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Giancarlo Foschi (Orogel): dobbiamo ragionare in termini di valore

Giancarlo Foschi (Orogel): dobbiamo ragionare in termini di valore Torna a prezzo alimentare distribuzione
Giovedì, 24 Novembre 2022
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Difficilmente, davanti a un prodotto, ci chiediamo quale sia l’effettivo valore di quello che compriamo. Un conto è il prezzo, un conto è il valore. Vale in linea generale, ma vale soprattutto per l’agroalimentare, che esce da un decennio di stagnazione – dal 2010 ad oggi, quindi prima della pandemia – in cui si è compresso di tutto e di più pur di rincorrere una dilagante frenesia del consumo, del prezzo, della promozione. «Per più di dieci anni l’industria del cibo ha viaggiato a prezzi praticamente fermi mentre, in parallelo, da dietro le quinte delle nostre produzioni alzavamo i cibi a livelli superiori di qualità, sicurezza e sostenibilità», dice Giancarlo Foschi, a.d. di Orogel.

Cosa non vediamo del prezzo del cibo e perché il consumatore ha una percezione così bassa del suo valore?
Qualità e sicurezza dei prodotti da una parte e, dall’altra, impatto ambientale: sono anni che dobbiamo tenere a bada entrambi gli aspetti che implicano una serie infinita di azioni lungo la filiera. Oggi si fa un gran discutere della sostenibilità, ma nel mondo del cibo il suo significato è centrale non solo per il singolo – che sia impresa o consumatore – ma anche per la collettività. Mi verrebbe da rispondere che è forse questo che non si coglie: il valore collettivo di ciò che compriamo e mangiamo. Un prodotto alimentare non ha mai solo un valore individuale.

Come riescono le imprese a far quadrare i conti del valore invisibile? 
La risposta sta nella parola efficienza. Prendiamo l’esempio più semplice: modificare tutta la componentistica dei nostri imballi per renderli compostabili non li rende certo più economici. Poi certamente arrechiamo meno impatto sull’ambiente, recuperiamoricicliamo più prodotto, ma quel costo in più non è stato possibile recuperarlo in questi anni, nemmeno minimamente, dal costo del prodotto, e quindi le imprese riescono a far quadrare il cerchio solo implementando internamente l’efficienza, soprattutto in ambito logistico e produttivo. Che vuol dire anche enormi investimenti: per Orogel, in questi ultimi dieci anni, è equivalso a circa 200 milioni di euro.

Ora la domanda si complica, guardando a un interlocutore diverso dal consumatore. Orogel è una cooperativa: come avete gestito il prezzo coi fornitori? 
Da cooperativa, per avere bilanci sani e mantenere prezzi competitivi c’è solo una strada: dare una giusta remunerazione ai produttori, ai fornitori. Di una cosa siamo orgogliosi da quando esiste Orogel: i nostri non hanno mai preso meno dell’anno precedente, magari non sempre come avremmo e avrebbero voluto ma sempre il massimo di ciò che abbiamo potuto.

Quanta sicurezza del lavoro viene omessa nel prezzo finale del cibo?
Quasi del tutto omessa. Si pensa troppo poco, come percezione generale, al fatto che un prodotto, oltre che buono e sano, dovrebbe essere frutto di una catena del lavoro sicura, costi compresi.

Generazioni a confronto davanti al consumo del cibo: lei è in Orogel dal 1976, quindi avrà visto passare non solo trasformazioni a livello produttivo e di mercato ma anche di attitudini al consumo. I giovani come si pongono verso il prezzo del cibo?
Non si può generalizzare, ma di certo le generazioni con qualche anno in più mangiano con un approccio più tradizionale, cercano il prodotto buono, ma non si fanno troppe domande. Completamente diversa l’ottica dei più giovani, che cercano nell’etichetta sia risposte al prezzo che a fattori diversi: sostenibilità, presenza o meno di additivi, tipo di imballaggio. Saremo un passo avanti quando le persone non accetteranno più di comprare una bottiglia di pomodoro a meno di 1 euro, se si pensa che almeno la metà di quell’euro se ne va già solo col costo del vetro, della capsula e dell’etichetta. Mi sento di dire che è cambiata la cultura del cibo, ma non la percezione del valore.

Di questo passo rischiamo per caso che tra qualche decennio l’industria del cibo non sia più primaria nella nostra vita?
No, questo no. Il rischio è un altro: continuando a spingere così tanto sulle filiere non sostenibili potremmo andare incontro a carenze, carestie di prodotto. Dobbiamo stare molto attenti. Il sistema Farm to Fork (ossia la strategia rientrante nel Green Deal della Commissione europea per rendere sostenibile il sistema alimentare, ndr) con tutte le restrizioni e le regole che impone rischia di far progressivamente diminuire, in maniera sensibile, la produzione. Le rese per ettaro caleranno e, finora, erano sempre calate solo per questioni ambientali o di stagionalità pura.

Proviamo per un istante a immaginare che i consumatori siano pronti a uscire dai sottocosto e a pagare più o meno il prezzo effettivo del cibo, valore compreso. Chi ci guadagnerebbe realmente? 
Senza dubbio avremmo più risorse da investire in ricerca e sviluppo ma, su tutti, avremmo la possibilità di riconoscere ed essere grati ai produttori agricoli che soffrono di più in assoluto, sono la categoria più sotto pressione in Italia. Il loro è un mondo che soffre da sempre di una enorme frammentazione ma adesso più che mai, e anche in prospettiva, su di loro pesa il fatto di essere i primi e gli ultimi della filiera.

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