunge Lia Sacerdote, «abbiamo realizzato un intervento pilota per sensibilizzare il personale penitenziario sull’importanza dell’accoglienza dei bambini, raggiungendo circa 250 operatori. Anche gli agenti di polizia penitenziaria che hanno il compito di accogliere i minori diventano educatori, e nel momento in cui prendono coscienza di questa responsabilità, il loro ruolo si valorizza e il modo di relazionarsi con i bambini cambia».

I SOSTENITORI 

Sono perlopiù privati i partner che in questi 13 anni hanno permesso a Bambini senza sbarre di compiere la sua opera: dalla fondazione olandese Van Leer a Fondazione Cariplo, Fondazione Intesa Sanpaolo e Fondazione Generali, passando per la Fondazione Enel Cuore onlus, la Stavros Niarchos Foundation, la London Stock Exchange Foundation. E ancora Telecom Italia e Kpmg Italia. «I contributi dalle istituzioni pubbliche», spiega la presidente Lia Sacerdote, «negli ultimi anni sono stati drasticamente ridotti. Il nostro bilancio si aggira sui 200 mila euro all’anno».
bambinisenzasbarre.org

Non c’è però solo l’intervento all’interno nelle carceri a caratterizzare l’attività dell’associazione. Una parte fondamentale è quella del confronto con le istituzioni italiane ed europee, un impegno sfociato due anni fa nella sottoscrizione della “Carta dei figli di genitori detenuti” da parte del ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, e dal Garante nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel futuro di Bambini senza sbarre c’è adesso l’obiettivo di uscire dalla Lombardia e creare una rete di sostegno in tutta Italia. I primi passi sono già stati compiuti con l’avvio di progetti nelle carceri di Secondigliano (Napoli), Firenze, Vercelli e Ivrea. Rientra in quest’ottica anche l’iniziativa “Telefono giallo”, destinata agli operatori del sistema carcerario e del territorio per affrontare i problemi legati alla genitorialità dietro le sbarre.

Il bisogno emergente rimane però sempre più grande della risposta che è possibile dare. Basti pensare che nelle sole carceri seguite dall’associazione entrano ogni anno circa 8 mila bambini per stare con i propri genitori. «Le sensibilità istituzionale verso questo problema sta crescendo», conclude Sacerdote, «ma il ricorso al carcere dovrebbe essere lwa soluzione estrema e quando coinvolge un genitore, dovrebbe essere privilegiata la misura alternativa e la messa alla prova che evita la rottura del legame. Ma anche la società esterna al carcere deve essere sensibilizzata a non emarginare questi bambini per il solo fatto di avere un genitore detenuto».